La capanna.

Correva l’anno 1968.
Mi inserirono nella delegazione della FGCI che partecipava, come osservatore, alla riunione del Direttivo della Federazione.
Siamo nella Sala Rossa di palazzo Marescotti-Brazzetti.
Non sapevo neppure che si chiamava così.
Era per noi la Federazione.
Tanto bastava.
Santa Sanctorum.
Tavoli rettangolari di lucido legno laccato accostati e disposti su tre file.
La stele in vetro della celeberrima poesia di Majakovskij sul Partito.

Campeggiava. Non potevi fare a meno di leggerne i versi.
Al tavolo della presidenza, in realtà tre tavoli, era schierata la nomenklatura.

Piena estate.
Camicie bianche di rigore.
Maniche arrotolate e cravatta. Immancabile.
Mi sembrano tutti sovrappeso.
Macchie di sudore si allargano sotto le ascelle (e le tette) degli illustri relatori.
Si esprimono, uno dopo l’altro (parlano in tre) in un linguaggio che non riesco bene a decifrare.
Una roba del tipo : “la pianificazione territoriale nel rapporto tra città e regione”.
Faccio finita di capire tutto.
Come i miei compagni.
Ma magari loro capivano davvero.
Niente a che vedere con la rivoluzione imminente.
Nessun presagio di essa viene ancorché minimamente evocato.
Penso che il linguaggio criptico serva a celare (avevo 17 anni) un disegno di cui però mi sfuggivano del tutto i tratti.
Tra di loro si capivano.
Si capiva anche che , tra di loro, polemizzavano.
Ma solo strizzandosi il cervello.
Erano tutti vecchi.
Il più giovane avrà avuto almeno 40 anni.
Avevo già deciso che la politica era il mio mestiere: rivoluzionario di professione. Quella figura che in seguito fu declassata a grigio funzionario di partito.
Osservando quei vecchi, decisi che mi dovevo ricordare che prima di aver raggiunto quella venerabile età, mi sarei ritirato.
Non ci credereste , ma questo pensiero (del tutto idiota), mi ha sempre guidato in seguito.
Sapevo che si trattava di una mera suggestione giovanile, adolescenziale anzi.

Tuttavia l’avevo sempre presente.
Consolazione per le sconfitte e memento mori per i successi.
Questi ultimi non son mancati, anche se, forse non hanno mai del tutto pareggiato le sconfitte.
D’altro canto ho sempre avuto una vocazione esistenziale per la sconfitta.
Vocazione reazionaria.
Ottocentesca.
Vincere non si poteva. Era meglio immolarsi sul campo.
E alla fine, e per tempo, sdegnosamente, una capanna nella quale vivere nell’isolamento più completo.
E a culo con tutti.
Non riuscii mai a sottrarmi a questo romanticismo antimarxiano.
E, quando alfine nacque la sconfitta epocale (tutto diventa epocale adesso) cioè la nascita del PD, colsi l’occasione al volo.
Non avevo ancora 60 anni.
E andai nella capanna.
Preparata da gran tempo.

Ci resto.
Tuttavia, nel corso del tempo, conobbi da vicino tutti i membri di quella nomenclatura, locale e anche nazionale.
Qualcuno era , in effetti “uomo di marmo”, altri no.
Altri nacquero e vissero, più o meno, come me.
Da loro molto imparai.
E a loro, adesso, che son morti, mi lega non solo stima ma anche una affettuosa memoria.
Gli uomini di marmo però erano scaltri, più scaltri di noi.
Al di sopra di ogni sospetto.
Chi erano gli “uomini di marmo”?
Inutile che vi spremiate le meningi.
Con tutto il rispetto, non c’arrivereste mai.
Ciò che sembra, adesso, non sempre è ciò che è stato allora.

PS. E comunque, dati i tempi che corrono, mi son comprato proprio adesso una capanna. Vera. In assi di vecchio castagno. Appena sciolta la neve la poserò sul terreno. Tanto per ricordarmi il “giuramento” d’allora. Si sa mai.

Annunci

7 Risposte to “La capanna.”

  1. Andrea Says:

    Ti capisco benissimo, sei una persona sostanzialmente buona che si è data interamente ad una causa, soffrendo per questa causa. Io mi trovo in una situazione molto simile, perché sono solo, appena esco di casa, e parlo con gli autori che leggo e le numerose notizie che raccolgo: si è formata come una pista, che so dove giunge. Ho in comune con te la vocazione che chiami “ottocentesca”, ma non mi sono immolato per nessuno: da céliniano, da pacifista arrabbiato come lui, da anti-imperialista, ho indagato senza pregiudizi.

  2. maurozani Says:

    Bentornato Andrea. Anche se mi ferì , (e tu sai quanto) la tua ultima maledizione di commiato.

  3. Andrea Says:

    La tua fortuna, Mauro, è che hai avuto dei genitori affettuosi: il titolo provvisorio delle tue memorie infatti è “l’infanzia è il mio regno”, mi pare di ricordare. La capanna, sarà banale dirlo, ma lo dico, è il ritorno a quell’era mitica e appena contaminata dalla modernità. C’è tanto Pasolini in quello che hai scritto, e Pasolini, per me, è stato di un’importanza senza pari per capire il dramma italiano. Puoi stampare tutto, hai il mio “visto si stampi”. Puoi usare Amazon o lulu.com

  4. maurozani Says:

    Veramente un titolo non l’ho ancora immaginato. Ammetto che il tuo corrisponde alla roba che ho scritto fino ad ora. Non la stampo fino a che non mi convince del tutto. La verità è che non bisognerebbe pensare ad una trama in sé conchiusa. Mi sa, quindi, che non lo stamperò mai. non son tipo da romanzi, semmai racconti brevi.

  5. Andrea Says:

    Dopo “il comunista che mangiava le farfalle” di Olivi, potrebbe esistere “il comunista da bambino” di Zani… Si potrebbe far nascere una collana editoriale: “il comunista e altri animali”.

  6. maurozani Says:

    Capisco , siamo già alla riscoperta della Fattoria degli animali. Roba antica e forte.

  7. Andrea Says:

    No, pensavo ad una rivista con pochissimi numeri, che fu animata nel dopo ’77 da Scalia e Benecchi: “Storie di uomini e di altri animali”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: