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Gino.

dicembre 21, 2014

Ho conosciuto Gino trent’anni orsono , forse più.

Gino aveva già affrescato il vecchio mulino di San Giovanni in Persiceto, con tutte quelle spighe di grano.

Mi era sempre piaciuta, intuitivamente, quella roba lì. Essendo io un vero asino in materia artistica e pittorica pensai, tuttavia, che chi aveva concepito quel “murales” , era uno da tenere in considerazione.

 

Più tardi , da giovane vice presidente della Provincia presi a cuore la causa degli orti considerati abusivi sorti come funghi sulla sponda del Reno laddove oggi c’è il parco lungo Reno.

In prossimità di quel Ponte celebrato dal liberale Riccardo Bacchelli nel suo : “Il diavolo al Pontelungo”.

Si trattava , tecnicamente, di interesse privato in atti d’ufficio, dato che fu mio padre uno dei primi coloni della sponda del Reno.

Memore delle sue origini bracciantili decise di punto in bianco di cominciare a vangare un orto tra la gramigna.

Sull’esempio iniziò una vera e propria opera di bonifica di un breve tratto di terra, in bilico sull’acqua, irta di ogni sorta d’arbusti e di selvatiche alberature, particolarmente perniciose quando il torrentaccio ( di Bacchelli) raggiungeva il colmo di piena.

Col tempo, a sanatoria, il demanio statale impose un modesto affitto annuale a tutti coloro che s’erano installati sulla sponda con orti e baracche della più varia foggia.

La comunità degli orti ormai consolidata anche sul piano legale, prosperava, tra grigliate, interminabili partite a briscola e vino la cui modesta qualità era compensata dalla quantità.

Invero notevole.

Quest’ultima.

Chiunque la domenica pomeriggio si trovava a passeggiare per i sentierini che delimitavano le “proprietà” degli orti – non v’erano recinzioni -veniva invitato a raccogliere verdure di stagione a piacimento.

Liberamente.

Gratuitamente.

E magari ad unirsi alle perenni grigliate miste di carne, rigorosamente , di maiale.

Si stava in baracca.

Si intonavano vecchie canzonacce, di tenore politico-ideologico e anche no. Ad onta delle proteste degli invidiosi cittadini del ceto medio- basso perbene che mal tolleravano quel variopinto spettacolo di proletari ( di fatto e di vaga ideologia) che sgavazzavano sulla sponda.

 

Intervenne prontamente il Comune Democratico a proteggere decoro e persino, ante litteram, ambiente.

Primo, abbattere le baracche.

Secondo, proibizione di usare l’acqua del Reno per coltivare ortaggi.

Passavano i vigili e si smantellava, dopo aver pagato un’ammenda di molto superiore all’affitto demaniale.

Poi si ricostruiva .

E via di seguito.

 

Ad un certo punto incontrai Gino.

Non so dove.

Né , esattamente quando.

Parlammo.

Più che altro ci annusammo, dato che tra noi due non potevano correre molte parole.

Sintonia immediata.

Di toni , di sguardi.

Di trattenute sensibilità.

Ne venne fuori, un’opera teatrale dal titolo “meglio coltivare che vegetare” .

Gino allestì la scenografia. Un magnifica, surreale profusione di cavoli, zucchini e carote.

Vittorio Franceschi , da par suo , recitò appropriati testi nella sala grande del palazzo dei congressi di Bologna stipata all’inverosimile.

 

Naturalmente il vice sindaco socialista del comune m’attaccò con parole dure : Zani difende gli abusivi.

E Repubblica gli tenne bordone.

Il vice –sindaco.

Che, forse parlava anche per il sindaco.

Avevano, politicamente, ragione entrambi.

Gino ed io difendevamo, anzi rivendicavamo l’abusivismo contro ogni regola.

Quella che ha portato agli attuali canonici orti per anziani.

Tutti uguali.

Noi avevamo  storicamente torto.

 

Un bel torto.

 

Poi gli orti sotto il Pontelungo furono spianati dalle ruspe democratiche.

Opportunamente.

Adesso non si trovano adeguati finanziamenti per restaurare quel ponte storico, in mattoni rossi , laddove l’arciprete di Borgo Panigale ebbe la terribile visione del diavolo. Nefasto preannuncio dell’arrivo di Bakunin a Bologna.

 

Son passati molti anni e a Gino viene un’altra idea.

Davanti al focolare cerchiamo di elaborarla.

Due possibilità.

La prima “decorare” la diga di Suviana”. (vedi in wikipedia)

Propendo per un’enorme crepa.

La diga cede e l’acqua irrompe rovinosamente nella valle .

Gino disegna un bozzetto.

Fantastico.

E’ chiaro che si tratta di un’opera unica.

Verrebbero sull’appennino bolognese a vederla da ogni parte del mondo.

Ed è altrettanto chiaro che si tratta della rappresentazione di  un evento impossibile con chiari intenti di scaramantica ironia a rassicurare gli idioti.

 

Gino poi inventa un’altra possibilità.

Una bambina che tiene il dito nella falla aperta nella diga ad impedirne la rottura.

Altra e più forte idea.

Naturalmente occorrono fondi e aperture mentale.

Sarebbe la famosa flessibilità.

Neuronica, in questo caso.

In primo luogo da parte del gestore della diga.

Niente da fare.

Ovvio.

Si hanno di fronte  burocrati, manager, gente senz’arte. Seppur con qualche parte garantita dal loro ottuso conformismo.

Gente che non capisce perché non sa immaginare.

Non ha idea.

Non vuol averla. Per statuto.

 

 

Adesso è tutto un peloso commemorare Gino.

Lo vedo dai giornali.

Peccato.

Come senz’altro direbbe lui, adesso è tardi.

Dovevate riconoscere il suo poliedrico genio artistico prima.

Molto prima.

Ma forse non l’avete fatto perchè Gino Pellegrini era uno che non si faceva avanti.

Schivo, modesto, capace sempre di sporcarsi le mani con i suoi colori, le sue idee, la sua creatività naturale, sempre duramente affermata con grande fatica, senza pretese, senza proteste, senza autocommiserazioni.

 

Gino. Gli dico un giorno.

Dammi un’idea per dare un pochino di colore alle strisce di cemento che son stampate su questa casaccia di sasso.

Così istruisco l’imbianchino.

Ma te la faccio io, mi risponde.

E così fece.

In alto su un traballante ponteggio di fortuna messo su con le sue mani.

 

Oggi c’è un gran sole.

Guardo quel colore che si fonde  (non so usare un’altra più adeguata parola) con quel sasso povero, eroso dal tempo e m’incazzo.

 

M’incazzo.

Con tutti quelli che non hanno capito prima, quand’era ancora il tempo di capire la straordinaria vena creativa che animava i suoi lavori.

Ma lui era , al secolo, un semplice artigiano.

 

E adesso post –mortem tutti s’affrettano a spendere parole alate su colui che, in gioventù fu ad Hollywood a costruire le scenografie di Hitchcock , di Kubrick e di tanti altri.

Così vanno le cose in questo mondo post- ideologico.

Non è un mondo per Gino.

Per il mio amico.

Laico, anarchico e libertario.

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