Archive for marzo 2018

Chi e cosa sono i populisti. (per i palati più fini ,avverto che è titolo scherzoso).

marzo 24, 2018

Zitto tu che sei il solito populista. Per lunghissimo tempo a sinistra questo motto riassumeva l’incomprensione di un fenomeno, ricorrente nella storia di almeno due secoli.
Adesso ci troviamo di fronte ad un populismo di tipo nuovo, aggiornato al terzo millennio che fa la sua grande prova in Italia.
La scaturigine , in termini generali è la crisi della democrazia e della politica nel suo rapporto con l’economia globalizzata, quel finazcapitalismo di cui ci ha parlato il compianto Luciano Gallino.
Quando si volle far nascere il PD, nel 2007, a un tiro di schioppo dalla grande crisi del 2008, lo si fece coi paraocchi della legittimazione, con l’idea di adeguarsi , finalmente, ad una stagione che… non c’era più. Una sorta di tardo blairismo.

Qualcuno pose l’accento sulla necessità di qualificare come “democratico” un partito di tipo nuovo: consapevole della crisi dei sistemi politici basati sulla democrazia rappresentativa a fronte degli sconvolgimenti in atto. Una democrazia che non rappresentava più.
Lo si prese per uno che vaneggiava di fronte agli imperativi dell’economia; mettersi al passo bisognava, altroché perdere tempo ad indagare il nuovo rapporto tra democrazia e turbocapitalismo per ricollocare la sinistra in un mondo nuovo.

E così il vuoto di critica e di pratica politica è stato in Italia alfine colmato dai populisti.

Ma chi sono costoro e cosa vogliono.

Partiamo dal chi sono, dai loro tratti comuni che si riassumono all’ingrosso in una visione del popolo come un tutto unico e unitario: un popolo “organico”. E non si tratta dell’interclassismo vecchia maniera, qui si tratta del popolo sovrano in blocco; stella polare al quale ci si riferisce direttamente senza la mediazione e la composizione degli interessi da parte di corpi intermedi.

Ma in Italia ci troviamo di fronte a due diverse traduzioni politiche del populismo.
Lega e M5S hanno i tratti comuni a tutti i populismi ma anche forti diversità.
La Lega dà voce ad un populismo nazionale, in piena continuità e contiguità con il populismo lepeniano, di destra estrema, fino al punto da tagliare l’erba sotto i piedi a formazioni di tradizione fascista, sovraniste, razziste e xenofobe come Fratelli D’Italia, ormai del tutto assorbiti da Salvini.

Il M5S, invece con Di Maio e compagnia (bella?) rappresenta un populismo in doppio petto più proiettato sul futuro.

Tutt’e due usano come risorsa politica, le paure,l’angoscia sociale, l’incertezza dei tempi nostri: tutto ciò di cui il PD , (pur nell’intermittente scimmiottamento populistico renziano) si è del tutto disinteressato,salvo far entrare in azione all’ultimo momento sul punto dolente dell’immigrazione l’ala militare (molto apprezzata e non a caso dai grillini) tramite il ruolo , altamente simbolico ma tardivo di Minniti.

Tra i due populismi quello veramente al passo coi tempi è il grillismo.

Resto convinto che la crisi della democrazia rappresentativa è anche dovuta ai sistemi maggioritari.(Il bipolarismo tanto incensato). Ma questo lo dico (disordinatamente ) per inciso. Una democrazia maggioritaria è un ossimoro soprattutto in un paese come l’Italia, diviso da sempre tra nord e sud con una unità nazionale mai del tutto compiuta.
La riprova è la fulmineità, con la quale il patto tra i due populismi( evidenziato persino all’eccesso in campagna elettorale) e concordato fino ai minimi dettagli ha eletto i presidenti delle camere.

Tra i due, l’uno è egemone in modo schiacciante.

Chapeau a Grillo , prima di tutto: uno vale uno.
Già, in un solo slogan apparentemente puerile, si riassume la visione democratica degli albergatori a cinque stelle con l’attacco frontale e demolitore alla democrazia rappresentativa.
Rappresentativa di cosa?
Delle tensioni sociali derivanti da contrapposti interessi, in una parola del conflitto sociale che adesso viene fatto scomparire sotto il tappeto costituito dai singoli cittadini, dopo che più di un aiutino è stato dato dalla sinistra riformista.
Il problema, ormai radicato nel senso comune, non è più destra e sinistra ma alto e basso.
Non si tratta più di dare voce a interessi in conflitto.
No, si tratta di dar voce al popolo tutto compreso per sollevarlo verso l’alto.

Da qui la democrazia diretta contro le oligarchie (partiti e sindacati) connaturate al sistema. Da qui anche la totale assenza nella campagna stellata della lotta contro l’evasione fiscale che avrebbe potuto dar fastidio a larghi strati di popolo un tempo costituenti il ceto medio.

C’è un piccolo difetto: se da una parte c’è il popolo malamente rappresentato da oligarchie partitiche , dall’altra c’è l’indifferenziato popolo che, proprio perché tale, cioè formato da individui uguali tra loro, (non rileva la differenza tra operaio e padrone) ha bisogno di una figura (o una nuova oligarchia?) che, religiosamente lo incarni e lo tenga unito sopra gli interessi in conflitto : un leader o una leadership, che ha per compito non quello di istituzionalizzare il conflitto sociale ma di assopirlo, cloroformizzarlo indirizzandone la protesta verso la morente “casta”.
Un ottimo modo per rendere il “popolo” funzionale alla nuova rivoluzione democratica …contro la democrazia.

E qui intervengono due parti in commedia.
Da un lato il pragmatismo di un Di Maio , dall’altro la visione di un Grillo e la traduzione “tecnica”che ne fa un Casaleggio.
Visione ben espressa nell’innamoramento (che a volte appare ingenuo e semplicistico) di Grillo per le innovazioni tecnologiche, la rivoluzione digitale, e l’intelligenza artificiale che lo portano a profetare la società a lavoro zero.
Visione poi tradotta in disegno politico tecnocratico dal contoterzista Casaleggio junior , (assai più pragmatico del padre), per il quale la politica in prospettiva, più o meno prossima, non serve più.
Basterà l’efficienza dell’amministrazione.
Tale è il senso della sua intervista americana.

Amministrare questo è lo snodo strategico, per così dire.
Dunque due soli mandati: non servono politici di professione, basterebbe (vedi alla voce piattaforma Rosseau) estrarre a sorte gli amministratori. Uno vale uno , non è vero?
Solo che questo disegno com’è già dimostrato più volte in corpore vili, presuppone un popolo bue e il massimo di accentramento e di segretezza nel processo decisionale.

Benvenuti nell’epoca post-democratica.

 

PS. Scritto molto in fretta. Chiedo venia scontando l’inevitabile e gradita critica.

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BR e dintorni.

marzo 20, 2018

Allora, ho letto la relazione della Commissione Moro consegnata al parlamento il 17 dicembre dello scorso anno.
Impossibile fare un riassunto delle quasi trecento pagine; non è comunque questa la mia intenzione, quanto piuttosto quella di darne un primo e modesto giudizio, alla luce delle audizioni e delle considerazioni finali.
Modesto perché documenti molto complessi non possono essere letti una sola volta.
Andrebbero studiati con molta attenzione e riscontrati con moltissime altre fonti.
Cosa che un pensionato della politica non è in grado di fare con la necessaria puntualità.
Certo, può però cogliere, forse più di altri, l’ispirazione immediatamente politica , peraltro inevitabile, del lavoro della Commissione.

In quest’ambito, può scorgersi, in trasparenza, (e anche no) un’interpretazione democristiana e post democristiana della vicenda Moro, la quale tuttavia non sembra inficiare la sostanza delle novità emerse nel lavoro dei commissari.

Tralascio i puerili verbi al condizionale che accompagnano il tentativo di mettere in ambigua luce il ruolo del PCI o di alcuni suoi esponenti.

Solo un esempio : a pagina 147 viene citata la fonte “Dino” secondo cui “i palestinesi del FPLP sarebbero entrati in contatto con Curcio tramite il PCI”.

Trattasi di boiata vera e propria, dato che è arcinota l’avversione del PCI nei confronti degli avversari dell’OLP. Lo stesso democristiano Gero Grassi, componente di spicco della Commissione in uno dei suoi numerosi video intervista, incappa in una significativa svista indicando Habash come capo dell’OLP e non del FPLP.

Poi c’è la fonte “Damiano” (un ambiguo libico) secondo la quale, le BR “sarebbero stati raccomandati da un parlamentare del PCI presso i terroristi dell’ala militare del FPLP: altra informativa dei servizi che com’è noto erano fortemente orientati in senso anti PCI.

Bene, chiarita l’ispirazione democristiana dei commissari piddini emergono novità nell’impostazione stessa del lavoro della commissione che inquadra tutta la vicenda Moro entro il ruolo da lui svolto svolto nell’area mediterranea e medio orientale con un’argomentazione convincente, per la quale non si può che rinviare al testo consegnato al parlamento.
Qui basti dire che Moro paga il prezzo di una visione mediterranea della stessa Europa che è invisa agli USA, alla Gran Bretagna, alla Francia e anche alla RFT.

L’altra novità (che tale non è) , ma che per la prima volta viene messa in piena luce è il ruolo giocato da Morucci, Faranda, in rapporto con i servizi e tramite questi con Cossiga nel mettere a punto la versione rassicurante sulla natura delle BR nella fase immediatamente successiva l’assassinio di Aldo Moro.

Ne vien fuori che il “memoriale” Morucci -Faranda non è altro che il tentativo di consolidare la verità delle BR che fa comodo anche allo Stato: abbiamo fatto tutto da soli. La Commissione chiarisce in modo incontrovertibile che Morucci, diventa un consulente di rilievo dell’allora SISDE.
In più avverte che, con alta probabilità l’arresto di Morucci fu negoziato.
Aggiungo che grazie a questo “rapporto consulenziale” (come lo definisce la commissione) Morucci viene messo in semilibertà già a partire dal settembre 1990.

Poi vengono le novità più rilevanti.

Per la Commissione (e anche per me),la verità giudiziaria sancita dal processo Moro ter, mai messa in discussione fino ad ora, secondo la quale la prigione di Moro è sempre stata in via Montalcini è sostanzialmente una balla depistante che s’inquadra entro la verità di comodo del memoriale Morucci redatto, va ripetuto, con l’attenta supervisione dei servizi.

In verità c’è la “possibilità” che la prigione di Moro fosse situata in una palazzina dello IOR frequentata da monsignor Marcinkus e da alti prelati vaticani.

Il luogo è un vero serpaio: sede di una società privata collegata ai servizi USA e specializzata in missili, guerra elettronica e quant’altro; sede di un finanziere libico, finanziatore di terroristi , molto noto all’epoca e in buoni rapporti con gli USA, frequentato da Br e da esponenti di rilievo dell’Autonomia Operaia.
Per completezza:la palazzina in questione fu costruita da un’impresa il cui amministratore unico era il padre di don Antonello Mennini, il confessore di Moro. Quest’ultimo dopo la morte di Moro ha fatto una rapidissima carriera nelle gerarchie vaticane. Si tenga conto che la commissione ha di fatto stabilito che un prete si è effettivamente recato nel covo dove era prigioniero Moro.

Alla fin di quest’orribile fiera, l’opinione che mi ero fatto viene confortata (questo lo affermo io) dal lavoro della Commissione:
Moro dopo la strage di via Fani è stato detenuto in Via Massimi, a due passi dal luogo del rapimento poi trasportato in una località sul litorale laziale dove ha trascorso la maggior parte dei 55 giorni del suo martirio e infine tradotto per l’esecuzione in via Caetani.

Altro serpaio, collocato nel ghetto ebraico, denso di servizi israeliani, americani, e forse anche sovietici (dietro il paravento dell’associazione Italia-URSS). Molto ci sarebbe da dire su Palazzo Caetani che , se ben ricordo, fu descritto da Mino Pecorelli. Resto convinto che in quel palazzo nobiliare si son svolte molte cose…

Infine la Commissione ha individuato come luogo strategico per l’agguato di via Fani proprio il Bar con quelle fioriere dalle quali sono sbucati i brigatisti.
Il Bar , altro covo di serpi velenose, luogo di ritrovo e incontro della malavita, di gente dell’Autonomia, e sede romana preferita dagli ndranghetisti.

Conclusioni della commissione: “ Alla luce delle indagini compiute, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna all’eversione di sinistra, ma acquisirono una rilevante dimensione internazionale”.

Il linguaggio è democristiano (notare quel sinistra in luogo di brigatista) ma il senso è molto chiaro.

Non capisco bene (o meglio lo capisco) perché non si è messo in piena luce il ruolo dell’amerikano consulente di Cossiga inviato tempestivamente oltreoceano dal Dipartimento di Stato.
Per capire bene basta riascoltare le parole nette di Steve Piczenik pronunciate senza ipocrisia e pudore nell’intervista a Minoli.

Si riassumono così: “per stabilizzare la situazione scelsi di far uccidere Moro, a tal fine feci fare il falso comunicato del lago della Duchessa per abituare gli italiani alla inevitabile scomparsa di Aldo Moro e dare un segnale chiaro alle BR.” Cioè , dico io: ammazzatelo, cosa cazzo aspettate?
In sostanza il destino di Moro era già deciso da molto tempo.
Forse addirittura all’epoca del primo centro sinistra.

Altra omissione , a mio avviso, è lo scarsissimo rilievo dato alla figura di Moretti.
E’ utile ricordare le parole di Dalla Chiesa consegnate a Fasanella: “le Br sono una cosa, le BR con Moretti sono un’altra cosa.”
Già.
Le BR sono state lo strumento perfetto per fare quello che da tempo gli americani avevano deciso di fare: un’occasione da non perdere.

PS. Ci sono molte altre suggestioni, tra cui un non tanto malcelato giudizio morale sul Generale dalla Chiesa di cui si rimarca la sua appartenenza alla P2 e il suo rapporto stretto con Mino Pecorelli. In sostanza il generale avrebbe sottratto dal covo di via Fracchia le carte di Moro, poi custodite nella sua cassaforte a Palermo s’immagina per ricattare il potere politico dell’epoca.

Tutto può darsi. Ma c’è anche il caso che, capita la pericolosità degli ambienti in cui si muoveva (servizi deviati, P2, spioni esteri etc) il generale pensasse di cautelarsi dall’azione, potenzialmente micidiale, degli avversari di Moro. Col senno del poi sbagliò comunque per eccesso di fiducia in sé stesso, dato che fu ucciso dalla mafia per fare un favore allo Stato secondo la versione intercettata di Totò ‘u curtu.

Aldo Moro.

marzo 15, 2018

Dopo la indecente trasmissione  su La 7, dove è stato dato spazio ai brigatisti di sproloquiare senza alcun contraddittorio, per accreditare la versione della loro purezza rivoluzionaria, inviterei i più giovani -quanti non erano ancora nati negli anni ’70 – a leggere almeno un paio degli ultimi libri usciti in questi giorni sul caso Moro.
Non si tratta di archeologia della prima Repubblica, adesso che s’annuncia l’avvento della terza , dopo che la seconda cominciò a nascere sul sangue di Moro.
Se non si capisce come eravamo, non si comprende neppure l’attuale deriva della politica.
Sono convinto al pari di molti altri(l’Annunziata ad esempio) che la politica in Italia cominciò a morire dopo il 9 maggio 1978.

Il primo libro è di Damilano, che aveva dieci anni all’epoca. E’ scritto con mano leggera , a tratti struggente, su un filo autobiografico intriso dell’ammirazione dell’autore per suo padre: giornalista RAI e moroteo.
E’ un libro importante che intreccia (non trovo un termine migliore) i percorsi umani e intellettuali di Moro con quelli di Pasolini e Sciascia.
Ma, ai nostri fini, soprattutto ricostruisce in modo puntuale la personalità, complessa di Moro e la sua capacità di interpretare il declino della DC nel sommovimento sociale proseguito dopo il 1968, unita alla capacità di indicare la via per un recupero di autorevolezza della politica in tempi di grandi cambiamenti sociali e culturali.

Per farla corta Moro capisce che in Italia la Dc deve cambiare pelle se vuole mantenere il suo potere, anche assumendosi un alto rischio.
L’uomo della lentezza, così ben descritto da Damilano, è il solo che nella DC, comprende questa necessità e si muove, cauto fin che si vuole , ma in realtà velocissimo e lucido come nessun altro, nell’avanzare su di un nuovo terreno.

In questi giorni ho letto da qualche parte che sarebbe una fake news l’idea di Moro di un alternanza politica e di governo in Italia entro le condizioni della guerra fredda.
A questo proposito mi prendo la briga, a beneficio dei cretini, di riportare di seguito le parole di Moro, che Damilano trae da un’intervista di Scalfari pubblicata postuma nell’ottobre del 1978:
“Non credo che il PCI sia già un partito con tutte le carte in regola per governare da solo. Ma il PCI può fin d’ora essere associato al governo insieme a noi e alle altre forze democratiche. Questo è possibile. Anzi è necessario. Soltanto dopo che avremo governato assieme e ciascuno avrà dato al paese le prove della propria responsabilità e capacità , si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo.”

Ecco, questa visione coincide nell’essenziale , secondo me, con quella di Berlinguer espressa nei termini di un “nuovo grande compromesso storico”. Tutti e due cercano, anche sfidandosi a vicenda, di allargare la camicia di forza della guerra fredda  pur senza, velleitariamente  proporsi di strapparla.

Più avanti nell’intervista Moro è ancora più chiaro: “Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali, non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del paese. E affonderemo con esso. Ecco l’interesse ‘egoistico’ della DC. Perciò devo essere creduto se affermo che noi vogliamo preparare alternative reali alla DC”.

Con queste parole, e con questo pensiero Moro firmò la sua condanna a morte.

Per capire come , chi, dove e quando fu decretata la sentenza conviene leggere il libro di Fasanella che descrive bene , alla luce di documenti ufficiali parzialmente desecretati, (soprattutto dagli inglesi, ma anche dagli americani nell’epoca Clinton) il lungo iter che portò a quella decisione.

Le Brigate Rosse nacquero perché ce n’era assoluto e urgente bisogno in sostituzione del classico colpo di stato che pure fu preso in considerazione, ma che alla fine fu considerato controproducente in un paese fedele alleato nella NATO.
Non rileva molto il fatto che i vari componenti delle bande di assassini fossero al corrente del loro ruolo di utili idioti, al netto dei caporioni che si sono esibiti in Tv l’altra sera: alcuni dei quali ben sapevano di esser strumento di altrui decisioni, mentre altri erano semplicemente agenti sotto copertura.
Coloro che sapevano d’esser mero strumento immagino pensassero, con cinica spregiudicatezza “leninista”, di poter volgere a proprio favore il complotto interno e internazionale, lucrando popolarità e forza politica su di esso.

Dal libro di Fasanella, si capisce però assai  bene che le BR non furono mai autonome, in nessun momento della loro sporca esistenza.
E i “veterani” non lo sono ancora oggi. Se vogliono continuare a campare, sia pure in condizione di semilibertà.

Spero d’aver incuriosito qualche giovane, ma devo aggiungere un’altra cosa.

Damilano, riporta le parole che Pecchioli sembra aver detto al ministro degli interni Cossiga: “L’onorevole Moro sia che muoia sia che torni dalla prigionia per noi è morto”.
“Sentenza terribile”, scrive Damilano.
Certo. Per capire quelle parole però bisogna aver conosciuto Ugo Pecchioli e anche la vecchia guardia del PCI.
Pur essendo ancora molto giovane ebbi molte occasioni di verificare che nel gruppo dirigente del PCI si capì subito che il rapimento di Moro poteva avere una sola conclusione. La partita aperta con il compromesso storico era perduta e si trattava di “tener in piedi lo Stato” (espressione che riporto tra virgolette perché è citazione testuale da molte riunioni) mentre la Dc sembrava (questo era l’unanime giudizio) sul punto di crollare.

Si sapeva bene che la cosiddetta trattativa non avrebbe dato come frutto la salvezza di Moro. Per qualcuno era solo un investimento politico sul dopo-Moro.
In Pecchioli poi, come in altri, agiva una netta ripulsa del comportamento di Aldo Moro durante la prigionia: va detto poiché è la verità.
Un uomo come lui, di fonte ai carnefici delle BR poteva concepire solo: nome, cognome e numero di matricola. Erano uomini così e vanno giudicati entro il loro tempo e alla luce della loro formazione ed esperienza.
Non credo di rivelare un particolare segreto, né di offendere la sensibilità dei vivi e la memoria dei morti se ricordo in pubblico un episodio avvenuto in privato.
Un giorno Pecchioli, ormai in disparte, andò dal segretario del Partito(PDS) che poi me lo raccontò: “senti segretario , ho un cancro e mi danno tre mesi di vita, penso di poter avere ancora il tempo e l’energia per fare la campagna elettorale, mi piacerebbe andare in Calabria, laggiù c’è una situazione molto difficile…”
Questo era Pecchioli.
La mia ammirazione per lui, non toglie nulla, (nella mia sensibilità d’allora e in quella attuale), alla comprensione sincera dello sforzo lucido fatto da Aldo Moro per uscire vivo da quella prigione; con quella paziente tenacia, quella forza di volontà e quella fine intelligenza che ha caratterizzato tutta la sua vita.
E sarebbe ingiusto e superficiale il pensare che Moro  volesse solo salvarsi la pelle. Anche certo , anzi prima di tutto. Ma ciò era assolutamente insito nella  visione di Moro, che divergeva in un punto cruciale da quella degli uomini del PCI: alle strette e in ultima istanza non viene mai prima lo Stato, viene sempre prima l’uomo.

Sul piano storico e politico, ognuno giudichi se la politica della fermezza fu cinico disegno di partito o invece senso dello Stato, capacità di mettere avanti a tutto la salvaguardia di un patrimonio collettivo. E ognuno resti di fronte a un dilemma più fine e angoscioso : davvero lo Stato e le sue istituzioni sarebbero rovinate nel caso si fosse accettato il ricatto delle BR? Col senno del poi si può fors’ anche rispondere negativamente. Per me, nell’emergenza d’allora, non v’era altra strada che quella di sbarrare la strada alle BR. Nell’unico, terribile e doloroso, modo possibile. E la penso così ancor oggi.

Un governo stellato?

marzo 10, 2018

Si è creata una situazione interessante.
Non ho idea di come si sbloccherà. Conviene attendere la Direzione del PD, che tuttavia non sarà risolutiva.
Verosimilmente il PD, è sottoposto in questi giorni ad una pressione proveniente da molti e diversi ambienti affinché si dia il via libera ad un governo con gli stellati.
L’establishment, in buona parte, ha tempestivamente preso atto della svolta moderata e centrista assunta dal M5S in campagna elettorale. Marchionne, e Confindustria sono solo la parte emersa di questo iceberg di realismo politico mentre molta  parte dei media hanno voltato gabbana in tempo reale. Le stesse obiezioni, avanzate da ogni sorta d’esperti, sulle coperture finanziarie del programma stellato con le quali si erano tambureggiati i vincitori del 4 marzo si son fatte assai flebili.
Ci si affretta a spiegare che il reddito di cittadinanza non è altro che l’estensione del reddito d’inclusione già proposto dal PD e che il governo Gentiloni stava mettendo a punto.
Non a caso – per ciò che ho visto nei reportage televisivi – Di Maio celebrando la vittoria nella sua Pomigliano si è espresso in termini vaghi di “diritti da restituire ai cittadini”.
Dopo l’accelerazione propagandistica i cinque stelle sono adesso impegnati a premere sul freno.
Il segnale è stato colto e lo spauracchio alieno del M5S è già in parte esorcizzato e ci si appresta ad assorbirlo nel “sistema”.
Negli ambienti economici e finanziari, in Italia e in Europa, si capisce bene che il fenomeno innescato da Grillo-Casaleggio, con la sua forte componente tecnocratica, può esser opportunamente governato sulla semplice ed efficacissima base del vangelo anticasta redatto a suo tempo da Stella e Rizzo.
Dunque al M5S può bastare per mantenere il suo consenso, l’attacco al sistema politico che ha variamente retto le sorti della prima e seconda Repubblica; ammesso e non concesso che ci si possa esprimere in questo modo fuorviante, dato che la nostra Costituzione non è ancora stata manomessa, grazie anche al contributo dei grillini.

Tuttavia , Di Maio, annuncia l’avvento della Terza repubblica: la Repubblica dei cittadini contro quella dei partiti.
Sullo sfondo nebbioso di un tale annuncio par quasi d’intravedere l’ologramma di un partito unico che si sposerebbe bene con la proposta di limitare l’elettorato passivo a soli due mandati.
Ma a parte questo scenario onirico, la cosiddetta disintermediazione, unita ai due mandati chiarisce, per me, una marcia d’avvicinamento alla presa d’atto del fallimento del metodo democratico di governo, che indubbiamente interpreta la decadenza della democrazia in tutto l’occidente.
Solo che nella marcia del M5S scorgo, almeno in nuce, una inclinazione reazionaria, che può farsi ulteriore spazio nel vuoto pneumatico lasciato dalla sinistra, e che s’avvale di un humus fermentato nella marcescenza della politica, del tutto asservita alle ferree leggi del nuovo capitalismo di rapina e per di più presa indiscriminatamente a bersaglio preferito dai giornali di regime.
In ogni caso e al di là della mia personale preoccupazione, capisco che  gli approdi del M5S non sono scontati.
M’è sembrata curiosa, ma non risibile, la svolta di Eugenio Scalfari, arrivato a definire il M5S come una forza ormai di sinistra. Mi è parsa un’indicazione politica del “partito di Repubblica” e degli interessi sottostanti ad esso, nel senso di fare del PD (o di quello che ne rimane) una sorta di guardiania della governabilità stellata.
Al “sistema” questo può, per il momento, bastare; al pari del M5S che dovrà continuare, spasmodicamente, a cercare legittimazione. Più o meno come fece il defunto centrosinistra per tanto tempo, coi risultati che possiamo apprezzare in tutta la sua devastante portata.
Ma c’è in campo anche un’altra possibilità, sostenuta da un’ altra componente, probabilmente minoritaria, del “sistema”.
Alludo, a coloro che, nei piani alti, avevano in testa prima e durante la campagna un disegnino che prevedeva un Renzi indebolito ma ancora in piedi a tessere la trama del Partito della Nazione.
Beh, qui il terreno è reso molto accidentato dalla sconfitta contemporanea di Renzi e Berlusconi e dal brillante risultato dei cinque stelle che non ci si attendeva in quella dimensione.
Tutto sommato penso che ai poteri italiani e all’Europa del fiscal compact convenga di più cercar d’addomesticare Grillo, che oggi annuncia le olimpiadi invernali a Torino: mossa intelligente e significativa, al pari del rifiuto opposto allo svolgimento delle olimpiadi a Roma.
Dunque meglio convincere il PD, ad una più o meno lenta eutanasia, magari, (chissà) contando sull’aiutino che può  provenire da Forza Italia per consentire la nascita di un governo Di Maio, e nello stesso tempo delineare nei fatti l’abbozzo di un partito dei “responsabili” di centro. Per la serie: provare a far entrare, di soppiatto, dalla finestra ciò che gli elettori hanno messo alla porta.
Operazione difficile e sofisticata quella di prendere due piccioni con una fava, ma ciò potrebbe saldare un’alleanza tra i vari interessi in campo.
Vedremo.
Una cosa mi pare certa: il M5S non può rinunciare alla leadership.
Di Maio è blindato dalla forza delle cose e può tirare la corda anche a rischio di spezzarla.
Per il PD dovrebbe valere il detto che chi l’allunga la scampa (forse),quindi niente governo col M5S che peraltro non ha avanzato offerte. Ma non è da escludere, (adesso che Renzi è stato dimesso sul serio), una sorta di lasciapassare ad un governo della “non sfiducia” come nel 1976.
E dato che il democristiano Scotti sembra annoverare ben tre suoi “allievi” nei virtuali componenti del governo di Grillo…
Un po’ di sapienza democristiana può venire in soccorso del vincitore.

 

 

PS. Escludo che i padroni del vapore di qualsiasi tendenza siano così pazzi da manlevare un governo di centrodestra. Se non sono stupidi sanno che nel M5S c’è un nucleo di fanatismo irriducibile, potenzialmente eversivo, che potrebbe sfuggire di mano agli strateghi della Casaleggio e associati.

Lo sciatore.

marzo 6, 2018

Renzi va a sciare.
Mi par giusto. Quello che doveva fare l’ha fatto.
Quel che doveva dire lo ha detto.
Adesso aspetta che i frutti maturino e cadano dall’albero.
Come dite: ha perso di brutto?
Sicuri?
Il PD piuttosto ha perso.
Il “progetto” di Renzi invece, nonostante la sconfitta (che, indubbiamente gli brucia: gli sarebbe bastato un 21%) resta ancora in piedi.
Ma procediamo con ordine.

Ciò che ha fatto.

In un battibaleno ha scalato il PD.
Lo ha potuto fare perché il PD lo aspettava.
Aspettava lui o un altro come lui, essendo, quel partito, nato con il proclamato intento di fuggire per sempre da tutto ciò che emanasse anche solo l’odore di sinistra.

Chi meglio di Renzi?

Oh , avrebbe anche potuto, indifferentemente scalare Forza Italia; solo che c’era, e ancor c’è Berlusconi.
Ma resto convinto che per l’uomo di Rignano rendersi padrone del PD era il giusto mezzo per invadere anche Forza Italia. Il suo era (e resta nella sua testa…) un disegno ambizioso: quello della costruzione del Partito della Nazione.
Verdini, che ha votato sia Renzi che Berlusconi ce lo spiega benissimo.
E non mente.

Ciò che ha detto ieri, con la posa del Marchese del Grillo (ops…).

Mi dimetto solo dopo aver dato le carte per la mano di poker che si apre in parlamento e dopo aver indetto congresso e nuove primarie.(Non ho mai capito la differenza tra l’uno e le altre). Ma insomma ha dettato la linea. Per la serie: adesso discutete pure che io intanto approfitto della neve che è caduta.
Già perché ha perso, ma tutti i suoi, quelli della prima ora son con lui, in Parlamento. La pulizia etnica è riuscita in molta parte.
E fanculo Gentiloni e Mattarella e anche tutti quelli che il collegio mica l’hanno vinto come Minniti che, peraltro non ha mai vinto in un collegio a quanto mi risulta.
Ha poi tuonato ripetutamente contro gli estremismi: M5S e Lega. Per chiarire a quei tontoloni del PD che da lui e dal suo ancor largo manipolo si deve passare, in accordo con ciò che resta di Forza Italia, dopo che da tempo diversi forzisti si son fatti salviniani. E qui è significativo il silenzio di Berlusconi che cerca di prendere tempo.

Alla fine della fiera del PD, Renzi conserva un capitale – ricavato dalla rapina effettuata con largo consenso, nello stesso PD – da puntare sulla roulette dell’ingovernabilità.
Dico ingovernabilità invece di governabilità, dato che il fiorentino sa che per lui vale adesso il tanto peggio tanto meglio.
Per questo ha cercato ieri di coprirsi con “il bene dell’Italia” confessando così, senza accorgersene, che a lui frega solo il suo bene: la sua incommensurabile smania di potere.
Dunque per me Renzi , vada come vada non è ancora finito.

Sbaglierò ancora una volta, direte voi.
Voi che mi avete rampognato insieme a Repubblica, per non aver aderito al PD e magari anche per aver votato scheda bianca avendo io compreso che nel bosco non c’era più nessuno da molto tempo.

Tanti, troppi erano già nella valle dell’Eden dei cinque stelle. Altri (anche in Emilia-Romagna) era trasmigrati, con lento ma inesorabile movimento, verso la terra promessa di Salvini: libera da immigrati, circondata dal filo spinato di una sicura sicurezza, a godersi di nuovo un’equa pensione dopo l’abolizione totale della riforma Fornero.

E la sinistra?

Questa è tutt’altra storia che va molto oltre i confini nazionali.
In Italia, comunque, per me il problema è sempre quello, esemplificato da una campagna elettorale dove una sinistra voleva ricostruire il centrosinistra: sempre questa falsa pista che dura da vent’anni. E di cui gli elettori si sono persino dimenticati.
Ah l’Ulivo dite? Beh vale lo 0,5%.
Ripeto i cadaveri vanno seppelliti per poter volgersi ad un futuro, forse possibile.
Ma non saremo noi, a poterlo costruire, al massimo se siamo bravi possiamo cercar d’immaginarlo.