Archive for novembre 2014

Domenica vado a votare.

novembre 18, 2014

Domenica vado a votare.
Non era scontato.
Non per me.

In una delle rare occasioni pubbliche cui partecipai qualche mese addietro obiettai che tener in campo una lista sub-specie Tsipras alle regionali presentava ostacoli notevoli.
Intanto era già chiaro , almeno a me, che Sel non ci sarebbe stata.
I vecchi partiti ragionano in termini di potere, anche quand’esso è, in verità, assai poco.
E poi la stessa dimensione regionale mal si prestava ad una campagna elettorale da parte di qualsiasi outsider di sinistra.

Personalmente non ritengo che si possa considerare il governo della regione, puramente e semplicemente come malgoverno.

Non mi piace la propaganda a buon mercato.
Tanto per dirne una.

Non malgoverno in senso proprio.
Piuttosto una tranquilla amministrazione e mediazione tra interessi diversi ma – secondo lo spirito di un tempo trapassato- sempre componibili.

Da qui la difficoltà.

Di fronte all’idea stessa di sperimentare la possibilità di far crescere una nuova e moderna sinistra resta ancora in piedi, in Emilia- Romagna, un blocco conformistico congelato in un’era geologica remota ma tuttavia ancora capace di far appello inerziale alla ragion di un partito che non c’è più.

Non c’è più almeno da quando è nato il PD: il partito unico della nazione, artefice di una vera e propria svolta a-democratica tramite il combinato disposto di legge elettorale e riforma istituzionale.

Un partito che nega radicalmente il valore intrinseco della rappresentanza in favore di una sempre malandrina governabilità.

E’ la post democrazia che avanza ovunque sulle macerie fumanti della democrazia quale fu implementata e conosciuta nel secondo dopoguerra.
Ma tutto ciò si rivelerà, in tutti i suoi nefasti effetti, al “grande pubblico” solo più avanti.

Nel frattempo si porta a compimento, come necessario corollario sociale, la spoliazione radicale dei diritti e del valore storico del lavoro umano ridotto a infima e dipendente variabile delle ragioni del mercato.

Il lavoro come merce.
La più infima delle merci.
La meno costosa.

La più deperibile.
La più trascurabile.

 

Di tutto ciò in Emilia- Romagna è paradossalmente più arduo discutere in virtù di una lunga deriva “riformistica” che continua a modellare , sia pur parzialmente, senso comune diffuso in molteplici settori sociali.

Si pensa che Renzi passerà e che la ragion di un vecchio partito resterà o sarà comunque restaurata.

Trattasi di un’illusione tragica.

 

Il mutamento genetico è già da tempo avvenuto.

Le stesse èlites dirigenti sono state ampiamente sostituite da un ceto politico rampante del tutto immemore e comunque non interessato a ricollocare buon governo e antichi ideali in un mondo nuovo in profonda trasformazione al fine di restituire vigore e forza politica, all’alfa e all’omega del perenne conflitto per la giustizia sociale.

Bonaccini m’appare come la più fedele e conforme fotocopia di tal ceto politico,
Renzista della ventiquattresima ora, e proprio per questo inossidabile.

 

Va a sostituire Errani, il quale , in tal contesto appare , nonostante limiti, errori e peccati non sempre veniali come l’ultimo dei Mohicani .

 

Anche in Emilia- Romagna , né poteva essere diversamente, s’avanza uno strano guerriero .

 

Colui che si definisce democratico proprio per coprire agli occhi di quella parte degli elettori, semper fidelis, il progetto post-democratico.

Elettori e militanti che , volentieri porgono gli occhi a quella benda , magari per poter continuare a fare o frequentare le feste de L’Unità.
Alla cieca.
Anche quando quel giornale non c’è più.
Insieme a tutto un mondo ormai morto e sepolto.

Li capisco , ma non li approvo.
Come non li approvai in altre circostanze in passato.

 

In sostanza la lunga e scivolosa coda del buon governo scompare definitivamente, nello stesso momento in cui irrompe anche in Emilia- Romagna il renzismo che non ammette dissensi autonomistici e diversità positive o meno che siano.

 

Non a caso dopo aver liquidato le provincie oggi il Duce (sia detto tecnicamente) del PD attacca frontalmente, in blocco e a prescindere da eventuali differenze, le regioni profittando dell’inclemenza del clima.

Piove: regioni ladre.
Tutte, nessuna esclusa.

E si apre entro questa breccia, forzata dai renzisti alla Bonaccini, una vasta prateria, anche in Emilia –Romagna.

Andranno a pascolarvi non i reduci di Grillo e del grillismo ma i fautori della rifondazione della nuova destra tra Salvini e la Meloni con l’apporto (operativo e tecnico ca va sans dire) dei nazifascisti di casa Pound.

 

E’ ciò che vuole, fortissimamente, Renzi che avendo assorbito Berlusconi e i suoi sodali nel partito unico, con il patto del Nazareno, ha bisogno come del pane quotidiano di un’opposizione.

Visibile.

Non ambigua, inafferrabile, contraddittoria,di colore indefinibile: insomma grillesca.

L’uomo con la camicia bianca , il neo-democristiano post- democratico ha bisogno di camice nere , tutt’al più verde scuro.

Un’opposizione chiaramente, di destra.

Condizione necessaria per continuare a spacciarsi come centro-sinistra.

 

 

Ebbene , c’è bisogno di un’opposizione di sinistra.

Per smascherarlo.

Vediamo se è possibile cominciare a costruirla anche in Emilia- Romagna mentre si sta costituendo in buona parte d’Europa.

 

Un successo seppur parziale dell’Altra Emilia- Romagna, domenica nelle urne, potrà forse far riflettere qualcuno che dentro lo stesso PD comincia a mordere il freno di fronte alla democratura renzista.

E potrà fors’anche chiarire ai compagni di Sel (che saluto cordialmente) che sostenere la candidatura del proconsole Bonaccini è come insaponare la corda alla quale si verrà , inevitabilmente, sospesi.

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Pagine

novembre 15, 2014

Anche ai lettori onnivori, compulsivi e necessariamente frettolosi capita a volte di trovare una pagina sulla quale soffermarsi a lungo.

Pagine pesanti come macigni.

Tale è per me, la pagina 136 de “Il presente come storia” di Luciano Canfora.

Laddove l’autore discetta da par suo sulla sofferta e amara intenzione di Gramsci, contemplando l’eventualità di una sua liberazione dal carcere, di “rifugiarsi nel puro dominio dell’intelletto astratto, facendo del mio isolamento la esclusiva forma della mia esistenza”

Scrive Canfora.
– Sarebbe un puerile autoinganno non leggere in termini politici la frase “ non saprei più inserirmi in nessuna corrente sentimentale”. (Libero beninteso, chi lo vuole, di pensare che con quelle parole Gramsci si dichiarasse incerto se aderire , una volta fuori dal carcere, al romanticismo alla Berchet o allo stilnovismo o alla scuola siciliana di Cielo d’Alcamo). La politica intesa come culmine dell’azione morale (non come mestiere più o meno estemporaneo o , peggio, lucrativo) è esperienza totalizzante, coinvolge tutti gli aspetti dell’esistenza. Ciò si verifica tanto più quando si tratti di una politica sorretta da idee e concezioni grandi e impegnative: quelle che taluni da ultimo chiamano, con sussiegosa ignoranza, le “ideologie”. In tali scelte specie se attuate in momenti storici quali quelli vissuti da Gramsci (prima del carcere) e da Cantimori (dopo la liberazione) si investono e si bruciano tutte le energie di un individuo, intellettuali e pratiche. E’ quasi immancabile la delusione soggettiva; e merita rispetto. Essa nasce dalla constatazione di non aver potuto comprendere appieno le ragioni profonde delle vicende pur così intensamente vissute e la vera natura delle forze agenti nei conflitti, nei quali ci si è tuffati a capofitto, seguendo un archetipo che fu già alla base del primo proselitismo cristiano (“Lascia tutto e seguimi ! ”). Sono soprattutto i militanti dotati di grandi risorse intellettuali che alla fine non reggono; e solo alcuni di essi serbano in sé la convinzione che, pur non potendo andare le cose diversamente da come sono andate, ne valeva la pena.

Gli sfrattati.

novembre 1, 2014

Con la nomina a ministro degli esteri di Gentiloni in sostituzione della Mogherini che è andata ad occupare il posto meno rilevante della Commissione europea, laddove si conta come il due di coppe quando briscola è bastoni dato che non esiste una politica estera europea, s’è aperta una riflessione (mi scuso per il termine) intorno alla raggiunta egemonia della Margherita nel PD.

Insomma avrebbe vinto alla fine il vacuo Rutelli per l’interposta persona del giovanotto fiorentino.

Non son d’accordo.

E’ certo vero che gli ex democristiani e radicali della Margherita la fan da padroni. Ma possono farlo perché a suo tempo , se la memoria non m’inganna, prevalse nei DS la teologia del riformismo.

L’idea religiosa che per sfondare quel muro di “cemento armato” , D’Alema dixit, che tracciava il confine elettorale tra sinistra e destra, occorresse trovare l’uovo di colombo.

Il quale consisteva nella semplice, ovvia, presa d’atto che per vincere bisognava assumere gran parte delle posizioni politiche e anche culturali dell’avversario.

Sei riformista se credi (ho scritto credi) nelle doti taumaturgiche del libero mercato. E se , sulla base di questa fede, ti fai carico in particolare di quella flessibilità indispensabile sul mercato del lavoro, affinché si possa alfine uscire dal secolo degli orrori : il novecento.
Quel secolo che ha incatenato il lavoratore al posto fisso , moderno schiavo della modernità fordista.

E così ci fu Treu e tutto il seguito.

Un vero e proprio processo di liberazione del lavoro se non ancora dal lavoro.

Ci si libererà dal lavoro non appena sarà concessa l’elemosina del reddito minimo.
Coi tempi che corrono potrà trattarsi di un sussidio ( 300/400 euri?) per una fetta rilevante di emarginazione sociale da stabilizzare una volta per sempre.
E che nessuno rompa più i coglioni.

In sostanza s’andò allora, nei DS sull’onda di Blair e sulla scorta della terza via tracciata da Anthony Giddens che insieme ai rischi sociali da dover correre tracciava però i contorni del mondo paradisiaco dei molti lavori , delle tante opportunità, della possibilità di emergere sulla base della propria volontà e competenza.

Un insieme di favolette ben confezionate volte unicamente a mascherare la totale impotenza della politica nell’epoca neoliberista.
Un modo per far buon viso a cattivo gioco.

Da quando tra i DS cominciarono a circolare codeste puttanate ebbe inizio l’irresistibile e fatale discesa verso il mal partito.

Ma non poteva certo incaricarsi Rutelli col suo ridicolo seguito elettorale e la sua risibile credibilità sul piano leaderistico di compiere la svendita all’incanto della sinistra italiana.

Ci voleva uno che da quella sinistra, nel bene e nel male provenisse.
Ci pensò dunque Veltroni. Con la sua vocazione maggioritaria.
I riformisti alla D’Alema, Fassino, Bersani e compagnia cantante aderirono pensando al partito nuovo come sommatoria/rifusione delle forze dell’Ulivo nel quale comunque mantenere un pacchetto di azioni decisivo.

Veltroni invece faceva sul serio.
Sinceramente, pacatamente.

Una volta avviato il processo si sarebbe giocoforza imposto un nuovo progetto politico corrispondente al definitivo superamento della sinistra.

Compresa quella riformista.

Così è stato.

I principali artefici della vittoria di Renzi sono dunque , in primo luogo, i teorici del riformismo post-ideologico .
Quelli che facevano finta di non vedere l’avvento impetuoso della nuova ideologia dominante, pur di far dimenticare il loro passato.
Pensavano di poter agire per linee interne e di disporre di un potere di veto.
Erano talmente sicuri di sé da consentire persino all’ ingannevole trappola per polli delle primarie.

E adesso , come dice il margheritino Delrio :

” Renzi è al governo perché ha vinto le primarie”. (Repubblica del 30 ottobre)

Non perché ha una maggioranza parlamentare, ma perché ha vinto le primarie.
Chiaro?

Un argomento, ovviamente pazzesco, secondo cui si può andare al governo legittimati da un partito e non dal corpo elettorale.

Naturalmente Delrio , non essendo idiota (a differenza di molti pasdaran renzisti) , sa bene che Renzi sta a Palazzo Chigi per quel 25% che ha preso Bersani e non lui, e che ci resta per via del patto scellerato e sempre segreto del Nazareno.

Però il reggiano, può ben dire ciò che vuole.

Ho persino sentito la Camusso lodare quell’intervista nella quale il sottopancia di Renzi dice semplicemente che è ben giusto sentire i sindacati ma poi si tira diritto anche perché Cisl e Uil han posizioni diverse dalla Cgil.

A maggior ragione può farlo perché il giorno prima (29 ottobre) Bersani ha invocato una “tregua” nel confronto interno per via di un modo “troppo polemico, sopra le righe” e perché: “Non c’è ragione di pensare ad un’alternativa a Renzi”.

Ancora: “Su di me può stare tranquilli, non posso neanche pensarci alla scissione, questa è casa mia”.

Del resto su Renzi: “questo ragazzo qui è una risorsa per sto’ paese”.

Ecco chiarito l’inghippo.

Non vittoria di Rutelli fu la nascita del PD, ma fallimento dei manovratori riformisti che pensavano di dirigere il processo di allontanamento dalla sinistra da dietro le quinte avendone in cambio una perenne rendita di posizione.

Poveretti.

Ancor oggi i teologi del riformismo non capiscono che presto saranno sfrattati da quella che s’ostinano in modo ipocrita a considerare come casa loro.

Sfrattati.
Magari nottetempo.