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Riflessioni a chilometri zero. Dall’orto.

aprile 11, 2019

E’ interessante notare che quando si accenna alla necessità di emanciparsi dal presente,astraendosene, per cercare di fuoriuscire dalla trappola ideologica neoliberista, si risponda da sinistra con il logoro motto keynesiano: “nei tempi lunghi saremo tutti morti”.
Lo si fa sulla base di un riflesso indotto e capillarmente diffuso ai quattro angoli del pianeta dall’egemonia liberista, per cui conta solo il qui e ora.
Lo si fa senza neppur sospettare d’esser morti ormai da tanto tempo.
Almeno da quando la sinistra (riformista e radicale) ha accettato di esser ristretta nel paradigma neoliberista.
Talché, ad esempio non esiste più alcun voto utile, dato che governi di destra o di sinistra poco cambiano nell’approccio al governo dell’economia e del mercato.
Temi come le privatizzazioni, la flessibilità, la competitività, la meritocrazia e altre amenità sono assunte sia dalla destra che dalla sinistra come dati oggettivi, non discutibili in sé.
Cambia solo, parzialmente l’approccio.
Quando cambia.
In buona sostanza il neoliberismo in trent’anni ha costruito un senso comune dal quale nessuno sfugge.
Per inciso neppure il movimento “rivoluzionario stellato”, come dimostra da ultimo l’ammirazione che Di Maio ha espresso alla Merkel.
Anzi se c’è un partito in Italia che rifiuta per statuto e costituzione l’idea stessa di delineare un progetto di lungo termine è proprio il M5S, nato nel mito della democrazia e dell’azione diretta.
Tutto si esaurisce nel gesto.
In fondo stanno ripercorrendo le orme di Renzi e forse lo si vedrà anche nell’approccio “riformista” al cambiamento dell’assetto istituzionale e costituzionale.
Anche per questo trovo stolto che da sinistra ci si rifugi in un kejenesismo da bottega di fronte alla necessità di organizzare con tenacia, pazienza e coraggio una lunga guerra di posizione capace di risalire nel tempo (medio, lungo) dal particolare al generale, dal locale al globale, dal presente al futuro. Facendo di un futuro possibile un fattore mobilitante.
Il reddito di cittadinanza – che tale non è in nessun senso – è appunto un gesto senza alcun reale costrutto “progressivo”, che non riguarda il futuro. Deve solo attirare consenso nell’immediato. Tutt’altro che un passo avanti per implementare un diverso modello sociale.
La sinistra tutta soffre della stessa sindrome.
There is not alternative.
Non c’è nulla da fare.
Solo da resistere alla meno peggio, vuoi attenuando per quanto possibile(molto poco) i guasti sociali indotti dall’aggressività neoliberista (riformisti), vuoi costruendo piccole enclave più o meno situazioniste. (radicali).
Del resto dell’acqua da pestare nel mortaio l’ordine liberista ne offre generosamente.
Qualcuno ha detto : “A Goldman Sachs non frega nulla se allevi polli”.
E neppure, aggiungo io,  se vivi di biologico (sempre che te lo possa permettere) e se compri prodotti che “fanno bene a te e anche al pianeta” come dice la pubblicità.

A livello individuale, nel comportamento del singolo cittadino non esiste e né mai esisterà un modo alternativo di incidere sullo sviluppo economico e la vita in società complesse.
Certo, atteggiamenti individuali alternativi in limitati casi costituiscono sforzi lodevoli, volenterosi e suscettibili di una qualche attenzione da parte dei pubblici poteri e del Potere, ma anche facilmente riassorbili entro le logiche dominanti.
Lo stesso vale per le battaglie , pur sacrosante, sui diritti civili, anche al di là delle infingarde reazioni (reazionarie) di un Salvini.
La sinistra ha vinto solo quando è stata capace di rivolgersi a un futuro universalista, di immaginarlo, e di proporlo.
Quando non si è fatta rubare la modernità/modernizzazione.
Adesso si è lasciata scippare con destrezza una visione universalista proprio dal neoliberismo ed è quindi considerata nella coscienza sociale trasversale come vecchia, mummificata.
Una forza di resistenza rivolta al passato.
Magari ad un passato keynesiano che fu imposto al capitalismo per uscire dalla grande crisi generata dalla seconda guerra mondiale e ancor prima dal grande crollo del 1929.
Sarebbe invece utile (per usare un eufemismo) considerare che l’attuale funzionamento del capitalismo corrisponde ad un progetto politico -ideologico che si è reso trasversalmente egemonico sia pur differenziandosi in varie parti del mondo.

E’ la flessibilità bellezza!
Ma non si tratta di un sistema “naturale”.
Non c’è nulla di spontaneo e di  automatico nel funzionamento del mercato.
Esso stesso è una costruzione, una infrastruttura imposta progressivamente dai poteri dominanti che hanno assegnato, volta a volta, ambiente per ambiente, agli Stati un ruolo forte (come di fatto nella stessa UE) di disciplinamento del senso comune.
Non c’è ormai più nessuno che non creda nella neutralità tecnica dei mercati.
In questo difficile contesto la difesa del passato, la nostalgia dei “trenta gloriosi” non serve a nulla.
Serve invece immaginare un futuro alternativo sulla base di un universalismo altro da quello imposto dalla egemonia neoliberista.
La sinistra serve a questo od è meglio che dichiari una resa senza condizioni.
Comincio seriamente a pensare che per uscire dall’attuale vicolo cieco occorra impadronirsi e volgere a proprio favore il progresso tecnico e scientifico, portando alle estreme conseguenze i formidabili processi di innovazione tecnologica e rendendoli contraddittori con i cimiteri sociali creati dall’individualismo liberista.
Arriverà, anzi incombe già ora, una crisi sociale di enorme portata. Specie in occidente.
Solo agendo entro questa crisi la sinistra potrà individuare , proporre e poi affascinare e mobilitare sulla base di un nuovo orizzonte globale.
Che sarà, probabilmente, molto distante dal suo passato ormai remoto.
Un tale approccio “eversivo” non c’entra un bel nulla con la vecchia idea di un progresso storico lineare, sempre e comunque progressivo.
Ma per favore, non venitemi a dire che nei tempi lunghi…

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