il nostro male viene da più lontano.

Quel giorno del 1978.
Le “idi di marzo” preannunciate da Mino Pecorelli.
Via Fani. Vengono sparati 91 colpi in sessanta secondi.
Sette armi diverse . Una sola ha sparato ben 49 colpi. Quelli che vanno a segno uccidendo i cinque uomini della scorta di Aldo Moro e lasciandolo illeso.
Il tiratore viene descritto da un testimone: “sparava come Tex Willer tenendo la mano sinistra guantata sopra la canna dell’arma.”
A qualcuno, tra cui chi scrive, bastò questa dinamica dell’agguato per capire che qualcosa non andava.
La decantata “geometrica potenza delle BR” parve subito una solenne puttanata.
Chi spara in quel modo non può che provenire da un ambiente militare.
Un killer professionista.

Anni dopo, mi capitò, in quanto membro della Commissione bicamerale di Palazzo San Macuto ( credo di averlo già scritto in questo blog) di chiedere la perizia balistica sulle armi impiegate in via Fani, tanto per darmi conto dell’impossibilità tecnica di sparare 91 colpi in un minuto con le armi ufficialmente repertate dopo il massacro. Tra cui figuravano due mitra di fabbricazione belga risalenti alla seconda guerra mondiale , uno dei quali con la canna completamente liscia.
Roba da mercatino dell’usato per amatori senza soldi da spendere.

Mi fu detto che la prima perizia era risultata imperfetta e che non valeva granché.
Poi subentrarono altri pressanti impegni , come spesso accade in politica, e non me ne occupai più di tanto.

La mia idea me l’ero fatta.

Le BR avevano realizzato un’alleanza di fatto con settori dello stato e la criminalità organizzata.

Infatti, da subito, uno dei ricercati come probabili membri del commando di via Fani era Giustino De Vuono.
Un calabrese proveniente dalla ndrangheta con una esperienza nella Legione straniera dalla quale venne espulso per eccesso di violenza e politicizzato in carcere, nientemeno, dalle BR.
Solo che in seguito lo Stato, in tutti i suoi apparati , compreso il potere giudiziario sembrò rinunciare del tutto a ricercare il killer conosciuto negli ambienti criminali anzitutto per la sua stupefacente destrezza nell’uso delle armi.

A me è tornata in mente questa figura grazie al recente libro inchiesta “Morte di un Presidente” di Paolo Cucchiarelli appena edito da Ponte alle Grazie.
L’autore , passo dopo passo, arriva molto vicino a dimostrare che l’esecutore materiale della sentenza di morte emessa per conto terzi dalle BR fu proprio il De Vuono che , nelle more, è sparito da ogni orizzonte.
Del resto anni addietro, quando l’assassino di professione fu fermato in Paraguay, le autorità italiane risposero che nulla risultava a carico del suddetto.

Ma a parte ciò che più mi ha colpito,  in quanto convalida un’idea che corrisponde in me  ad una certezza, il libro di Cucchiarelli andrebbe letto (capisco che è faticoso) da quanti s’affacciano alla politica ai tempi nostri.

Vi è il rischio di non capire nulla della storia patria ma anche della geopolitica attuale (in sostanza del nostro presente) se non si ritorna a quel fatidico 9 maggio del lontano 1978.

Non a caso Cucchiarelli chiarisce che : “ l’omicidio di Aldo Moro è l’atto finale di una storia orribile, impresentabile e senza onore,neppure quello dovuto tra ex avversari che si sono duramente combattuti con le armi. E’ uno dei pochi eventi che dividono la storia recente tra un prima e un dopo. E il dopo è questo tempo in cui viviamo. Ecco perché quella del Presidente è una morte che riguarda tutti, anche e soprattutto i giovani.”

Ed ecco perché io non mi sono mai liberato, se non a tratti, di quella storia orribile pensando alle conseguenze, storiche , politiche e morali che da allora hanno sempre pesato sull’intera nazione.

“Il mio sangue ricadrà su di voi” , scrisse Aldo Moro consapevole della condanna a morte.
E così è stato.
Anche in senso concreto.
Basti pensare alla sequela di omicidi che seguirono alla sua scomparsa, tutti collegati ad un’ indicibile verità: Da Pecorelli a Dalla Chiesa passando per molti altri “giustiziati” direttamente dalle BR in nome di una congiura del silenzio che dura ancora oggi.

Il libro in questione che, effettivamente presenta qualche difficoltà di lettura a chi non vissuto quel periodo oscuro, ha il merito di avanzare alcune verità relative e alternative.

Non a caso inizia con “La sabbia”.

Sì la sabbia che fu trovata nei risvolti dei pantaloni di Moro cadavere.
Ah , i dettagli.
Laddove s’annida il diavolo.
E quanti dettagli trascurati scientemente.
Quante bugie criminali, quante omissioni, quante viltà.

Un delitto “lasciato accadere” .
Già.
E qui risiede l’attualità .

In questo XXI secolo quanti delitti, massacri e stragi sono stati “lasciati accadere”?

Dovrebbe essere una domanda che assilla tutti a partire da quella guerra infinita al terrorismo che fu proclamata da un bifolco texano impregnato di petrolio all’inizio di questo terzo millennio.

Una guerra riproclamata solennemente, a mento in su, da quel faccione di Hollande.

Quante cose nefande potranno esser “lasciate accadere” dietro lo schermo di questa guerra?

Conviene chiederselo per tempo se davvero si vogliono combattere i fascisti dell’ISIS.

A quest’ultimo proposito , già che ci sono , consiglierei anche la lettura del testo del discorso di Alain Badiou dopo le stragi di Parigi : “Il nostro male viene da più lontano”.

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28 Risposte to “il nostro male viene da più lontano.”

  1. L'aretino Says:

    E che lettura puoi dare dei fatti di Bologna seguiti alla morte di Lorusso? Non ti risultano interventi di soggetti estranei allo spontaneismo movimentista? Quella storia è stata tutta raccontata?

  2. Milli Says:

    Leggo da Laura Veronesi e trasmetto:

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    Dissero: Cercate in via Gradoli
    Risposero: Moro non ci serve vivo
    Si chiamava l’Anello. Era una struttura dei servizi segreti mai scoperta prima. Oggi da documenti inediti emerge che gestì il rapimento Cirillo, fece fuggire Kappler. E scoprì il “covo” delle Br, mentre il presidente dc era nelle mani dei terroristi
    di Paolo Cucchiarelli

    Roma.

    È la chiave del caso Moro. Cercata, invano, per anni. Oggi comincia a emergere. E offre nuove spiegazioni non solo di quel sequestro, ma anche di tanti altri affari neri d’Italia. Aiuta a ricomporre i frammenti della tragedia del presidente democristiano, rapito 25 anni fa dalle Brigate rosse, ma anche del caso Cirillo, della fuga di Kappler, di traffici di armi e di petrolio. Dal dopoguerra alla metà degli anni Ottanta ha operato in Italia un superservizio segreto, clandestino, alle dipendenze (informali) della presidenza del Consiglio. Nome in codice: l’Anello. Questo superservizio, pochi giorni dopo il rapimento di Moro, individua il “covo” br di via Gradoli, a Roma, comunica la notizia a Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, e a un dolente Francesco Cossiga, ministro dell’Interno. Ma l’ordine è: restare fermi. “Moro vivo non serve più a nessuno”, è la conclusione di Andreotti.

    L’Anello e le sue attività sono oggetto di un’inchiesta in via di conclusione a Roma. Il pubblico ministero Franco Ionta ha da poco chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare il caso, poiché ormai nessun reato è ipotizzabile o perseguibile, anche perché in molti casi è già scattata la prescrizione. Ma è stata la Procura di Brescia a imbattersi per prima in una misteriosa struttura, chiamata “Noto Servizio”, di cui si faceva cenno in alcuni dei documenti ritrovati anni fa in un archivio abbandonato di via Appia Nuova, a Roma, dove erano state stivate alla rinfusa carte dell’Ufficio Affari Riservati (il progenitore del servizio di sicurezza civile, il Sisde). Del “Noto Servizio” – in realtà oscuro e assolutamente ignoto – si è parlato in pubblico per la prima volta nel novembre 2000, quando la procura di Brescia invia alla Commissione parlamentare sulle stragi un rapporto del perito Aldo Giannuli, lo scopritore della “discarica” dei servizi sull’Appia Antica.

    Oggi il “Noto Servizio” ha un nome e un volto: è l’Anello, organizzazione clandestina degli apparati di sicurezza, operativa dal 1948 alla metà degli anni Ottanta, formata da ex ufficiali badogliani, ex repubblichini, imprenditori, faccendieri, giornalisti, in grado di reclutare (almeno part-time) uomini della malavita e della criminalità organizzata. Personaggi di punta dell’Anello, negli anni cruciali del caso Moro e del rapimento Cirillo, sono Adalberto Titta, il sedicente “colonnello del Sismi” che trattò con i camorristi la liberazione dell’assessore democristiano Ciro Cirillo; il senatore missino Giorgio Pisanò; il faccendiere Felice Fulchignoni; l’imprenditore Sigfrido Battaini; il religioso Padre Enrico Zucca, entrato nelle cronache per aver trafugato, nell’immediato dopoguerra, la salma di Benito Mussolini a Milano.

    Titta è, in quegli anni drammatici, il vertice operativo della struttura. Un uomo fin troppo loquace, un po’ guascone, ex pilota nella Repubblica sociale. Muore d’infarto dopo la liberazione di Cirillo, mentre è impegnato in una delicata missione legata proprio a questo caso. Tanto delicata da suscitare i sospetti di una morte non del tutto naturale: i servizi di sicurezza francesi mandano a misurare la lunghezza del cadavere, per accertarsi che sia proprio Titta, e i carabinieri fanno qualche indagine dopo alcuni esposti che accennavano a un omicidio mascherato da malore.

    L’Anello, del resto, era specializzato proprio in omicidi coperti da morte naturale e da incidenti stradali. Ma, più in grande, si occupava dell’economia parallela del petrolio, che serviva a finanziare le forze politiche più “affidabili” e sinceramente anticomuniste. Tra il 1975 e il 1976 l’Anello si dà da fare addirittura per far nascere una nuova Dc, in grado di contrastare l’apertura a sinistra preparata da Aldo Moro: è la breve avventura del Nuovo partito popolare, che divenne poi l’oggetto principale, con riferimenti alle forniture militari alla Libia, di un famoso dossier segreto, chiamato “Mi.Fo.Biali”, oggetto di ricatti trasversali che coinvolsero anche il giornalista di Op Mino Pecorelli.

    IL SUPERTESTIMONE. L’Anello, nella sua lunga storia, ha avuto una diretta forma di dipendenza dalle istituzioni politiche, a cominciare dalla presidenza del Consiglio. Michele Ristuccia, uno degli aderenti alla struttura, classe 1941, già funzionario della Fiera di Milano, grande amico di Adalberto Titta, negli interrogatori dell’inchiesta afferma a chiare lettere che vi erano persone del ministero della Difesa e dell’Interno che “agevolavano” l’attività dell’Anello, ma che esso “dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio. La sua gestione è stata monopolio democristiano, tranne che nell’ultimo periodo, nel quale suppongo che anche il Psi sapesse, in quanto mi risulta che avesse fatto alcune richieste”. I componenti dell’Anello, continua a verbale il supertestimone Ristuccia, avevano in dotazione “un tesserino sulla base del quale era dovuta a loro cooperazione e immunità da responsabilità penali in cui avrebbero potuto incorrere per motivi di servizio. Preciso che non so se tutti i membri dell’Anello avessero questo tesserino, ma Titta certamente lo aveva e io l’ho potuto personalmente vedere, ricordo che aveva l’intestazione della presidenza del Consiglio dei ministri”.

    Operativamente, i componenti della struttura si appoggiavano prevalentemente ai carabinieri, ma anche al Sid, il servizio segreto militare di quegli anni. L’Anello poteva contare su un ufficiale dei carabinieri operativo a Milano, che aveva un ufficio in via Statuto; un altro ufficio era a Roma. “Battaini”, è scritto in una delle informative sull’attività dell’Anello, “dispone di notevoli masse di denaro e tiene il proprio deposito di armi, munizioni e automezzi, presso la caserma dei carabinieri di via Moscova”.

    Andreotti risulta il principale beneficiario politico della struttura, almeno secondo quanto si afferma in più punti nelle “veline” agli atti dell’inchiesta. Anche alcune testimonianze affidano al sette volte presidente del Consiglio un ruolo guida per l’Anello. Fu Andreotti a volerla, con questa denominazione, per fronteggiare il “notevole caos” che c’era negli anni Settanta nei vari organismi che si occupavano di intelligence, sia per inefficienza, sia per concorrenza. Andreotti decise di creare una struttura “pilota” che traghettasse questo mondo dal caos a servizi segreti più adeguati. Nascerebbe da qui il nome di Anello, adottato, secondo alcune testimonianze, dalla metà degli anni Sessanta: la struttura avrebbe dovuto essere infatti la congiunzione – l’anello appunto – tra le molteplici e spesso confuse strutture parallele del dopoguerra e i servizi di sicurezza istituzionali. I testimoni ascoltati nell’inchiesta hanno confermato che il compito principale dell’Anello era quello di “arginare” con tutti i mezzi l’avanzata delle sinistre. Anche Francesco Cossiga era a conoscenza dell’Anello, testimonia Ristuccia. “Una volta l’onorevole Andreotti, secondo quanto mi ha raccontato Adalberto Titta, fece intervenire l’Anello a beneficio del governo Craxi”.

    La struttura poteva contare su un buon numero di uomini (164 nel 1974) che costavano diversi miliardi di lire l’anno. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, almeno secondo i racconti dei testimoni dell’inchiesta, la struttura si era preparata per sequesti (poi non realizzati) di alcuni personaggi politici. Tra questi, il sindaco di Milano Aldo Aniasi, il leader del Movimento studentesco Mario Capanna e l’editore Gian Giacomo Feltrinelli. Ma è il caso Moro l’episodio più clamoroso nella storia segreta dell’Anello.

    VIA GRADOLI. “Ricordo che il Titta mi accennò, già durante il sequestro Moro e me lo confermò poi successivamente, che erano stati contattati per adoperarsi per la liberazione di Moro, così come per il sequestro Cirillo”. Questa è la testimonianza di Ristuccia, uno dei principali collaboratori di Titta. “Mi disse addirittura di aver avuto contatti con appartenenti alle Br e che questi avevano espresso sfiducia verso l’Arma dei carabinieri e la Dc. Mi disse”, continua a verbale Ristuccia, “che gli uomini delle Br con i quali erano entrati in contatto non erano riusciti a trovare gli interlocutori adatti e non si fidavano delle istituzioni. Titta sosteneva di aver parlato di ciò con Cossiga e con l’onorevole Andreotti, ma che quest’ultimo (si era espresso) con valutazioni negative sull’eventualità del rilascio dell’ostaggio, bloccando così le attività che intendeva intraprendere. Ricordo che lo stesso giorno in cui si seppe che nel lago della Duchessa doveva trovarsi il cadavere di Moro, mi disse in tempo reale che si trattava di una “bufala”. Ciò ovviamente me lo disse prima che ci fosse la smentita”.

    Lo stesso testimone racconta: “Io venni informato da Titta che il presidente della Dc correva seri rischi di sequestro. Sequestro durante, il Titta mi disse di essere a conoscenza del luogo dove Moro era detenuto, lo aveva detto anche ai senatori Andreotti e Cossiga. Il Titta mi disse, sequestro durante, che Moro era detenuto in via Gradoli e, come ebbi occasione di accennarvi, lo seppe direttamente dalle Brigate rosse. Non posso dirvi come entrò in contatto con le Br, ma lui mi disse di essere stato fortemente ostacolato sul caso Moro, proprio dal potere politico dal quale dipendeva. Come già dettovi, in particolare alla richiesta di poter intervenire su via Gradoli, il Titta ricevette un secco diniego da Andreotti che, mi disse, gli fece capire che non era auspicabile una soluzione positiva del processo, la frase che ricordo distintamente è: “Moro vivo non serve più a nessuno”. Preciso che tutte queste notizie io le ho apprese sequestro durante”.

    È la testimonianza di un personaggio che riferisce racconti di un morto, che non può più né confermare né smentire. Forse è troppo poco per imbastire un’azione giudiziaria, ma certo è un’ulteriore smagliatura in una vicenda, il sequestro Moro, piena di elementi oscuri. Nelle dichiarazioni di Michele Ristuccia vi è certamente un errore: l’appartamento di via Gradoli è indicato come la prigione di Moro, mentre è appurato che fosse una base delle Br, ma che non ospitò il sequestrato. È lo stesso errore compiuto, in diverse dichiarazioni, da Bettino Craxi. Titta aveva una indicazione che riguardava la sola via Gradoli, oppure il capo operativo dell’Anello aveva cambiato in Gradoli una diversa indicazione della prigione al fine di tutelarla?

    Dopo che la politica blocca l’intervento a favore di Moro, le notizie raccolte dall’Anello potrebbero aver imboccato un percorso autonomo. La famiglia Moro e il Vaticano continuano a cercare di liberare il prigioniero. E il 9 maggio 1978 il Vaticano tenta di scambiare il presidente della Dc con 50 miliardi di lire. Era già noto che padre Zucca – che oggi scopriamo essere stato un importante esponente dell’Anello – si era dato da fare per raccogliere un’ingente somma di denaro dopo essere stato contattato, in confessionale a Milano, da un uomo delle Br. Questo episodio fu rivelato dal settimanale L’espresso già il 26 maggio 1978. Recentemente, il 12 marzo 2003, Giulio Andreotti rivela che il 9 maggio di 25 anni fa (il giorno in cui fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro), il Vaticano era pronto a pagare un ingente riscatto per liberare il prigioniero, ma che alla fine tutto fallì. È evidente che il tentativo di cui parla Andreotti e quello dell’Anello, tramite padre Zucca, hanno molte analogie: stessa data, il 9 maggio; stessa città, Milano; stesso contatto, “esponenti dissidenti” delle Br, stesso mezzo, il confessionale.

    KAPPLER E CIRILLO. L’Anello ebbe un ruolo anche nella vicenda della fuga di Herbert Kappler, il colonnello delle Ss responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fatto uscire dall’ospedale militare del Celio, dopo un accordo politico ed economico con la Germania. Fu Titta e non la moglie di Kappler, Annelise – come si disse – ad accompagnare Kappler al confine. Nelle carte dell’inchiesta romana c’è la testimonianza del medico che visitò Kappler prima che questi fosse portato oltre confine.

    È nel caso Cirillo, però, che l’Anello giocò in pieno le sue carte. Ciro Cirillo, assessore campano della Dc, fu rapito dalle Br a Napoli nel 1981. Per Cirillo, a differenza che per Moro, la Democrazia cristiana e lo Stato accettarono di trattare con i terroristi, anzi lo fecero attraverso la criminalità organizzata. È Adalberto Titta in persona che tratta in carcere con Raffaele Cutolo, il capo della Nuova camorra organizzata (Nco). Titta entra nel carcere di Ancona per concordare direttamente con Cutolo la liberazione di Cirillo, porta a cena fuori dal carcere il capo camorrista e gli mostra un foglio di scarcerazione per invogliarlo a riprendere i contatti con le Br che erano stati aperti già nel 1978, durante la vicenda Moro. L’Anello è la chiave che unisce le due vicende. E spiega alcune affermazioni di Cutolo, che ha più volte ripetuto di aver avuto un ruolo anche nella vicenda Moro, oltre che in quella Cirillo. Personaggio di congiunzione tra l’Anello e il boss della Camorra è Francesco Gangemi, esponente di primo piano della Dc calabrese, avvocato di Raffaele Cutolo, ma anche grande amico di Adalberto Titta. Fu proprio Gangemi – affermano alcuni testimoni dell’inchiesta – a presentare Cutolo a Titta per permettergli di intervenire nell’affare Cirillo. “Il Cutolo non avrebbe mai accettato di prendere parte ad alcuna trattativa se il Gangemi non avesse garantito per il Titta”, assicura il supertestimone Ristuccia. Il legame Titta-Cutolo-Gangemi-Anello può dare un contesto ad alcune sibilline affermazioni fatte dal capo della Nco. Nel 1993 Cutolo diceva, a proposito della vicenda Cirillo, che in tanti “fecero la fila da me, ad Ascoli Piceno, e quel Titta dei servizi segreti era disposto in cambio dei miei favori a far eliminare i miei nemici”. E aggiungeva: “Avrei potuto salvare la vita dell’onorevole Moro perché, grazie a informazioni ottenute da alcuni membri della banda della Magliana, avevo saputo dove era la sua prigione. Mi incontrai con il sedicente “inviato di Cossiga” che mi promise persino sconti di pena. Ma in seguito ricevetti una visita del mio fedele luogotenente Vincenzo Casillo, latore di un messaggio di alcuni politici campani: “Don Rafè, facitevi ’e fatte vuoste””.

    L’inviato di Cossiga, rivela Cutolo nel volume di Giuseppe Marrazzo Il camorrista. Vita segreta di don Raffaele Cutolo, potrebbe essere Nicola Lettieri, il sottosegretario all’Interno che durante i 55 giorni del sequestro guidava il “comitato di crisi” del Viminale. Cutolo avrebbe incontrato Lettieri mentre era latitante, dato che era fuggito dal manicomio criminale di Aversa il 3 febbraio 1978. Certo è che Cutolo dice di essere stato in possesso di una lettera di ringraziamento di Lettieri e di un biglietto di accompagnamento dell’onorevole Attilio Ruffini, sequestrati dai carabinieri al momento dell’arresto, nel rifugio di Albarella dove aveva trascorso l’intera latitanza. I carabinieri, imbarazzatissimi, dissero poi che la lettera e il biglietto erano caduti a un maresciallo durante la perquisizione della casa-covo. Nessuno ha mai saputo – ufficialmente – che cosa contenessero le due missive.

    L’anno dopo, nel 1994, davanti alle telecamere di Mixer Cutolo raccontò di aver ricevuto, mentre era latitante ad Albarella e mentre Moro era nelle mani delle Br, la visita di Nicolino Selis, affiliato della Nco, suo rappresentante a Roma e contemporaneamente boss della banda della Magliana, per conto della quale controllava la zona che da Acilia arriva al mare. Selis, dice Cutolo, “aveva saputo dove si trovava la prigione di Moro e mi chiese se volessi salvarlo”. Cutolo in quella occasione aggiunse di essersi consultato con un avvocato che a sua volta si rivolse a dei politici. Il capo della Nco ha detto di aver saputo successivamente da un suo fedelissimo, Enzo Casillo (“Morto con la tessera dei servizi segreti in tasca”) che “importanti politici nazionali erano molto preoccupati del fatto che Moro avrebbe potuto salvarsi”. In quell’occasione si mossero anche due sacerdoti calabresi. Selis non può certo confermare: scomparso nel 1981, il suo cadavere non è mai stato trovato; probabilmente sotterrato ad Acilia, vicino al greto del Tevere, è stato coperto con la calce viva.

    Durante i 55 giorni, quindi, Cutolo latitante sostiene di aver ricevuto l’avvocato Gangemi, l’inviato di Cossiga, Lettieri, e il suo rappresentante nella banda della Magliana, Nicolino Selis, che aveva scoperto dove era la prigione di Moro: presumibilmente nella sua zona di controllo, cioè tra Aprilia e il mare. Cutolo trascorse quei mesi di latitanza a casa di un vecchio contadino di Albanella, vicino a Pestum. L’uomo si chiamava, ironia della sorte, Nicola Lettieri, come il probabile “inviato di Cossiga”. Finirà ucciso anche lui: da chi – dirà Cutolo – “credeva di trovare nella sua casa di campagna qualche tesoro da me nascosto”.

    IL VATICANO E IL CONFESSIONALE. Con alcune lettere ad Andreotti, padre Zucca chiedeva di poter aprire una trattativa. Il religioso milanese affermava di essere “sicurissimo” che le Br avrebbero liberato Moro per soldi. Diceva anche di aver incontrato un brigatista in una chiesa di Milano “verso la fine di aprile” (Moro era stato rapito il 16 marzo). L’incontro-colloquio si era svolto in confessionale e in quell’occasione si era parlato di soldi. Il brigatista avrebbe anche proposto a Zucca di incontrare Moro. I soldi sarebbero stati depositati in una banca svizzera.

    L’inchiesta sull’Anello, svolta dal maggiore del Ros-carabinieri Massimo Giraudo (lo stesso ufficiale che ha condotto l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana che ha portato alle prime condanne del gruppo di Ordine nero dopo oltre 30 anni), ha dimostrato che già il 31 marzo 1978 Zucca aveva confidato a un amico (presumibilmente Adalberto Titta) di essere stato avvicinato al fine di aprire una trattativa con le Br. Un appunto del Sisde del 4 aprile 1978 dà conto di questa notizia.

    Michele Ristuccia ha confermato il contatto Anello-Br: “Titta mi disse che le Br non volevano condurre la trattativa con organi di polizia ufficiali o esponenti politici. In merito alle mancate risposte di Andreotti, mi ricordo che non le diede a voce, al Titta, facendo bene intendere che Moro vivo non interessava”.
    Francesco Cossiga ha detto di essere stato informato “anni dopo” del tentativo messo a punto dal Vaticano il 9 maggio per cercare di liberare Aldo Moro e di cui ha parlato per la prima volta Andreotti in marzo. “Seppi da lui che questa possibilità di riscatto era la ragione del suo ottimismo quando lo andai a trovare la sera dell’8 maggio 1978. In Vaticano si avevano ragioni per credere di avere contatti con le Br. Da quello che compresi questo contatto passava per la rete dei cappellani carcerari”, dice oggi Cossiga, che come Andreotti smentisce categoricamente a Diario di conoscere l’Anello e Titta. Ma c’è un altro elemento che si connette a questa vicenda, dando un senso concreto ad alcuni dubbi che ancora oggi dominano i pensieri della famiglia Moro.

    Qualcuno, mai identificato, la mattina del 9 maggio 1978 avrebbe dovuto entrare nella prigione di Moro e portargli la carezza, il conforto del Papa, e poi garantire la liberazione dell’ostaggio e il contemporaneo pagamento del riscatto. Poche ore più tardi, invece, Aldo Moro sarebbe stato ritrovato ucciso in via Caetani. Comunque l’Anello predispose i 50 miliardi di cui parla Andreotti per pagare la mattina del 9 maggio il riscatto che avrebbe liberato Moro. Se è finita come è finita qualcosa è andata male o qualcuno non ha rispettato i patti. Chi interruppe bruscamente la trattativa in corso? L’Anello fu bloccato da qualcuno che non voleva che Moro uscisse libero dalla prigione potendo raccontare che il suo luogo di prigionia era stato individuato, ma si era scelto di non intervenire? E di trattare segretamente tramite quelli che un comunicato delle Br (il numero 4 del 4 aprile, quando Zucca aveva già il suo contatto aperto con le Br) definisce i “misteriosi intermediari”?

    Afferma la sentenza che ha mandato assolto, in primo grado, Giulio Andreotti dall’accusa di essere il mandante politico dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli: “Qui preme sottolineare l’articolo Vergogna buffoni, pubblicato su Op del 16 gennaio 1979, e quindi poco più di due mesi prima dell’omicidio, in cui Carmine Pecorelli preannunciava una rivisitazione di tutto il caso Moro, con esplicito riferimento alle trattative con le Br, non andate a buon fine perché qualcuno non aveva mantenuto i patti e aveva “giocato al rialzo”, pretendendo un prezzo che non poteva essere accettato. Ma se così è, non può revocarsi il dubbio che tali circostanze, se vere e portate a conoscenza dell’opinione pubblica, che pure aveva atteso con ansia la liberazione di Aldo Moro, avrebbero sicuramente sconvolto il panorama politico italiano, proprio perché sarebbe chiaramente emerso che il potere politico non aveva voluto che fosse salvata la vita dello statista”.

    L’inchiesta sull’omicidio Pecorelli ha evidenziato i rapporti che si erano stabiliti tra il giornalista di Op e il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, almeno dall’agosto-settembre 1978. Pecorelli ricevette molte “dritte” dal generale. Tante allusioni di Pecorelli al fascicolo “Mi.Fo.Biali”, nato intorno alla corruzione della Guardia di finanza per lo scandalo dei petroli, non sono che riferimenti in codice all’Anello e alla sua azione sotterranea. E dalla Chiesa, almeno secondo le malevole testimonianze di Ristuccia, conosceva l’Anello: “Il generale non faceva parte dell’Anello, conosceva Titta e non ostacolava le attività dell’Anello, non perché fosse contrario a esse, ma semplicemente per concorrenza, in quanto”, dichiara a verbale Ristuccia, “non desiderava, specialmente in tema di lotta al terrorismo, che qualcuno potesse arrivare prima di lui. Ricordo in particolare il tentativo di catturare Moretti a Milano con un intervento su un obiettivo, sul quale da tempo stava lavorando anche l’Anello. L’improvvido intervento del generale ne consentì la fuga. Conobbi il generale dalla Chiesa in quanto me lo presentò il Titta appena giunto a Milano”. E ancora: “Ricordo (che Titta, ndr) non apprezzava il generale dalla Chiesa in quanto per protagonismo avrebbe danneggiato alcune operazioni dell’Anello”.

    Il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, collaboratore di dalla Chiesa, ha affermato davanti a un magistrato nel 1993 che dalla Chiesa era molto interessato da una ipotesi di lavoro: l’esistenza di una struttura segreta paramilitare, con funzioni organizzative antinvasione ma che “aveva debordato poi in azioni illegali e con funzioni di stabilizzazione del quadro interno”. Dalla Chiesa credeva che questa struttura poteva aver avuto origine “sin dal periodo della Resistenza, attraverso infiltrazioni nelle organizzazioni di sinistra e attraverso il controllo di alcune organizzazioni di altra tendenza”. Poteva trattarsi di Gladio-Stay behind. Ma Gladio nasce nel 1954. L’Anello nasce invece nel 1948.

    LE ALLUSIONI DI PECORELLI. Che cosa è accaduto tra la sera dell’8 maggio 1978 e le prime ore del 9? Pecorelli aveva una sua ipotesi: “Cossiga era convinto, crediamo (?), che Moro sarebbe stato liberato, e forse la mattina che il presidente è stato ucciso era (…) in attesa che arrivasse la comunicazione che Moro era libero. Moro invece è stato ucciso. In macchina. A questo punto vogliamo anche noi fare un po’ di fantapolitica. Le trattative con le Br ci sarebbero state. Come con i Feddayn. Qualcuno però non ha mantenuto i patti. Moro, sempre secondo le trattative doveva uscire vivo dal covo (al centro di Roma? Presso un comitato? Presso un santuario?), i “carabinieri” (?) avrebbero dovuto riscontrare che Moro era vivo e lasciar andar via la macchina rossa. Poi qualcuno avrebbe giocato al rialzo, una cifra inaccettabile, perché si voleva comunque l’anticomunista Moro morto, e le Br avrebbero ucciso il presidente della Democrazia cristiana in macchina, al centro di Roma, con tutti i rischi che una simile operazione comporta. Ma di questo non parleremo, perché è una teoria cervellotica campata in aria. Non diremo che il legionario si chiama “De” e il macellaio Maurizio”.

    Il “De” (un modo per alludere e tutelare tipico di Pecorelli) secondo tutti gli studiosi del caso Moro è Giustino De Vuono, un ex legionario, calabrese, legato alla criminalità organizzata, di cui non si sa più nulla da anni. De Vuono venne indicato come uno dei possibili componenti del commando di Via Fani nel “volantone” diffuso dal Viminale subito dopo il 16 di marzo. Per anni si è favoleggiato sulla presenza della ’Ndrangheta nel commando che rapì Moro e uccise i cinque uomini della scorta. Ci sono state decine di riferimenti a questa presenza e i sospetti maggiori hanno riguardato De Vuono, grande specialista di armi che, secondo alcuni testimoni, era effettivamente presente in via Fani. “De” secondo Pecorelli partecipa alla uccisione insieme a “Maurizio” (il nome di battaglia di Mario Moretti). Ma un uomo dell’Anello, almeno secondo il nostro testimone Ristuccia, faceva parte del commando di via Fani: “Il Titta mi disse che anche nel commando che aveva operato in via Fani era presente un calabrese che lavorava per l’Anello meridionale, ma che era stato più volte impiegato da lui”.

    La famiglia Moro, Maria Fida in particolare, ha il dubbio che Moro sia stato liberato dalle Br e ucciso da qualcun altro. Da chi? “L’unica spiegazione”, ha detto l’ex presidente della Commissione stragi, Giovanni Pellegrino, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del presidente della Dc, “è quella che aveva pensato Craxi. Cioè che non sono i carcerieri a decidere l’esecuzione. L’ordine viene da fuori. E non sono stati loro neanche gli esecutori materiali. Entra in campo la complessità di più trattative che tendono da un lato alla salvezza di Moro e dall’altro alla neutralizzazione di quello che aveva potuto dire alle Br.

    La vicenda alla fine precipita perché queste trattative si ostacolano e fanno emergere nei custodi finali di Moro l’idea che la soluzione politicamente più opportuna fosse la soppressione di un ostaggio, cioè il Moro vivo, per poter neutralizzare gli effetti destabilizzanti del secondo ostaggio, cioè le cose che Moro aveva detto alle Br”. Oppure, molto più semplicemente, le Br uccidono Moro per uscire da una situazione senza sbocchi politici se non la liberazione, vista la mole di iniziative che quella mattina del 9 maggio erano in corso. Oppure c’è stata una cogestione: alla fine, per chi ha trattato, sia dalla parte delle Br, sia da quella dello Stato, la soluzione migliore, la più concreta e realistica dal punto di vista politico, è la morte di Moro. Ecco il perché delle tante incongruenze sulle modalità della morte e anche sul fatto che fosse stato detto o no a Moro che il suo destino era segnato.

    Ma c’è stato lo zampino di qualcuno che ha giocato al rialzo? Giustino De Vuono è scomparso nel nulla. Resta soltanto l’estremo messaggio di Carmine Pecorelli, che fa nascere nuovi interrogativi su questa storia dell’Anello e su questa inchiesta che la procura di Roma si avvia ad archiviare. Pochi giorni prima di essere assassinato (era il 20 marzo 1979), Pecorelli dedicò al delitto Moro l’ultimo suo inconfondibile articolo. Intitolato: Aldo Moro un anno dopo.

    Pieno di domande allusive, di sottintesi e probabilmente di messaggi, sarcastici e cifrati. Cita il lago della Duchessa, il falso comunicato Br del 18 aprile 1978, quanto il falsario Toni Chichiarelli, vicino alle Br e alla banda della Magliana, stila un falso documento che dà Moro per “suicidato” e sepolto nei “fondali limacciosi” di quel lago. Toni Chichiarelli seguiva da tempo – ci sono testimoni – il giornalista. “Chi è stato interrogato nel Palazzo? La catena ha rivelato in ogni suo anello l’esistenza di connivenze all’interno della struttura dello Stato, nel cuore dello Stato”. Un messaggio, un avvertimento, o una firma. Diventerà decifrabile poche ore dopo, quando un colpo di pistola in bocca chiuderà la vita di Carmine Pecorelli.

    Paolo Cucchiarelli, giornalista parlamentare, è autore, tra l’altro, di “Lo stato parallelo” (con Aldo Giannuli, Gamberetti editrice, 1997). In questa inchiesta anticipa alcuni elementi di un più ampio lavoro che sarà pubblicato in un volume intitolato “Morte di un Presidente. Perché l’omicidio Moro rimarrà un mistero”.

  3. venturelligiovanni Says:

    Inviato da Tablet Samsung.

  4. maurozani Says:

    @Aretino.
    ho già scritto su quel giorno dell’ 11 marzo 1977.
    E’ nell’archivio del blog.
    Mentre scrivevo pensavo che magari qualcuno m’avrebbe chiesto conto del mio racconto.
    Non è avvenuto.

  5. maurozani Says:

    Milli, vedo che sei informata. Ma siam in pochi .Ormai.

    PS. Questo post è uno dei meno letti in assoluto dal lontano 2009. Non a caso.
    Frega niente a nessuno.

  6. maurozani Says:

    Ah , la cosa più interessante del libro inchiesta di cui parlasi è la decrittazione dello scenario surreale/criptato del racconto di Franceschini , (La borsa del Presidente) scritto con l’ evidente collaborazione del senatore Sergio Flamigni. Di quest’ultima son buon testimone: ” non ti ha fatto un buon servizio Franceschini eh , ti ha fatto impiccare col fil di ferro!
    Assicurazione sulla vita?
    Risposta: ahahahaha!
    Via Gradoli si sapeva già da molto tempo.
    Invece quelle statue antiche…
    Sotterraneo vicino al mare …
    Già, quella sabbia…

  7. L'aretino Says:

    Caro Mauro, la cosa mi interessa anche perché l’ho vissuta direttamente. In che data avevi scritto?

    • Milli Says:

      Aretino, se l’hai vissuta direttamente, raccontaci. Su su,ascolteremo con attenzione. E poi con quel nome dietro cui ti nascondi forse potresti dirci molto. O no?

  8. claudiopagani Says:

    Caro Mauro, come ben sai , sulla rilevanza storica dell’affare Moro tra noi c’è un idem sentire perfetto : soprattutto nel senso che da allora , inizia un’altra storia in cui , Servizi segreti ( deviati ?) , criminalità organizzata , LOgge , + o meno deviate malaffare in genere hanno PRESO IN OSTAGGIO la politica italiana ( che gli aveva lasciato mano libera in quella drammatica vicenda) con riflessi e RICATTI che non sono MAi cessati fino ad oggi e hanno intossicato e reso + fragile ogni governo , anche quelli di centro-sinistra degli anni 90.. Io penso , ad esempio che gli attentati e i ricatti degli anni 92-93 e che sono , a mio avviso , quelli che fecero SCENDERE IN CAMPO Berlusconi , contro l’incombente pericolo che i Progressisti vincessero le elezioni nel ’94 e aprissero gli armadi degli scheletri di regime..Su questo e sulle GARANZIE OFFERTE in quegli anni , anche da Ministro degli interni, dal PRESIDENTE EMERITO , penso che molti potrebbero portare un contributo , anche minimo, ma tale da mettere nel giusto rilievo quella GARANZIA, tanto +che… Tanto + che quel Presidente Emerito si trovava a Washington nell’aprile 1978, per una serie di conferenze , primo COMUNISTA ITALIANO invitato e che , approfittando di quelle circostanze, incontro 2 volte Henry Kissinger , vero regista , anche tramite Steve Pieczinck inviato a Roma, di quell’orribile delitto . Cosa disse Kissinger ? quali garanzie offri l’interlocutore italiano? Come quegli incontri condizionarono e , in qualche misura , legarono le mani al PCI? Come vedi , caro Mauro, domande di non poco rilievo , con riverberi anche sulla politica odierna. Io penso che Vada assolutamente FATTA LUCE anche su questi aspetti , anche perchè quel DELITTO segno , sostanzialmente , la fine politica di Berlinguer ( gia fatto oggetto di attentato in Bulgaria nel 1973) cui poi segui drammaticamente anche la fine umana . E quindi tutti coloro che , ancora oggi , si sentono eredi di Berlinguer devono portare il loro contributo anche minimo e CONVINCERE altri a fare altrettanto….

  9. maurozani Says:

    @Aretino. Non so quando ho scritto ma quasi certamente in occasione di uno degli “anniversari”. La sostanza è che circolavano voci proprio a ridosso di quel marzo maledetto. Pochi giorni prima e anzi il giorno stesso. Non credo troppo alle coincidenze, per quanto esistano.
    Come quando Moro alla stazione di Roma scende dal treno Italicus all’ultimo momento…

  10. maurozani Says:

    Claudio. Hai sprezzo del pericolo, vedo. Ma io non andrei troppo in là. Le frequentazioni americane del presidente emerito sono arcinote , né ne ha mai fatto mistero.
    Quanto al resto io tendo a credere a ciò che ha più volte dichiarato l’amerikano inviato a Roma.
    Gli artefici dell’omicidio sono italiani. Tutto era pronto da tempo.
    Lui si è limitato a far in modo che accadesse.
    Facile.
    Facile come la redazione del falso comunicato sul lago della Duchessa che secondo lui : “serviva a preparare l’opinione pubblica alla morte di Aldo Moro”.
    Del resto Cucchiarelli scrive (non lo sapevo) di un tentativo di golpe risalente al 1977 e sembra vi sia in corso una qualche indagine ancora adesso, o uno spezzone d’indagine non si capisce bene.
    Gente già pronta.
    Con Cossiga che sa dov’è Moro e prepara il blitz , rimandato all’ultima ora.
    Ma insomma era già quasi tutto scritto da un tuo conterraneo, l’autore della “Tela del ragno” che all’epoca veniva preso per matto e che usò almeno in parte, molto probabilmente materiali e suggestioni, provenienti dalla ‘intelligence” bolognese del PCI.
    Io invece gli parlai ma (data la mia carica nel PDS) lui non si fidava.
    Non volle mai venire a incontrarmi a Botteghe Oscure e lasciai perdere.
    Gli telefonai solo quando venne fuori il libro di Franceschini, come ho riferito sopra. Lo feci per chiarirgli che avevo capito che non era tutta farina del sacco di Franceschini.

  11. maurozani Says:

    Laura, tempi difficili.
    Smemorati guidano ciechi.

  12. claudiopagani Says:

    Scusa Mauro , ma insisto. L’emerito sta a Washington nell’aprile 1978 , in contemporanea al sequesto Moro , e incontra Kissinger . Siccome Pieczinck è nello stesso tempo a Roma proprio su incarico di Kissinger : è cosi azzardato immaginare che sia stato oggetto di un briefing “chiarificatore” e che abbia dato segni tangibili di ACCETTAZIONE? Berlinguer fu imformato ? Sta di fatto che di li a qualche mese , quando Berlinguer prese atto dell’avvenuta modificazione del quadro politico ricollocando , con grandissima difficoltà , il PCI all’opposizione, l’opposizione dei miglioristi nei suoi confronti, si intensificò , provocando non poco stress al segretario.. E pi negli anni 80 , ogni volta che Andreotti , il vero CONOSCITORE di tutto il quadro e oggetto di pesantissime contestazioni , nel Memoriale Moro , fu difeso proprio , in primis , dall’emerito che trascinò tutto il partito . E poi…ancora oggi , anzi ieri , Renzi , ha fatto sentire 3 minuti dell’Emerito alla direzione del suo partito, per SOSTENERE L’INELUTTABILITA’ del Si…Quindi , ripeto , non è giunta l’ora di fare un po di luce?

  13. maurozani Says:

    Caro Claudio,
    intendiamoci che Napolitano sia SEMPRE stato un anticomunista nel PCI , io personalmente non ho alcun dubbio.
    Dopodiché si può immaginare di tutto.
    Personalmente son dotato di scarsa immaginazione…
    Comunque nulla nell’affaire Moro è inimmaginabile.
    Stando a ciò che sappiamo per certo, io son convinto che la trappola ordita per il tramite delle BR – COMUNISTE era assolutamente perfetta.
    Una gabbia di ferro.
    Alcune sbarre furono piantate dai fighetti/assassini delle BR seconda edizione.
    Sottolineo “seconda edizione”.
    Tutti in libertà da molto tempo grazie alla collaborazione con magistrati creduloni.
    Sempre stando ai fatti non era possibile sfuggire alla trappola.
    Pecchioli, persona stimabile e integerrima era , tuttavia, molto al di sotto delle capacità manovriere delle raffinate menti democristiane che gestirono la fine di Moro.
    Il quadro geopolitico era dato.
    Niente terza via berlingueriana, niente terza fase morotea.
    L’offensiva del compromesso storico, di cui la sinistra da salotto non ha mai capito alcunché, apparve come un pericolosissimo grimaldello geopolitico.
    Tanto ad ovest che ad est.
    Moro doveva morire.
    Punto.
    Dopodiché Berlinguer era finito.
    Oggi si potrebbe parlare di ingenuità. Forse.
    Ma in verità, quella fu la stagione della politica che non si rassegna.
    E la politica cominciò a morire con Moro e poi fu sepolta con Berlinguer.

    PS. in memoria di Ugo Pecchioli che i deficienti di LC e dintorni scrivevano sui muri con la Kappa.
    Un giorno il nostro comune conoscente mi disse che Pecchioli era andato da lui : ” ho un cancro al fegato , mi dicono che mi restano circa tre mesi, vorrei dare una mano in campagna elettorale”.
    Andò a fare la campagna elettorale in Calabria.

  14. L'aretino Says:

    Quanto all’Italicus di oggi, faremmo bene tutti a scendere anche da questo treno.
    Quanto al marzo 1977, durante i fatti si constatava quanto la cosa fosse finemente organizzata (gli spari, le radio, gente arrivata da Roma, ecc.), e, inizialmente, tollerata dalla questura; il giorno dopo giravano nella città deserta e sgomenta strani personaggi … La vulgata posteriore del partito bolognese fu ambigua e consolatoria ma non rilevò che quei giorni fu seppellita una buona parte della esperienza del PCI emiliano “di governo” o forse la verità era nota a qualcuno e non si poteva dire? Certo dopo anche tra noi gran spazio a nani e ballerine, fino alla candidatura della ragazza …

    • milli Says:

      Autonomi e provocatori vari mi fanno venire l’orticaria con
      pericolo di gravi crisi anafilattiche. Per quanto riguarda le sedicenti br, tutte .in galera a vita e buonanotte@

  15. claudiopagani Says:

    Comunicazione di servizio per Mauro. Oggi su LA Stampa interessante intervista di D’Alema che comunica il NO per una vera riforma , concentata in 3 articoli , da approvarsi in 6 mesi dai 2/3 dei parlamentari ( e quindi anche i 5ST) . Siccome tu , fin dall’inizio , hai sostenuto giustamente che il NON per essere credibile debba proporre una riforma semplicissima e “anticasta” , te ne consiglio la lettura..Attendo i tuoi commenti…

  16. maurozani Says:

    non avevo dubbi che il nostro avrebbe esternato. Infatti ho comprato il Corriere…obiettivo mancato.

  17. maurozani Says:

    Vedo se la trovo.

  18. claudiopagani Says:

    Comunque anche la Stampa online lascia leggere l’intervista..

  19. maurozani Says:

    Non mi risulta.
    Vedo su La stampa on line solo una nuova pista del magistrato Priore secondo cui la strage di Bologna l’ hanno fatta i palestinesi su impulso del KGB. E’ la nota tesi di Cossiga.
    Leggerò il suo libro e ci tornerò sopra
    Al momento dico solo che a me Priore è sempre sembrato una ciofeca di magistrato.
    Un perfetto paraculo.

    PS. Al netto della mia percezione che Fioravanti e Mambro, due canaglie, due pluriomicidi /fighetti , e figli di puttana , riflesso speculare delle Br di morettiana memoria, hanno funzionato da perfetta copertura ad una strage “geopolitica”. Qualcosa che andava molto al di là della percezione del mio amico Libero Mancuso. Persona perbene. Sia chiaro.

  20. maurozani Says:

    Sul tema condivido Paolo Bolognesi, per la prima volta.
    L’altra volta, nel lontano 1996 (lo so è un colpo basso) non fummo d’accordo.
    “Quante possibilità ho di esser candidato al Parlamento, da uno a 10? ”
    Risposta : “vicino a zero”.
    Sì perché io non ho mai, dico mai, condiviso l’idea puttanesca (leggi politicista/cinica ) di candidare i parenti delle vittime di stragi.
    Per me valeva per il 2 agosto quanto per Ustica o magari per la Uno Bianca.

    E così mi rendo ulteriormente antipatico.
    Non che mi dispiaccia.
    Anzi.

  21. claudiopagani Says:

    Ecco qua l’intervista trascritta con un COPIA E INCOLLA dalla Stampa online

    D’Alema: “Se Renzi perde non ci sarà il vuoto. La Carta si può cambiare in 3 punti”
    In Parlamento possibili altri governi per riforme chiare, rapide e condivise

    Il Senato italiano è destinato a cambiare profondamente se passerà il Si al referendum

    Il vento politico sta girando, radio, tv e giornali sono tornati a cercarlo e in questo improvviso revival Massimo D’Alema si ancora ad una certa materialità della politica: «Mi chiedo come faranno i cittadini ad orientarsi in vista del referendum sulla Costituzione. Devono votare a favore o contro un libro…». Un libro? D’Alema – seduto alla scrivania della Fondazione ItalianiEuropei – mostra un opuscolo: «Questo è il volumetto di parecchie pagine, che la Camera dei deputati ha pubblicato con tutte le modifiche alla Costituzione. Un testo farraginoso e confuso, di difficile comprensione persino per i tecnici, figurarsi per un cittadino. Sarebbe stato corretto formulare diversi ddl per i punti della riforma e consentire ai cittadini di rispondere ai quesiti, con un si o con un no, ma evidentemente si è preferito impostare il referendum come un plebiscito».

    Quasi inevitabile che Renzi enfatizzi un atteggiamento del tipo: dopo di me il diluvio. Sta nel gioco?

    «No. Si vota sulla Costituzione e si dovrebbe farlo con un confronto sereno anziché in un clima di paura, dominato dal preteso rischio di ingovernabilità e addirittura di recessione di cui Confindustria si sta facendo portavoce. Ma attenzione: in questa fase l’opinione pubblica, se si sente ricattata da una campagna palesemente menzognera, si irrita. Se vincerà il No e Renzi insisterà nel volersi dimettere, dopo di lui non ci sarà il diluvio, semmai il buonsenso».

    Ma oggi un governo c’è e invece la vittoria del No cancellerebbe esecutivo e riforma istituzionale. Non è troppo?
    «Anzitutto io non chiedo le dimissioni di questo governo. Se cade questa pasticciata e confusa riforma, il Parlamento non soltanto potrà non essere sciolto – e da questo punto di vista confido nella saggezza del Capo dello Stato – ma io credo che ci saranno anche un governo, se necessario, e una nuova legge elettorale»

    Chiedere a Renzi di restare dopo tutto quello che ha detto, non somiglia ad una provocazione?
    «Le dimissioni sono qualcosa che lui ha gettato nella mischia per ragioni politiche, legittime, ma tutte sue. Per la verità nessuno chiede le dimissioni di Renzi. Se non Renzi. E in ogni caso a quel punto si potrebbe fare una riforma, condivisa, chiara e rapida»

    Facile a dirsi…
    «Penso a una riforma che preveda tre articoli. Scritti in italiano, non in politichese. Primo: è ridotto il numero complessivo dei parlamentari. Duecento deputati e cento senatori in meno. Avremmo una riduzione di trecento parlamentari, con il vantaggio che non ci sarebbero “dopolavoristi”, destino che invece attende consiglieri regionali e sindaci secondo quanto previsto dalla riforma».

    Articolo 2 e articolo 3?
    «Articolo secondo: il rapporto fiduciario del governo è solo con la Camera dei deputati. Dunque, fine del bicameralismo perfetto. Articolo terzo: nel caso in cui il Senato o la Camera apportino delle modifiche ad un testo di legge, tali modifiche vengono esaminate entro un tempo limitato da una apposita commissione, costituita dai parlamentari dei due rami. Se l’intesa non c’è, passa il testo prevalente, che viene sottoposto al voto delle due Camere, con sbarramento ad ulteriori emendamenti. Fine della navetta, del bicameralismo perfetto e delle perdite di tempo. Un meccanismo di questo tipo esiste in altri Parlamenti: per esempio in quello americano. Una riforma approvabile dai due terzi dei parlamentari, che si può fare in sei mesi. Nel frattempo si discute una nuova, seria legge elettorale, che non preveda più la nomina dei parlamentari da parte dei capipartito e non abbia una impostazione rischiosamente iper-maggioritaria. Non ho mai condiviso l’Italicum e non penso che sia pienamente rispettosa della sentenza con cui la Consulta ha cancellato il Porcellum».

    Ma perché tutto questo “ambaradan” se una riforma costituzionale già c’è? Nessuno dice che siamo alla Terza Repubblica, ma non è meglio che niente?
    «Ho avanzato una proposta alternativa. E chiedo un No al referendum per fare seriamente le riforme e non impedirle. Le riforme serie sono quelle condivise e non imposte a maggioranza. Ricordo un bellissimo intervento dell’onorevole Sergio Mattarella, che contrappose lo spirito della Costituente alla pretesa arrogante, allora di Berlusconi, di riforme a maggioranza. E noi le respingemmo».

    Se la riforma interpreta bene l’urgenza di un cambiamento, il bon ton può non essere essenziale. O no?
    «Non è solo questione di bon ton. Ridurre la Costituzione a legge ordinaria non va bene per il Paese perché diventa una riforma di incerta durata. La Costituzione deve essere un testo stabile, di regole scritte da tutti. I grandi Paesi hanno costituzioni che durano molti anni, ma se noi ad ogni mutare di maggioranza politica, cambiamo la Costituzione, il sistema vive nel massimo di incertezza. E comunque, almeno, la maggioranza di Berlusconi era espressione forte di un voto popolare».

    Ma nel merito?
    «Ci sono disposizioni demagogiche e altre foriere di conflitti istituzionali. Due soli esempi: sindaci e consiglieri regionali possono trascorre cinque giorni a Roma nelle commissioni parlamentari? Pura demagogia. Per potere dire: non gli pagheremo lo stipendio. Poiché non vi è una chiara distinzione delle leggi delle quali si deve occupare il Senato, noi rischiamo di aprire un contenzioso tra le due Camere, di volta in volta risolto dalla Corte costituzionale. Per tutte queste ragioni chiedo di votare no per una vera svolta riformatrice».

    A Torino l’importante consuntivo portato dal sindaco è stato una sorta di variabile indipendente rispetto alla generica esigenza di cambiare: si sente almeno un po’ solidale con Renzi, considerato da alcuni già «vecchio»?
    «Il Paese vuole novità, sperava che la novità fosse Renzi ed è rimasto deluso e infatti sul voto ha pesato un sentimento anti-Renzi.

  22. maurozani Says:

    Grazie Claudio.
    non è molto diversa dalla mia modesta proposta.

    PS. Il peccato originale resta: l’adesione al PD.
    Proprio il realismo politico, improntato e sorretto da una preclara visione del mondo attuale avrebbe consigliato altra e diversa drastica rottura.
    PPS. A volte è logico, giusto , necessario, persino “morale” combattere anche contro i mulini a vento.
    Storia lunga…

  23. claudiopagani Says:

    Qui , pero , non è in discussione la coerenza o meno di una particolare scelta politica di cui ciascuno si assume la responsabilita politica e storica . La questione , che mi pare condividiamo, è QUI ED ORA che ognuno faccia il suo DOVERE in questo refererndum che ha assunto una valenza , pefino drammatica : questa intervista rilasciata ad un giornale a grande tiratura porta un mattoncino , mi pare condividiamo , nella giusta direzione… e raccogliere il 50, 1 a votare per il no , anche se Renzi ha qualche difficoltà, non sarà una passeggiata.

  24. claudiopagani Says:

    E poi , Mauro detto sottovoce, mi interessava che tu rilevassi la sostanziale convergenza di questa , con la tua NIENTE AFFATTO modesta proposta ( e che denunciava un NOTEVOLE intuito politico). E , in tempi di poche soddisfazioni ( politiche ) , a me personalmente basta poco….

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