Archive for febbraio 2018

LeU.

febbraio 14, 2018

A bocce ferme il quattro marzo, l’unica alternativa alla scheda bianca sarebbe votare per LeU.
Sarebbe, condizionale.
Solo che manca un requisito fondamentale: la credibilità.
La metafora boschiva di Bersani non convince.
Intanto perché chi esce dal bosco, poteva certo esser scappato dal PD ma anche essersi imboscato nel PD, rimanendovi troppo a lungo.
E’ il vostro caso, caro Bersani.
Non basta accogliere i profughi; ad uno come me (ma anche ad altri) serve anzitutto dire, con chiarezza ed onestà, dove volete andare.
Lo dovete anzitutto a chi non s’è mai imboscato.
Se non altro perché voi, ex PD, nel mezzo del cammin di vostra vita v’inoltraste per una selva oscura, ché la diritta via ‘avevate’ smarrito.

Eh sì, vi smarriste tu e gli altri tuoi compagni, senza ascoltare voci critiche e preoccupate in relazione alla nascita di un partito il cui unico obiettivo era quello di fuggire, il più lontano e il più presto possibile, da qualsiasi idea di sinistra.
.
Leggo che : “ sembra che nel 1285 a Firenze una ‘leuncia’ fosse tenuta in una gabbia presso il palazzo del Podestà”.
Ai giorni nostri, nel 2014, c’era un sindaco a Firenze dentro quel palazzo, gli avete spalancato la porta nello stesso momento in cui avete fortissimamente voluto il PD.

Il PD è per Renzi , non per voi.
Nasce per lui, non per voi.
Renzi resta, e a mio avviso resterà, il miglior interprete di un partito trasformista, ad un tempo moderato di centro, blandamente progressista e riformista.

Vedete cari compagni ed amici di LeU, il problema per tanti di noi è il PD , non Renzi.
Ed è esattamente ciò che non dite mai con chiarezza.
Forse pensate ancora che col PD in caduta elettorale avverrà una decisiva resa dei conti.
Personalmente non lo credo affatto: la mutazione genetica, a lungo incubata nei DS, è ormai del tutto completata. Ma se anche avvenisse un ribaltone, cosa pensate di fare: la sinistra di governo?
E con quali rapporti di forza, tra voi e il PD sia pur “liberato” da Renzi?
No, così non va.

Lo dico con stima nei confronti di molti di voi; beninteso al netto di Fratoianni e compagnia.
Bisognerebbe sapere che per diventare sinistra di governo occorre prima fare un lungo cammino di opposizione senza del quale non si recupera la credibilità perduta.

L’Italia ha un bisogno vitale di un’opposizione di sinistra che è mancata da gran tempo.
Ne avrebbe bisogno , più ampiamente in Europa, anche una cosa che chiamiamo ancora democrazia.

Il vostro realismo politico vi porta invece a cercare scorciatoie per “la sinistra di governo” tanto inutili quanto dannose.

Quando, dopo il 4 marzo, deciderete (semmai lo deciderete) di collocarvi stabilmente all’opposizione, forse allora vi voterò.
Non prima.

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Opposti estremismi.

febbraio 12, 2018

Brutta , bruttissima storia quella di Macerata.
Ci ho pensato in questi giorni anche alla luce delle parole di Renzi contro tutti gli estremismi.
Un nazista, subito derubricato a folle, spara per uccidere e il ministro degli Interni dice, senza paura del ridicolo, che lui ha concepito la nuova politica contro l’immigrazione proprio perché aveva previsto l’azione di Traini.
Capito?
Peggiore perfidia non si potrebbe concepire.
Specie da parte di un ministro degli interni che non ha alzato il culo, come peraltro Gentiloni e Mattarella, per andare a visitare i feriti.
Lo stesso vale per i grillini. Ma anche per il Presidente del Senato e la Presidenta della Camera; e ciò è più grave.

Alla fin dei conti il messaggio è chiaro: sono immigrati, sono negri…si perdono voti.
O no?
Qualcuno, se può, mi offra un’altra interpretazione per queste autorevoli assenze.

Dopodiché, oggi Minniti visita il carabiniere , bianco,ferito a Piacenza.
Va benissimo fa parte dei suoi doveri, e Mattarella incontra l’insegnante, bianca, ferita da un balordo.
Tutto giusto, lodevole, senz’altro.
Lo dico senza ironia.

Ma quando si tratta di “negri” la musica cambia…

Lo dimostra senza ombra di dubbio l’atteggiamento ostile esibito nei confronti della grande manifestazione di Macerata, che quell’esserino del sindaco PD (su istruzioni del PD) non voleva.

La musica sembra cambiare anche per l’ANPI che sta diventando, sempre più, collaterale al PD: il partito che combatte gli opposti estremismi, come la Dc quaranta anni fa.

Per inciso, non rinnoverò la tessera dell’ANPI, l’unica che mi rimaneva. Lo faccio essendo certo che i partigiani si sarebbero ribellati al servilismo che l’associazione ha dimostrato in questa occasione.

Poi c’è la tempestiva rimozione del questore che è stato tolto di mezzo  dalla sera alla mattina.

Sarebbe utile sapere perché.

Forse non è stato del tutto ligio agli ordini di Renzi/Minniti?
Ovvio che è così, dato che era a Macerata solo dal 30 novembre scorso.
Altro che normale avvicendamento.

Sti’ stronzi vogliono anche prenderci per il culo!
In verità loro auspicavano un qualche incidente a Macerata per poter gridare contro gli estremismi.
Hanno dovuto rimediare con l’episodio di Piacenza che gli è stato fornito a gratis da quattro dementi.
Per questo oggi il ministro è venuto a Bologna.
Questo è il PD, cari elettori.
Un partito d’ordine che fa la campagna elettorale rincorrendo la destra.
E tra un po’ la supererà.
A destra.

Foibe.

febbraio 10, 2018

 

 

E un po’ lungo ma varrebbe la pena leggerlo. Dopo che le foibe sono messe sullo stesso piano di Auschwitz grazie ad un accordo tra destra e sinistra. Noi celebriamo il 27 gennaio di ogni anno la giornata internazionale della memoria e a voi concediamo la giornata del ricordo il 10 febbraio. Contenti tutti.

 

 

Anche gli italiani in Jugoslavia non furono esenti da colpe durante l’occupazione, tutt’altro. Un’intervista sulle foibe e i crimini italiani in Jugoslavia

“Non si ammazza abbastanza!”. O ancora peggio: “So che siete dei buoni padri di famiglia. Questo va bene a casa, ma non qui, qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Sono gli ordini con i quali i capi fascisti ammonivano i Corpi d’Armata italiani stanziati lunga tutta la Regione balcanica – ossia dalla Slovenia fino alla Grecia – per incitare a commettere le barbarie più selvagge e immaginabili.
Fatti che spesso sono pagine volutamente dimenticate della storia italiana. Infatti, alla fine della seconda guerra mondiale, il giudizio sui militari del Regio Esercito era diviso tra un’opinione pubblica internazionale che li considerava criminali di guerra e un’opinione pubblica interna, incline a considerarli vittime della guerra fascista e “buoni italiani”. Quali furono le cause che determinarono una percezione tanto difforme della realtà degli eventi legati alle guerre di aggressione dell’Italia fascista? È la questione che abbiamo affrontato con Davide Conti – storico ricercatore della Fondazione Basso e attualmente consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica (dove lavora al riordino delle carte di Rosario Bentivegna e di Carla Capponi) –, che ha scosso molte acque grazie alle pubblicazioni di “L’occupazione italiana dei Balcani. Tra crimini di guerra e mito della brava gente” e più recentemente i “Criminali di guerra italiani” che tratta più specificatamente delle vie politico-diplomatiche grazie alle quali venne garantita l’impunità ai militari del regio esercito responsabili di crimini contro i civili nei paesi occupati. Ecco cosa ci ha raccontato.
Qual è il percorso professionale che l’ha portata a occuparsi delle ricerche il cui frutto sono le opere “L’occupazione italiana dei Balcani” e “Criminali di guerra italiani”?
“Iniziai il lavoro per il primo volume nel 2006 a seguito di una serie di colloqui con Rosario Bentivegna, partigiano romano molto noto per essere stato uno dei membri dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) che attaccarono il 23 marzo 1944 il battaglione tedesco Bozen, in via Rasella a Roma. Bentivegna, dopo la liberazione di Roma, venne inviato in Montenegro come vicecommissario politico delle Brigate Garibaldi e mi raccontò la sua particolare esperienza di partigiano italiano in Jugoslavia. I civili chiamavano gli italiani ‘palikuće’ (brucia case) e avevano nei loro confronti la stessa acredine riservata ai soldati tedeschi. Contrariamente alla rappresentazione bonaria e autoassolutoria degli ‘italiani brava gente’ i crimini di guerra, le deportazioni, le rappresaglie, le fucilazioni e i bombardamenti sugli abitati civili avevano rappresentato una prassi costante delle truppe del regio esercito nella cosiddetta ‘Provincia di Lubiana’ e nel Montenegro. Da queste riflessioni nacque l’idea di raccogliere documentazione sui crimini di guerra italiani nei Balcani comprendendo nella ricerca lo studio delle politiche di occupazione fascista anche in Albania e Grecia”.
Le conclusioni a cui è giunto nelle ricerche?
“L’Italia nel dopoguerra evitò di fare i conti con la propria storia e in particolare con l’esperienza criminale della dittatura fascista. Il sostegno dato al movimento fascista dalla classe dirigente nazionale nel 1922, il consenso goduto dalla dittatura mussoliniana presso l’opinione pubblica fino alla disfatta militare, la questione dei crimini di guerra compiuti dal regio esercito durante le aggressioni coloniali in Africa e poi nei Balcani e l’impunità dei responsabili furono tutti temi completamente elusi dalla riflessione nazionale e sostanziarono quel processo di mancato rinnovamento ed epurazione che un grande storico come Claudio Pavone ha chiamato ‘continuità dello Stato’. Il risultato oggi è che nel paese si fa molta fatica a ragionare sulle questioni relative ai crimini di guerra italiani perpetrati dal regio esercito e alle responsabilità del fascismo. La cosiddetta mancata ‘Norimberga italiana’ ha inciso profondamente sia nella struttura dello Stato post-fascista, rimasto in gran parte immutato nel personale e nella mentalità, sia nella coscienza nazionale del nostro popolo che, a differenza di quello tedesco, sente molto meno il peso della responsabilità di aver scatenato la guerra a fianco di Hitler, delle leggi razziali, della persecuzione dei dissenzienti e degli oppositori politici. In questo senso la consapevolezza italiana non si avvicina nemmeno lontanamente al cosiddetto “senso di colpa tedesco”. In Germania la costruzione di un monumento a un criminale di guerra sarebbe causa di una crisi politica e di provvedimenti durissimi nei confronti degli eventuali amministratori promotori dell’iniziativa. In Italia è stato appena inaugurato un monumento a Rodolfo Graziani e allo scandalo ha gridato quasi solo la stampa anglo-sassone, francese e tedesca”.
Come hanno fatto i criminali di guerra italiani a eludere le richieste di giustizia e quali sono stati gli interessi che hanno favorito questa soluzione?
“Il principale fattore, ma non il solo, in grado di determinare l’impunità per i nostri criminali di guerra fu senz’altro il nuovo equilibrio geopolitico della Guerra Fredda. La divisione bipolare del mondo rimodulò interamente il sistema di alleanze internazionali, così gli alleati di ieri si apprestavano a divenire i nemici di domani. L’Italia si trasformava da membro dell’Asse nazifascista a componente organica della costituenda Alleanza Atlantica a guida anglo-americana mentre l’Urss, che aveva combattuto e vinto la guerra insieme agli Alleati, si trasformava in avversario militare. Processare a livello internazionale gli italiani accusati di crimini avrebbe determinato la decapitazione dei vertici del nostro esercito e una epurazione di carattere esogeno che avrebbe indebolito le Forze Armate. Gli anglo-americani al contrario puntarono a riorganizzarle rapidamente per inserirle nel nuovo dispositivo militare internazionale anticomunista. Inoltre non dobbiamo dimenticare che Usa e Gran Bretagna, avevano piena consapevolezza che la Guerra Fredda sarebbe stata combattuta anche sul piano ideologico e proprio su questo punto il personale ex-fascista dava garanzie di assoluta fedeltà anticomunista nel confronto con l’Urss. Per il motivo uguale e contrario tutti o quasi i partigiani che erano entrati nelle forze di polizia o nell’esercito ne furono progressivamente allontanati in quanto sospetti di simpatie o, nel caso dei comunisti, di organicità ad un partito direttamente collegato al nemico di Mosca. Per queste ragioni Usa, Gran Bretagna e Francia ritirarono le liste di criminali di guerra italiani che loro stessi avevano consegnato alla commissione delle Nazioni Unite. La Grecia, anch’essa inserita nel campo occidentale, siglò con Roma un accordo segreto nel 1948 che chiuse la questione non solo evitando richieste di estradizione ma avviando addirittura il rimpatrio: è il caso di Giovanni Ravalli, dei militari italiani già condannati dal Tribunale di Atene.
Per la cronaca, in tema di continuità dello Stato, Ravalli in Italia diventerà prefetto prima a Palermo e poi a Roma. Sul piano ‘tecnico’ il governo italiano istituì una commissione d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto che rivendicando il diritto di processare in patria i criminali fascisti, non ne permise l’estradizione non avviando mai i procedimenti giudiziari. Fino al 1948 la Jugoslavia, soprattutto, e l’Albania continuarono ad avanzare richieste di estradizione dei vari Gastone Gambara, Mario Roatta, intanto fuggito in Spagna, Alessandro Pirzio Biroli, Temistocle Testa, Mario Robotti, Emilio Grazioli e tanti altri. Nel 1948 la rottura tra Stalin e Tito, privò Belgrado del suo alleato internazionale più importante, indebolendone il peso politico rispetto alla richiesta di consegna dei criminali italiani che, infatti, rimarrà inevasa. Per queste ragioni nessuno degli oltre mille presunti criminali di guerra italiani venne mai processato”.
Del criminale di guerra Temistocle Testa – che come prefetto di Fiume diede ordine e diresse personalmente persecuzioni in grande stile contro gli elementi antifascisti – si parla relativamente poco. Quando le sue vittime quarnerine, e ce ne sono tantissime, avranno giustizia?
“A settant’anni di distanza dai fatti e con quasi tutti i protagonisti scomparsi per questioni anagrafiche, credo sia molto complicato parlare di giustizia dal punto di vista penale. Tuttavia a mio giudizio i processi, se venissero rintracciati i responsabili, andrebbero fatti non per portare in carcere persone di ottanta o novanta anni ma per sanzionare e condannare con un atto pubblico quelle politiche di sterminio e guerra ai civili di cui anche gli italiani si macchiarono. A questo naturalmente si aggiunge la legittima rivendicazione di giustizia avanzata da chi è stato vittima o ha avuto un parente che ha subito violenze. Tuttavia anche su questo punto deve essere rilevata la responsabilità delle istituzioni italiane. Temistocle Testa, ad esempio, non solo non venne processato a livello internazionale per le repressioni nei Balcani, ma anche sul piano della giustizia italiana la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Roma decretò il ‘non luogo a procedere’ contro di lui perché amnistiati i reati di ‘organizzazioni di squadre fasciste, arresto illegale continuato e abuso d’autorità’ e perché ‘il fatto non costituisce reato’ rispetto all’accusa di ‘collaborazionismo’, infine per il reato di ‘malversazione’ Testa venne assolto per insufficienza di prove. Fu evidente, dunque, la volontà di procedere con la transizione dalla dittatura alla democrazia senza chiudere in modo giusto e trasparente i conti col fascismo. Lo stesso Testa, il 5 luglio 1948, depose come teste d’accusa contro i GAP romani durante il processo Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine. Un’incredibile inversione del senso della storia che, nell’Italia nata dalla Resistenza, vede i partigiani accusati dai fascisti per una strage compiuta dai nazisti e da loro stessi che ne erano gli alleati-collaborazionisti”.
Nell’ultimo decennio, gli studi sui crimini legati agli eventi bellici e coloniali commessi dall’Italia, si sono moltiplicati. Secondo lei, esiste la possibilità che il governo italiano assuma la responsabilità e condanni definitivamente questi crimini?
“In ambito accademico e di ricerca scientifica ormai da tempo si dibatte apertamente di questi temi senza alcuna censura e i volumi e gli studi sono ormai molti e molto importanti. I problemi sono stati sempre, fin dal dopoguerra, di natura politica e hanno messo, tra l’altro, l’Italia nella condizione di non poter celebrare i processi per le stragi naziste che, infatti, solo in epoca contemporanea alcuni procuratori militari come Antonino Intelisano, Marco De Paolis e Sergio Dini hanno riaperto dopo la cosiddetta scoperta dell’armadio della vergogna. Dalle carte diplomatiche e politiche emerge chiaramente che il silenzio sui crimini di guerra tedeschi contro civili italiani venne scambiato con quello sui crimini del regio esercito. Rivelatori di questa logica sono i documenti redatti dall’ambasciatore a Mosca, Piero Quaroni, e il pro-memoria del febbraio 1948 del Segretario Generale del Ministero degli Esteri, Vittorio Zoppi, che avvertivano esplicitamente il governo di Roma che una volta avanzata la richiesta di processare i criminali tedeschi l’Italia avrebbe dovuto far fronte ad analoghe richieste dei paesi dell’Africa e dei Balcani occupati dalle nostre truppe. Dal punto di vista istituzionale recente, parliamo del 2000-01, fu incredibile il silenzio nel nostro paese sui lavori di una commissione bilaterale composta da storici qualificatissimi italiani e sloveni che dopo anni di lavoro stese una relazione di ricostruzione complessiva di tutti gli eventi occorsi sul confine orientale italo-jugoslavo. Si documentavano le tensioni del periodo liberale, le politiche aggressive del ‘fascismo di frontiera’ degli anni ‘20, i crimini di guerra italiani, le foibe e le violenze jugoslave verificatesi nel settembre ‘43 e nel maggio ‘45. Insomma, si ricostruiva l’interno quadro indicando anche le reciproche responsabilità. Il governo sloveno ha pubblicato ufficialmente i risultati storici di quella commissione, peraltro costituita e pagata con finanziamenti pubblici. Il governo italiano non lo fece e la relazione è stata pubblicata solo da qualche casa editrice attenta alla questione. Devo dire che dopo anni di silenzi e memorie omissive alcuni timidi passi sono comunque stati fatti. L’incontro di Trieste tra i tre presidenti italiano, sloveno e croato e la visita di Napolitano al Narodni Dom, incendiato dai fascisti nel ‘20, hanno segnato quantomeno una discontinuità nella nostra rappresentazione pubblica nazionale. Nel 2009 per la prima volta l’ambasciatore italiano ad Atene, Giampaolo Scarante, ha reso ufficialmente omaggio alle vittime della strage di Domenikon, un eccidio di oltre 150 civili greci eseguito dalla divisione Pinerolo per rappresaglia dopo la morte di 9 militari italiani per un attacco partigiano”.
Lei smonta completamente l’immagine autoassolutoria degli italiani brava gente. Cosa prova nel contrastare la narrazione storica oggi dominante in Italia? Ha subito delle intimidazioni?
“Non ho mai subito minacce. A me interessa lo studio di quei fatti poiché li ritengo particolarmente importanti non solo in funzione della comprensione delle vicende della seconda guerra mondiale, ma anche per il successivo peso che l’impunità dei criminali ha avuto nel vissuto dell’Italia repubblicana e democratica. Francamente, contrastare la narrazione storica dominante non è il mio principale obiettivo anche perché rispetto all’impatto presso l’opinione pubblica i lavori storici scontano un gap sostanziale di diffusione e accesso all’informazione rispetto ai mass-media”.
Secondo lei il mito del bravo italiano persiste ancora oggi?
“Il mito del bravo italiano non solo esiste ancora oggi ma viene continuamente alimentato dalla rappresentazione che si fa dei militari italiani impegnati nei numerosissimi fronti di guerra aperti in tutto il mondo. I nostri soldati non sono mai rappresentati come militari facenti funzioni e rispondenti a precise e determinate regole d’ingaggio bellico. La loro attività è presentata dai mass-media e dalla larga maggioranza della classe politica come una missione di pace promossa per aiutare le popolazioni dei paesi dove si svolge l’intervento militare e non per sviluppare attività bellica. Durante la guerra in Kosovo e i bombardamenti sulla Jugoslavia, tanto per rimanere nei Balcani, il governo D’Alema denominò l’azione ‘Missione Arcobaleno’”.
Cosa prova nelle celebrazioni in occasione del “Giorno del ricordo”?
“La Giornata del ricordo, che devo dire non è la sola, rappresenta a mio giudizio un tipico esempio di uso politico e strumentale della storia. Con la sua istituzione non ci si è proposti una rivisitazione critica della storia nazionale, né una lettura complessiva dei rapporti e dei conflitti intercorsi sul confine orientale tra Italia e Jugoslavia. Si è al contrario rappresentata una memoria selettiva che fotografando con un’istantanea un solo momento dell’intera vicenda, ha escluso dall’immaginario collettivo tutto ciò che era stato prima (i crimini fascisti) e tutto ciò che fu dopo (l’impunità dei criminali), decontestualizzando il carattere di quel fenomeno di violenza che, lo sottolineo, non deve essere ‘giustificato’ ma chiarito nei suoi termini storici. Inoltre se si fosse voluta una giornata del ricordo dedicata alle vittime delle foibe se ne sarebbe dovuta indicare una in settembre o in maggio, cioè quando si verificarono le violenze. In realtà, la data del 10 febbraio mi sembra porre una contestazione di legittimità al Trattato di Pace di Parigi del 1947, il cui anniversario ricorre proprio il 10 febbraio. Sembra quasi che la narrazione dei ‘vinti di Salò’, che consideravano quel trattato un ‘diktat’ e la definizione dei confini con la Jugoslavia una mutilazione del territorio italiano, sia emerso dalla marginalità memorialistica e si sia trasformato, vista la convergenza ‘bipartisan’ dei partiti politici, in una rappresentazione nazionale ‘condivisa’”.
Un suo commento sulla pulizia etnica e sulle foibe a danno della popolazione italiana autoctona?
“Le foibe, le violenze sul confine orientale gli arresti e le deportazioni sono il pesante prezzo che venne pagato a causa dell’eredità fascista. Purtroppo la strumentalizzazione che la destra italiana e la parte maggioritaria della sinistra ne hanno fatto, ha impedito di guardare a quei tragici fatti con la consapevolezza e la coscienza che avrebbero meritato. La propaganda sulle “centinaia di migliaia” di vittime (quando gli studi più accorti stimano in tutto 5 mila morti circa dovuti alle violenze jugoslave) e l’uso improprio e mass-mediatico del termine ‘infoibati’ (in realtà le persone uccise e gettate fisicamente nelle gole carsiche furono alcune centinaia) con il quale si comprendono a forza tutte le altre numerose vittime scomparse, uccise o deportate, non hanno certamente agevolato né il compito degli storici né la formazione di una seria coscienza nazionale su questi drammatici fatti. Non ritengo che le foibe e le violenze jugoslave siano state espressioni di pulizia etnica, tanto che nella stessa Jugoslavia operarono intere divisioni partigiane italiane a fianco dell’esercito di liberazione di Tito. A mio giudizio il problema principale è inquadrare, senza cercare inutili e false negazioni dei fatti, i fenomeni di violenza contro gli italiani in una lettura non strumentale. La prima ondata di violenza del settembre 1943 si caratterizzò come una rivalsa o, se preferiamo, una ‘jacquerie’ contadina. Non ci fu alcun disegno politico dietro quelle uccisioni, oggi stimate dagli studi più accurati e seri intorno alle 500-600 vittime, ma l’incontrollato fenomeno di rivalsa sociale, nazionale e personale delle popolazioni che si erano viste represse e oppresse durante gli anni della dittatura fascista e prima ancora durante lo squadrismo degli anni ‘20. Le uccisioni del 1945, numericamente superiori a quelle del 1943, seguono, invece, una logica politica ma devono essere collocate, anche qui senza negarle, nel quadro della lotta di liberazione jugoslava. L’Armata Popolare di Liberazione Jugoslavo di Tito risalendo il territorio nazionale realizzò una generale liquidazione violenta dei collaborazionisti filo nazisti e filo fascisti. In questa logica furono uccisi ad esempio gli ustascia croati o i cetnici serbi, a conferma che non era la pulizia etnica il criterio di soppressione del nemico ma la sua vera o presunta appartenenza allo schieramento nazi-fascista. Su quella epurazione violenta e sulla esperienza della Resistenza dell’APLJ, la più forte e organizzata di tutta l’Europa occupata, venne ricostruita l’unità nazionale jugoslava ed edificato il nuovo Stato. In questo contesto, durante la risalita delle divisioni di Tito dal sud verso il nord del paese, vengono coinvolti anche gli italiani considerati fascisti e si apre la questione dei territori e di Trieste che infatti risponde, a differenza del 1943, ad una logica tutta politica”..

Gianfranco Miksa

 

PS. Per chi volesse approfondire, in lungo e in largo l’argomento consiglierei di andare sul sito de “Internazionale”. Si possono leggere analisi puntuali di un gruppo di storici qualificati da dove se ne trae in modo incontrovertibile che la questione etnica c’entra come i cavoli a merenda. Checché ne dica il Presidente della Repubblica.

 

Fascisti del terzo millennio.

febbraio 8, 2018

Da Mentana l’altra sera ho ho ascoltato l’analisi di Emilio Gentile, storico e studioso del fascismo. Oggetto della discussione: la proliferazione di gruppi neofascisti, posta in relazione con la vicenda di Macerata.
La sua tesi -che riassumo succintamente – appare per certi aspetti tranquillizzante:
I fascisti, in Italia, ci sono sempre stati. Tant’è vero che l’MSI , partito che si richiamava esplicitamente al passato regime fascista, era accolto in Parlamento nonostante le disposizioni transitorie e finali della nostra costituzione e le conseguenti legge Scelba e Mancino.
E’ vero.
Ed è anche vero che la sinistra parlamentare non ha mai chiesto la messa fuorilegge dell’MSI.
La ragione, giusta o sbagliata, era che si temeva che un tale provvedimento, pur costituzionalmente legittimo, avesse come conseguenza una deriva violenta andando ad ingrossare le file del terrorismo nero che pur è sempre stato attivo ai margini del MSI in una sorta di gioco delle parti.
D’altro canto il partito neo-fascista era, per comune accordo, confinato e isolato fuori di ciò che per lungo tempo fu l’arco costituzionale. Con la sola eccezione del governo Tambroni che godette, nella sua breve vita, dei voti dei parlamentari fascisti.
Si sa come finì, con l’insurrezione di Genova, i morti di Reggio Emilia e la richiesta di dimissioni avanzata anche dalla DC.
Il professor Gentile prosegue poi nella sua analisi facendo notare che oggi formazioni politiche come Forza Nuova e Casa Pound si presentano alle elezioni, dunque accettano le regole del gioco democratico a differenza dei gruppi del terrorismo nero degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. E paragona il fenomeno di Casa Pound, in particolare, con Hamas e Hezbollah, per dire in sostanza che costoro si fanno carico “privatamente” dell’assenza dello Stato presso i ceti più deboli ed esposti della popolazione.
C’è del vero. Lo ammetto.
Non per caso i caporioni neonazisti insistono sul fatto reale che nessuno nei partiti tradizionali si fa vedere nelle periferie degradate.
Tuttavia la mia idea è diversa in merito alla proliferazione e alla pericolosità di questo fascismo del terzo millennio.
Intanto siamo di fronte ad una galassia di gruppi territoriali sparsi in tutto il paese , da nord a sud. Non sarà ancora una presenza capillare ma ci siamo molto vicini. Non saranno numerosissimi ma cominciano ad accreditarsi come guardiani dell’ordine e della sicurezza in troppi contesti urbani.
Molta gente povera, e non solo, comincia a simpatizzare con azioni d’intimidazione e di violenza aperta, quando tali azioni sono rivolte contro immigrati e contro chiunque accenni al dovere dell’accoglienza e alla necessità della integrazione.
Non a caso, la “patriota” di Fratelli d’Italia si fa paladina dell’iniziativa di un ministro degli interni PD che paga le milizie private delle varie tribù libiche per limitare gli imbarchi verso le nostre coste tramite l’internamento in veri e propri lager sorvegliati da tagliagole e carnefici.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Così sembra pensarla il nostro governo.
Evidente che, in un tale contesto, considerato e percepito come emergenziale, i fascisti e i nazisti non possono che crescere, nella considerazione di coloro che vivono nella merda di squallidi contesti urbani. E prima o poi parte di giovani emarginati andranno a cercare un senso alla propria miserabile (in senso tecnico) vita nelle squadracce di fascisti e nazisti.
Il caso della sparatoria di Macerata non è affatto il caso di uno squilibrato.
Fa parte di un processo che è ormai innescato; ne è la logica conseguenza.
Ma ciò che più m’importa è segnalare la possibile assuefazione ad episodi di questo tipo.

Quanti, a parte le manifestazioni di aperta approvazione, sono tacitamente convinti che quella canaglia abbia fatto bene a sparare sugli immigrati?
Quanti sono coloro che approvano l’offerta di Casa Pound di pagare le spese processuali per uno che si è “esposto” a fare quello che loro non hanno né “coraggio”, né possibilità di fare.
A me pare che l’episodio di Macerata possa essere in qualche modo una svolta.

L’avvio di uno sdoganamento dell’azione, della violenza, dell’assassinio.
Il problema , enorme, è che sono venuti meno gli anticorpi.

Non basta la giornata della memoria, non basta più e da tempo una retorica dell’antifascismo, perché ciò che più incide nella diffusione del fascismo del terzo millennio, in Italia e in tutta Europa, è la vera e propria crisi dell’assetto democratico.
La democrazia è ormai una vuota parola per tantissimi.

Ognuno si è reso conto da almeno un lustro, sulla base della propria esperienza umana, che la democrazia è del tutto imbelle. La politica non governa, non decide, non serve più ad opporsi a interessi forti che impongono il proprio credo ideologico e il proprio interesse materiale.
Siamo formichine in balia di processi decisionali oscuri messi a punto nelle torri d’avorio della globalizzazione.

La sinistra non è certo esente da colpe.

Ha mancato di opporsi. Frontalmente. S’ è aggiogata al carro delle formidabili potenze dell’economia e della finanza.
E adesso vince di gran lunga l’antipolitica: né destra , né sinistra.
Tale è l’umore prevalente .
Di questo cattivo umore può agevolmente nutrirsi e crescere un nuovo fascismo.
Farei attenzione a sottovalutare il pericolo.
Solo che non basta l’antifascismo, non basta la condanna.
Serve ricostruire l’opposizione.
Serve riempire un vuoto di prospettiva, di progetto sociale.
Ma anche questo non basta se non si ha la volontà e la capacità di andare laddove c’è la miseria e la sofferenza.
Non per fare i buon samaritani, non per fare promesse, non per distribuire pacchi di pasta, ma per costruire anche con un pezzo di popolo, nudo e crudo, una nuova classe dirigente.
Buona pedagogia.
Confronto faccia a faccia.
Sporcarsi le mani.
Quando si dice questo, non si chiede la condivisione(materiale) della miseria , si chiede una sincera, onesta, convinta empatia per un possibile riscatto sociale.
Tutto ciò manca da moltissimo tempo.