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Ottimista.

ottobre 7, 2013

E’ ancor presto per tirare conclusioni definitive. Ma la settimana che abbiamo alle spalle comporta una riflessione spassionata su di un intero ciclo politico e sociale che s’è da tempo concluso.

Poco più di un anno addietro scrivevo su questo blog che Berlusconi era un dead man walking, un morto che cammina.
Vi furono obiezioni.
Oggi Letta il giovane chiarisce che è finito il ventennio berlusconiano.

In effetti la personalizzazione della politica, esasperata al massimo grado in Italia, ha comportato sempre una netta sottovalutazione delle tendenze di fondo che influenzano e dettano la cosiddetta agenda politica.

Esempio.

Da molto tempo nei circoli dirigenti europei s’era fatta strada la convinzione di dover normalizzare la situazione italiana oltre la destra populista e la residuale sinistra interna e esterna al PD.

Il nuovo governo delle larghe intese , raggiunge un tale obiettivo: quella stabilità tanto insistentemente richiesta al preannuncio della crisi di governo che presupponeva il far perno appunto sul PD.

Certo non son esclusi colpi di coda .
Personalmente però non concordo con quanti son ancora lì a strologare come e quando possa avvenire un ritorno di fiamma di Berlusconi.
Né concordo con la sofisticata idea secondo cui è finito Berlusconi ma non il berlusconismo.

Che vuol dire esattamente?

In verità il berlusconismo come modo di pensare la società (con tutto quel che segue e consegue) è già in parte assorbito, e lo sarà sempre più in futuro, entro il processo di formazione di una nuova classe dirigente “europea”capace di depurarlo degli elementi più estremi.

Ilvo Diamanti scrive che “ non c’è un soggetto politico capace di polarizzare l’opinione pubblica. Di aggregare e di dividere.” Ne conclude che in questo passaggio di fine epoca restiamo senza certezze , senza mappe e bussole. “Senza tempo. Senza quando , né dove.”

Posso condividere.

Con l’avvertenza che c’è comunque un soggetto politico centrale proprio nel tempo senza tempo, dove non si scorge né il quando né il dove.

Un partito perfettamente adatto a interpretare, almeno nel medio periodo, uno stallo destinato a durare, tanto nell’economia che nella società.
E’ il partito democratico che , non a caso vola nei sondaggi, e che anche quando nei mesi scorsi sembrava giunto al limite dell’implosione restava comunque , a prescindere, pressoché in cima alle preferenze degli italiani.

Il berlusconismo nudo e crudo dell’ultimo periodo ha in qualche modo e per vie diverse contribuito a rendere stabile la base elettorale del PD persino al di là del feroce scontro nel suo mediocre ceto dirigente, mentre una parte importante degli elettori di sinistra si è indirizzata e forse definitivamente riciclata, nel movimento di Grillo che, oltre anch’esso la destra e la sinistra , ne accoglie genericamente le istanze.
E lì resterà.

Per dirla in breve il PD confusamente liberaldemocratico di Veltroni alla fine l’ha spuntata.
Anch’esso come Grillo: oltre la destra e la sinistra.

Il timido e confuso tentativo riformista di Bersani volto a social democratizzare con molta cautela l’itinerario di formazione del “partito nuovo” era destinato alla sconfitta sin dall’inizio non potendo tra l’altro contare su di una solida sponda europea, data la crisi evidente del socialismo europeo confermata dall’insipienza di un Hollande, intenzionato a bombardare la Siria anche per celare la propria intrinseca debolezza e dalla sconfitta assai netta dell’SPD non a caso condotta alle elezioni da un ricco signore ex amministratore delegato della ThyssenKrupp.

Che abbia prevalso il progetto veltroniano ne sono tra l’altro buon interpreti tanto Letta che Renzi.

Il primo destinato a durare ben più a lungo del previsto dotato com’è di una robusta sponda euro atlantica su cui nessun ex comunista avrebbe mai potuto contare al di là delle formalità di facciata, dato che non frega niente ai potenti della City o di Wall Street se hai imparato l’inglese con tanta buona volontà. Son luoghi nei quali ancora e sempre scatta un riflesso goebbelsiano per molto meno. Basta aver avuto il nonno comunista o socialista .
Con l’unica eccezione di Napolitano.

Il secondo è di fatto già il segretario del partito avendo con ogni probabilità raggiunto un parziale accordo di non belligeranza con il giovane Letta.
Se poi col tempo che passa arriverà troppo lungo sulla palla son c…. suoi.
Si vedrà.

Resta che l’asse interno al partito democratico su cui è destinata a far perno la governabilità per un tempo lungo mette fuori causa qualsiasi pur debole connotato di sinistra ancora attribuibile a tal partito.

Il ciclo berlusconiano finisce così.

Piaccia o non piaccia.

Ci sarebbe da argomentare ulteriormente intorno alle condizioni oggettive in gran parte riferibili alle parziali correzioni di rotta della politica di austerità in vigore in Europa che favoriranno la “stabilità” italiana e la “fortuna” del PD.

Lo farò un’altra volta.

Intanto noto che dopo la vittoria della Merkel s’intensificano le voci volte a mettere in discussione la rigidità del fiscal compact, mentre i contabili europei cominciano ad accedere all’idea di stralciare dal debito gli investimenti in taluni settori dell’economia.

Poca roba.

Striminzite carotine nel momento in cui i porci son promossi ad asini.

Quanto basta però per assicurare una certa stabilità alle esportazioni tedesche e quanto basta per far sopravvivere, sempre peggio, un paese come l’Italia da cui l’UE non può semplicemente prescindere.

Che poi ciò comporti ancora elevata tassazione, al netto di un tentativo di diminuire il costo del lavoro, una disoccupazione record e un ulteriore aumento della precarietà soprattutto nel terziario arretrato, beh è fuor di dubbio.

E’ Il prezzo della stabilità e dell’assenza di alternative. Tanto al PD che al fallimento dell’Europa attuale.

Come si nota ,resto saldamente ottimista.

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