Archive for gennaio 2020

Novecento.

gennaio 28, 2020

Manca poco alle due del mattino.

Ho appena finito di saccheggiare il frigo.

Dopo aver sfidato un nebbione della madonna tornando da Baricella.
Solita interminabile riunione serale che compete ad un curatore di giovani anime laiche.
Alias segretario dei giovani comunisti.
A tempo pieno e basso salario.

Squilla il telefono.
Qualcuno ha sbagliato numero, immagino.
-Pronto chi cazzo è!
Son sempre stato un tipo cortese.

-Sono N, vieni da me che ti offro un caffè.
-Da te? E dove?
-Dove sto’ di solito.
-Ah capito, arrivo. Avevo giusto voglia di un caffè.
Non mi lascio spiazzare.
Il gergo è quello tipico del vice segretario dei comunisti adulti che coltiva l’hobby dell’intelligence.

Se mi chiama a quest’ora…beh il motivo mi elettrizza.
Sarebbe anche ora che ci dessimo una mossa.
Inforco la Prinz e filo veloce lungo i viali deserti. Al netto di qualche raro puttaniere che s’attarda a contrattare un buon rapporto qualità/prezzo.

Arrivo insieme alla delusione.
Constatando che la Federazione è illuminata a giorno e altre auto si stanno infilando nel portone che dà nel cortile interno.
Manco avessero convocato il comitato federale.
Il custode e centralinista di notte, mi avvisa che la riunione è in Sala Rossa e sta per iniziare.
Ovvio.
Data la considerazione che si ha della FGCI sono stato avvisato per penultimo.

Ultima, in tutti i sensi, viene sempre la montagna.
L’organizzazione del partito in montagna , intendo.

Per chi non lo sapesse, il partito è diviso in zone.
Nel seguente ordine d’importanza: città, cintura suburbana, pianura e , appunto buon ultima, la zona montana.
Conta il numero di iscritti e a seguire di elettori.
Sono presenti poco meno di una trentina di persone.
Responsabili di zone territoriali e di commissioni di lavoro.

Faccio in tempo a cogliere l’introduzione di N.
Il succo è che si tratta di una rapida riunione operativa.
Solo domande rapide e risposte brevi.

Odg: colpo di stato imminente.

-Vi trasmetto le indicazione del Centro, dice N.
E’ rimasto uno dei pochi ad utilizzare questa antica definizione della Direzione Nazionale.
Forse è una cosa seria.

In sostanza ciascuno di noi, responsabili dei vari rami d’attività, che si diramano dal frondoso albero bolognese del partito, deve allestire entro la giornata che è già iniziata un deposito clandestino contenente, un ciclostile, con relativi matrici e tubi d’inchiostro,100 risme di carta e un megafono .

-Quando dico clandestino – dice N- voglio dire che solo voi e un altro compagno di vostra fiducia deve sapere dove si trovano i materiali che ho appena elencato.
Memorizzate e lasciate sui tavoli i vostri appunti.
Se e quando vi sarà bisogno di indire lo sciopero politico generale riceverete istruzioni ulteriori insieme ai testi dei volantini da riprodurre.
La nostra sarà una reazione popolare di massa in tutte le città e in ogni comune d’Italia.
Intanto tutte le attività proseguono normalmente.

Capito.

Non si va in montagna.
Realizzo deluso.

Inoltre aggiunge N, – ciascuno di voi deve mettere in conto di dover dormire fuori almeno una settimana.
Quando non lo so ma provvedete prima possibile.
-Come fuori? Interviene il solito coglione.
-Fuori da casa tua, compagno.
-In un posto dove non sia possibile trovarti a colpo sicuro. E’ chiaro?

Era già chiaro, penso io che son furbo, giovane e con una gran voglia di passare all’azione.
Tuttavia, rifletto.
Metti che il golpe ce lo facevano giusto stanotte?
Ci pigliavano tutti quanti in un colpo solo e nel posto più ovvio con tutte le luminarie accese come alla festa provinciale de L’Unità.
Boh.

Sarà mica che N ha esagerato un tantino le direttive del Centro?
N, pur essendo dell’ala moderata del partito, vede complotti dappertutto.
Prova ne sia che è assiduo lettore di OP, l’agenzia di stampa di Pecorelli, alla quale per vie traverse è riuscito ad abbonarsi.

Per conto mio ho un problema concreto.
Dove trovo i soldi per comprare tutta quella roba, considerato il magro bilancio dell’organizzazione giovanile?
Mi rivolgo al vice di N e gli giro la domanda.
-Passa dall’amministrazione a ritirare i soldi.
Una generosità davvero insolita.
Mi lascia stupito dopo che mi hanno lesinato persino carta e inchiostro. Per non dire dei manifesti.

Vuoi vedere che è davvero una cosa seria. Ripenso.
Comunque dati i tempi stretti devo muovermi subito.
Sono ormai passate le tre del mattino.

Chiamo G e W i due di cui mi fido della mia segreteria politica.
Affidabili.
Parlano poco e di solito mi danno ragione.
Altri mi impegnerebbero in un dibattito estenuante pretendendo un’analisi completa della situazione interna e internazionale con particolare riferimento all’evoluzione in atto nei rapporti tra capitale e lavoro tenendo conto dell’influenza su di essi del movimento studentesco.

Telefono per primo a G.
Dopo molta insistenza risponde sua madre alla quale dico, col tono fermo di chi ha un compito importante da svolgere, che ho bisogno urgente di parlare con lui.
Risparmio i dettagli, relativi alle proteste della mamma, che si possono immaginare.
Tra l’altro G non ha la patente. (Penso neppure oggi a distanza di mezzo secolo).

-Arrangiati ma vieni qui , adesso!
Nel giro di mezz’ora arriva insieme a W che abita fuori città ma possiede una Diane due cavalli.

Spiego la situazione.
E Trascorriamo ciò che resta della notte in attesa che apra l’amministrazione per andare di corsa ad acquistare la dotazione anti golpe.
Meglio farlo presto prima che lo stanzone che ospita la sede della federazione giovanile si riempia come al solito di sfaccendati, perdigiorno e casinisti criticoni.

Ah, non la direi tutta se omettessi di aggiungere che mi sfiorava l’idea di chiedere a mio padre se fosse recuperabile un certo armamentario che mi risultava avesse interrato a suo tempo.
Poi dimenticato.
Abbandonato alla critica rugginosa del tempo.
Ma conoscevo la risposta.
-Sopra ci hanno fatto un palazzone.
Sapevo inoltre che mi avrebbe rampognato con lo sguardo troncando sul nascere ogni discorso.
Sulla scorta della sua lunga esperienza nella campagna di Russia e poi nella guerra partigiana, coltivava un assoluta avversione per le armi.
Mai mi fu concessa neppure una pistola ad acqua durante tutta la mia infanzia. Per il resto molto felice.

(continua)

TANTO TUONO’…

gennaio 27, 2020

Tanto tuonò che non piovve sull’Emilia-Romagna.
I primi a stupirsi per il sole brillante di oggi sono proprio i dirigenti del PD.
Li vedevo molto preoccupati. Sondaggi continuamente sul filo del rasoio.
S’era esposti all’errore statistico come foglie in autunno.
L’energumeno padano s’aggirava per monti e valli a proclamare una vittoria annunciata.
Da Ferrara l’elegante vice sindaco annunciava che “vi faremo un culo così, vi colpirò forte …vi farò del male”. Molti media gongolavano in attesa dello storico cambiamento intervistando elettori che : “sempre stato comunista ma adesso voto Lega”.
A metà della campagna elettorale si respirava un’aria da ultima spiaggia.

Sembrava d’essere a Dunkerque pronti ad imbarcarsi per salvare la pelle.
E quando poi si sarebbe tornati per la riscossa?
Chi ha la mia età facile che non l’avrebbe più vista.
E’ bastata questa domanda per mobilitare la riserva.
E siamo andati a votare.

Noi.

I tanti che da qualche tempo s’astenevano o deponevano nell’urna una scheda bianca a sottolineare la critica nei confronti del PD.
Quando poi abbiamo visto Piazza Maggiore stracolma di sardine il messaggio ci è arrivato forte e chiaro.
No, stavolta si vota.
La sola idea di un “governo” regionale della Lega ha mosso qualcosa di profondo, ha fatto tornare in campo, almeno per un giorno cruciale, quanti non hanno mai perdonato la fuga dalla sinistra di un partito mal nato e peggio cresciuto.
Perché l’esperienza politica e di governo dell’Emilia- Romagna è tutt’ora radicata in un retroterra di sentimenti, emozioni, sensibilità, cultura politica, valori e idealità che ha formato molte e diverse generazioni di cittadini.
E’ esattamente questo che molti hanno sottovalutato.
Noi siano e restiamo critici, anche in modo asperrimo.
Ma i luoghi nei quali siamo nati e vissuti, le esperienze umane, forse prima ancora che politiche, che ci hanno formati, la tanta fatica , la molta passione ideale e civile che ci ha sorretto anche nei passaggi più aspri della storia d’Italia, così frequentemente passata per l’Emilia-Romagna , non poteva non generare una reazione.

Adesso possiamo dirlo.

Salvini ha cercato di far leva sul popolaccio, dimostrando di non saper nulla, di non aver capito che nel popolo rimane il sedimento profondo di un’appartenenza , non al PD, ma ad una terra che è la nostra.
A dissodare e curare la quale ci siamo dedicati anima e corpo, di generazione in generazione.
Paradossalmente Salvini nella sua gretta ignoranza ha fatto risalire alla superficie un passato che non passa.
Non è mai del tutto passato.
Per ragioni storiche e sociali che un populista da quattro soldi non potrà mai comprendere davvero.
Tutti a dire che costui s’è dimostrato molto abile ad intercettare disagio, scontento e paura che pure esistono e sono diffusi e che spero non vengano ignorati ancora una volta dai vincitori.
No.
Salvini s’è dimostrato politicamente un tonto.
Quando mai avremmo votato per il PD la cui nascita abbiamo , chi più chi meno, combattuto senza il suo contributo fondamentale?
Il no pasaran portato in Piazza Maggiore dalle sardine ha colto appieno, al di là di ogni aspettativa, il nostro stato d’animo.
E adesso l’energumeno che voleva “liberare l’Emilia-Romagna” , caposaldo decisivo o ultima ridotta, si ritrova col culo per terra, per usare un linguaggio comprensibile anche a lui.
La spallata d’agosto e quella di gennaio gli hanno rotto le ossa almeno per quanto riguarda il suo agognato profilo di leader totale e indiscusso del centro destra.

Adesso, archiviata, come nulla fosse accaduto, la partita regionale , cronisti e analisti sono già lanciati  – con il definitivo scioglimento dello sciagurato equivoco costituito dal M5S – a invocare un nuovo bipolarismo con conseguente svolta maggioritaria nella legge elettorale.
Fossi nel PD e non lo sono, starei molto in campana su questo punto.
L’Italia non è L’Emilia-Romagna.
Ma di questo si parlerà ancora.
Immagino che Zingaretti che vuole , (voleva?) superare il PD con un partito nuovo sarà tentato di tornare sui suoi timidi e confusi passi.
Vedremo e commenteremo in seguito.
Per adesso basterebbe a noi critici, che si chiarissero per bene le idee ai vari Di Maio e anche al Conte Pio Bis, un trasformista ormai appeso al nulla.
Stiamo ancora aspettando che s’aboliscano senza mezze misure i decreti Salvini sulla sicurezza, e che venga messa in discussione la legge sulla prescrizione che è in vigore prima della riforma del processo penale.

Un mondo alla rovescia praticato da quel forcaiolo di Bonafede.

Per conto mio, allo stato degli atti e dei fatti, molto meglio misurare le coalizioni non coi sondaggi ma con elezioni vere nelle quali vengano in chiaro i rapporti di forza sulla base della volontà dei cittadini elettori.

Stakeholders.

gennaio 21, 2020

Mi capita del tutto casualmente di ascoltare l’intervista del Conte Pio Bis sulla Libia.
Esilarante nella sua involontaria comicità.
Uno così in un paese come l’Italia, ormai avviato a divenire una pura espressione geografica (chapeau al bieco Metternich) è destinato a lunga e fortunata carriera.
Dice infatti che a Berlino l’Italia ha lavorato molto intensamente insieme ai suoi partners per raggiungere un accordo su ben 55 punti.
Oh, son cinquantacinque mica uno!
Un lavoro colossale che “costituisce un passo avanti”.
Avanti verso dove?

Non è dato sapere dal momento che non si è riusciti neppure a far incontrare le parti in conflitto.

Tuttavia il Conte Pio Bis in versione internazionale ripete in tre minuti per ben due volte, che si espressa l’intenzione di coinvolgere tutti gli stakeholders.
Fantastico.
Alludeva a quali (in italiano semplice) parti in causa?
Forse all’Italia medesima dato che qualche interesse in zona ce l’avremmo.
Già perché la Russia e la Turchia non possono esser definiti propriamente stakeholders essendo allo stato dei fatti  i maggiori protagonisti.
Quindi non resta che affidarsi, al netto di Egitto, Arabia Saudita, Qatar, ed emirati, all’idea che stesse parlando delle tribù del Fezzan e del vario conglomerato banditesco-criminale col quale già col governo Gentiloni stabilimmo patti scellerati.
Sì , penso proprio siano costoro. Gli stakeholders.

Parallelamente il ministro degli esteri dice che la missione Sophia (mai davvero esistita) va smontata e rimontata per effettuare l’embargo di armi verso la Libia.
Ma si capisce.
Figurarsi.
C’è da dubitare che smontando il nulla si possa rimontare qualcosa.
Intanto la Francia di Macron non esita a sottrarsi alla firma di un qualsiasi documento in merito al blocco dei pozzi petroliferi effettuato dal cattivone di Bengasi contro il quale schiera ulteriori truppe il cattivone di Ankara, mentre il cattivone di Mosca alle prese con un ulteriore cambiamento costituzionale per rendersi immortale, almeno politicamente, sta a osservare gli sviluppi.

Non senza presidiare il terreno operativo per interposta compagnia Wagner e quello diplomatico tramite un saldo rapporto con la Merkel.
Pare che , tutto sommato l’Italia conti come il due di coppe con briscola bastoni.

Però, noi vogliamo coinvolgere gli stakeholders.
Suona bene.

In linea con un paese che (vengo a sapere) con la ministra Trenta a cinque stelle nel governo giallo verde assegna i tanto discussi F35 alla marina militare.

Scelta logica dato che abbiamo una sola portaerei per di più non tanto in forma.
E, adesso invece col governo giallo rosa sembra si stia decidendo una più equa ripartizione del tipo: uno a me e uno a te.
E pace con tutti.
Il concetto di interoperabilità che presuppone integrazione, invalso ormai nell’orbe terraqueo rimane ostico nella nostra amata Italia.
Ma che importa.
Noi coinvolgiamo gli stakeholders.

CRONACHE DALL’ANTICHITA’.

gennaio 21, 2020

Tanto per riflettere sull’incertezza attuale, nonostante il formidabile impulso impresso dalle sardine.

 

 

 

Quell’Emilia che sogna lo sgambetto a Fassino (31/01/2007) di Luca Telese.

Avvertenza per i non emiliani: la parola chiave di questo articolo è una voce dialettale: Dargliela su. Un tempo era impronunciabile in qualsiasi idioma. Ma ora nei Ds c’è anche chi vuol dargliela, andar via, mollare la tessera. Molti tra loro trovano rifugio nella «terza mozione», quella di chi «è molto»: molto riformista, molto scettico o molto arrabbiato. Sarà sicuramente sconfitta. Ma sarà sicuramente decisiva. Ecco perché: non è contraria al Partito democratico, ma a come si sta facendo il Partito democratico. Il che paradossalmente la rende più insidiosa per Piero Fassino di quella della sinistra. Ed è molto forte in Emilia Romagna, perché oltre a Gavino Angius e Alberto Nigra, oltre a due nomi dello spessore di Gianfranco Pasquino e Franco Grillini, è firmata da uno dei dirigenti storicamente più prestigiosi dei Ds sotto le due torri. Ovvero da Mauro Zani, l’uomo che fino a un mese fa era sempre in maggioranza (anche se non era d’accordo). In fondo il calcolo è semplice: la sinistra di Fabio Mussi sta fra il 20 e il30% (salvo sorprese). «Se la “terza mozione” supera il 5% – spiega Pasquino semplificando – Fassino non raggiunge il 70% e per lui sono guai». Se arrivi a Bologna e riesci a imbucarti nella prima riunione organizzativa della «Terza » (spontanea, senza rete o filtri) tra confessioni e sfoghi, ferocissime analisi, capisci che sotto l’apparente quiete, questa svolta turba i Ds in profondità. Donne contro (Rutelli). Per esempio le donne. In Emilia, il 60 per cento di loro lavora (soprattutto le iscritte Ds). Nella città in cui ci sono più tassiste, netturbine e autiste, federarsi al partito di Francesco Rutelli e Franca Binetti è come andare a un funerale. Dice un iscritto della casa del popolo Candilejas, Franco: «Vado a sentire Fassino… Parla due ore,quasi mi convince. Ma ha discusso venti minuti dei socialisti portoghesi e non ha mai citato Rutelli!». Già. Nella riunione con Zani, la settimana scorsa, nella sede della Regione – unica convocazione un tam tam di telefonate-la prima ad arrabbiarsi è la compagna Ercolini. Quarantenne, grintosa e taillerata d’assalto che sbotta: «L’accordo Mussi- Fassino sul voto segreto è da tagliagole! Anche stavolta – si lamenta- emerge un monolite trasversale e generazionale nel gruppo dirigente che va demolito. Altrimenti – conclude – l’unica è dargliela su» (e una). La compagna Donati: «Compagni, diciamola verità! Sono sconfortata dal conformismo di tanti compagni, mi fa paura. Vado in sezione, e il segretario mi fa: “Non capisco, ma sono con Fassino”. Compagni,questo conformismo l’abbiamo costruito noi ma ora ci uccide! Se non lo leggono sull’Unità la mozione Angius- Zani non esiste!». Non morir «democristiani». Il compagno Fanti:«C’era un articolo sul partito democratico di Cuillo (dirigente fassiniano, ndr) sul Riformista. Leggo e rileggo, non capisco. Aria fritta!» (risate). «Pareva Rutelli!» (fischi). «Compagni, qui l’unica argomentazione efficace, anche fra i nostri vecchi: Non voglio morire democristiano (boato). «I pacchi di tessere false della Margherita spaventano. Una testa, un voto – sorride amaro – ma almeno sia una testa viva!» (applausi). Il compagno Piccari, maglione girocollo, accento forte, tono grave: «Il rischio è la fine dei Ds. Il problema non è la scissione, ma la diaspora! Vedo tanti compagni tentati di dargliela su» (e due). Teresa, ultima a parlare: «Mi sento violentata dentro, ero pronta a dire: vado via!» (e tre). Gianluca: «Compagno Zani. se non c’eri tu io ero già a casa!»(e quattro). Meraviglioso Massimo Mezzetti, numero due dell’area:«Compagni, ho ripescato, in cima allo scaffale, Un paese normale di D’Alema. Confrontate il testo con quel che ha detto ai segretari di sezione… è esattamente il con-tra-rio!».Poi, ironico:«Fassino scriverà nella mozione che con un piede è nel Pse,e con l’altro nel Palazzo d’Inverno. E intanto il congresso si decide in due settimane». Tutto in una «botta». Già. Perché la macchina organizzativa è micidiale, e fa la differenza. In Emilia (e nel resto d’Italia), i congressi di base decidono i rapporti di forza. Così la scommessa delle minoranze è illustrare la mozione nel maggior numero di sezioni possibile. Conti alla mano, in Emilia, la prima fase congressuale si celebra in meno di un mese, 90 congressi «a botta». Il fattore-tempo gioca per il segretario. Così Zani, Grillini, Mezzetti e Pasquino puntano molto sulle assemblee cittadine. La prima cosa che pensi, in questa fredda serata bolognese, è che gli «zaniani» sono minoranza: la colonna vertebrale è la vecchia area riformista, più intellettuali, dirigenti della ex maggioranza, come Nigra (ex segretario piemontese). Ma proprio per questo possono intercettare un frammento di base che li riconosce e si fida di loro. Fisiognomica del Zani. Per capire le loro potenzialità bisogna studiare lui, il Zani. Ex responsabile organizzazione nazionale ds (oggi eurodeputato), è uno che pare uscito fuori dalla matita di Quino, l’inventore di Mafalda: testa quadra, sopracciglia folte e baffi che sembrano tirati giù con un tratto di carboncino. Anche quando era potente, per i giornali non è mai stato leader. Ma è stimatissimo, rispettato dalla base ancora oggi. È asciutto, antiretorico, a volte persino scostante. Da lui non hai mai dichiarazioni a effetto per i Tg, ma è sentendolo parlare qui che capisci il segreto della sua fortuna: la concretezza emiliana. Esordio spiazzante:«Primo: non possiamo vincere, saremo sconfitti di certo, chiaro?». In sala già non vola una mosca. Sospiro: «Secondo: la nostra è la posizione più scomoda, fra due fuochi, lo sappiamo, no?». Terzo: «Ho parlato di censura. Non a caso. I giornali ci ignorano, e lo faranno ancor di più. Mi spiego?» (fiati sospesi). Poi, con una sfumatura di sorriso e un ruggito di grinta: «Per questo non userò mezze misure. Giocherò all’attacco» (brusio di sollievo in sala). Va giù con l’accetta: «È vero, il tasso di conformismo ha raggiunto livelli insopportabili. È vero, Fassino si inventerà un marchingegno per tenere dentro la Margherita, l’adesione al Pse, ecc. Ma noi possiamo parlare a quei tanti compagni che sono a disagio, e dobbiamo fare una battaglia forte, sull’idea che un partito non si può sciogliere, senza un altro congresso, che nessun partito può nascere da una fusione fredda con Rutelli». Il voto segreto? «Se lo sono scelto loro – ghigno – ora voglio cabine elettorali e urne, rappresentanti, osservatori come fosse l’Onu!». Insomma, Zani parla di identità, di voti, di tessere. Parla alla pancia profonda di questo partito. Questa mozione tiene insieme le lingue più antiche, e le più moderne: dalle sezioni di Zani ai Pacs di Grillini alla politologia arguta di Pasquino. Se il compagno Zani riesce a incanalare rabbia, cuori e teste, al Botteghino son dolori.

PS. mio. E Zani , come al solito, non ci riuscì.

Sardine.

gennaio 20, 2020

Ho trovato questo. Lo condivido.

Al movimento delle sardine manca ancora un’anima politica
Alessandro Calvi, giornalista
20 gennaio 2020 11.54

Ci sono stati i Modena City Ramblers che hanno suonato Bella ciao, i Marlene Kuntz e Marracash. C’è stato un breve videointervento di Francesco Guccini introdotto dalle note di Locomotiva. Alla fine è arrivato anche Moni Ovadia. La lunga giornata delle sardine a Bologna è stata piena di parole che hanno raccontato i “temi sociali”, come li ha definiti uno dei fondatori del movimento, Mattia Santori. Ma al movimento manca ancora una cosa, la più importante di tutte: la politica.

Eppure un’anima politica a questo punto sarebbe necessaria. Non necessariamente un’organizzazione politica, ma almeno una struttura ideale chiara, capace di dare una direzione certa e inequivocabile a tutte le parole ascoltate finora. Altrimenti, ci vuole poco perché anche le migliori intenzioni partoriscano soluzioni inquietanti.

“Dove c’è dialogo non c’è populismo”, ha detto Santori salutando la piazza bolognese, ed è vero. Ma se la soluzione per contenere la violenza online è quella di introdurre un daspo, ossia una sospensione dai social network, nel migliore dei casi c’è da preoccuparsi per l’ingenuità della proposta, e nel peggiore che dietro tante parole si rischi di scoprirsi un’anima piuttosto conservatrice, attirata da soluzioni che sanno tanto di legge e ordine, e che possono rappresentare strumenti pericolosi nelle mani del potere.

Il fatto è che quelle manifestate finora dalle sardine – ripristinare le buone maniere e ricollocare le relazioni tra persone nella realtà fisica e non solo in quella dei social network – sono aspirazioni sacrosante, che raccontano molto del disagio di quest’epoca, fatto emergere in forma collettiva dal movimento. Ma si tratta di istanze prepolitiche, che di per sé non basterebbero neanche a garantire il mantenimento degli obiettivi per un tempo ragionevole.

Un occhio di riguardo
Sia chiaro: per il momento, vista l’aria che tira, fanno benissimo le sardine a guardarsi attorno con circospezione e a prendersi tutto il tempo che credono per definire se stesse.

Dopo i lunghi mesi scanditi dai proclami salviniani, la loro irruzione sulla scena è apparsa a molti come una boccata d’ossigeno. Da qui, la capacità di raccogliere attorno a sé migliaia di persone attirate da parole d’ordine che parlano di pacificazione, ripudio della violenza e inclusione; il sostegno di certe forze politiche che, persa ormai da tempo ogni traccia di identità propria, si accodano come già avevano fatto in altre occasioni, senza avere molto da aggiungere a ciò che altri affermano; l’apertura di credito della stampa e la massiccia esposizione mediatica dei loro leader; e, infine, il racconto del fenomeno come se fosse un’epopea, o addirittura il segno di un risveglio della partecipazione democratica nel paese.

Curiosamente, lo stesso favore non è stato accordato ad altri. Non alle manifestazioni ambientaliste di questi ultimi mesi. E neanche alle grandi manifestazioni femministe. Nessuna di queste mobilitazioni è stata accolta e raccontata come se si fosse di fronte al risveglio della piazza democratica. Spesso, quelle proteste sono state trattate come se non rappresentassero questioni di portata generale, come se, rivendicando i propri diritti, le donne non stessero compiendo un atto integralmente politico ma stessero manifestando un’istanza di parte.

A quanto pare nessuno si sente davvero minacciato da questo movimento

La lotta delle donne è invece un fatto clamorosamente politico perché prova a introdurre un pensiero radicalmente critico nel dibattito pubblico. Di questi tempi è cosa rara e le donne lo stanno facendo quasi da sole. Insomma, le lotte femministe, ma anche questo nuovo genere di ambientalismo, mettono in discussione la struttura stessa del mondo nel quale siamo immersi, quella economica e quella sociale. Dunque, in ultima analisi, mettono in discussione il potere di per sé. Per questo trovano molta resistenza, e si va dal contrasto più duro fino allo sfottò di stampo paternalista, costruito quasi sempre su parole virili e muscolari da sempre riservate a chi, soprattutto se donna o giovane, non si uniforma al pensiero corrente.

Di tutt’altro genere appare la relazione delle sardine con la realtà nella quale sono immerse. Parrebbe esserci una certa affinità con il mondo al quale si rivolgono e con il quale non sembrano avere intenzione di aprire un vero conflitto. E, soprattutto, a quanto pare nessuno – neanche gli avversari – si sente davvero minacciato da questo movimento. E anche questo, se letto nella prospettiva di un cambiamento, non è un buon segno. Non è comunque una novità o una condizione che riguardi solo le sardine. È invece l’esito di un processo che si è sviluppato in questi ultimi decenni.

Omologazione al mondo adulto
Dagli anni settanta a oggi si è progressivamente passati dalla contestazione del potere alla mera protesta. Si è insomma passati dalla rivoluzione alla rivolta, per poi accontentarsi di ancor meno, salvo evidentemente alcuni settori minoritari della società. Svuotata di ogni carica destabilizzante, la contestazione – soprattutto quella giovanile – prima è diventata una stanca ripetizione di sé e poi ha finito per ritualizzarsi e trasformarsi in un semplice momento di passaggio, socialmente accettato e dunque innocuo, verso il mondo adulto. È, tra l’altro, il caso delle occupazioni delle scuole di questi ultimi anni.

Così, mancando la forza per immaginare di imporre nuove idee o di prendersi il mondo per cambiarlo, ci si è limitati sempre più spesso a chiedere all’autorità di essere ascoltati e di aprire la porta del mondo. Insomma, proprio mentre svaniva una idea politica di sé e della società, lo spazio lasciato vuoto cominciava a essere riempito dalla necessità di omologazione perfino come via di ingresso nel mondo adulto.

Almeno un paio di generazioni sono state costrette a fare i conti con un’incertezza che ha frazionato la loro esistenza in infiniti segmenti

Una società che incoraggia i giovani alla neutralità, e in cui i giovani sono costretti dalle necessità ad adattarsi a ciò che trovano, è evidentemente una società conservatrice. Altrettanto evidentemente, in un mondo tendenzialmente conservatore, la neutralità politica – o l’incapacità di accettarsi come un “corpo politico”, e quindi portatore anche di idee diverse e di cambiamento – si manifesta di fatto come conservazione. Una società così definita è come un organismo che, smettendo di rinnovarsi, si avvia verso la sua stessa fine, magari collocando illusoriamente altrove il pericolo, come dimostrano l’intolleranza risorgente verso ogni diversità o il razzismo tout court nei confronti degli immigrati.

A peggiorare le cose, ci si è messa la precarizzazione dei rapporti di lavoro che è anche precarietà della vita delle persone. Almeno un paio di generazioni sono state costrette a fare i conti con un’incertezza che ha frazionato la loro stessa esistenza in un’infinita sequenza di segmenti. E quando si fatica ad affermare la propria esistenza perché si è obbligati a comportarsi in eterno come giovani, poi diventa difficile anche solo immaginare di poter pretendere che il mondo prenda la propria forma. Alla fine, si accetta più facilmente la necessità di adattarsi al mondo così come lo si è trovato.

Non a caso, negli stessi anni nel dibattito pubblico non ha più trovato posto neppure un pensiero strutturato politicamente, si son fatte evanescenti le differenze tra le forze politiche e una sinistra oramai insipiente ha finito per proclamarsi liberale, come la destra.

È dunque comprensibilissima la difficoltà di pensarsi come corpo politico confessata dal leader Mattia Santori durante Mezz’ora in più su Raitre.

Ma proprio per questa ragione è importante recuperare un pensiero politico, anche se ci vuole molto coraggio. La politica è fatta di idee diverse che si confrontano, dialogano, si scontrano. La politica è anche conflitto. E il conflitto andrebbe coltivato, non eluso o sterilizzato. Soprattutto quando si è giovani, si dovrebbe avere il coraggio anche dello scontro con il potere per poterlo cambiare. Questo perché i tempi e i modi del potere sono i tempi e i modi delle persone che lo detengono in un determinato momento, ed è evidente che chiunque si trovi in quella condizione tende a non ascoltare altri che se stesso. Comunque, di certo non ascolta chi quella condizione la vorrebbe modificare. Dunque, se nelle intenzioni delle sardine c’è il cambiamento delle cose, chiedere permesso non serve.

Tuttavia, qualcosa forse si è mosso. La manifestazione a Riace del 6 gennaio scorso, per esempio, ha in parte rimediato alle incomprensibili mollezze di quella a piazza San Giovanni sui decreti sicurezza voluti dall’ex ministro Salvini. A Bologna si è forse fatto un ulteriore passetto in avanti ed è un bene perché è proprio nello spazio che sta tra la possibilità di un dibattito meno volgare e violento – come giustamente chiedono le sardine – e l’affermazione di idee più radicali e forti – che per ora sembrano mancare – che i movimenti potrebbero svolgere un ruolo decisivo.

Fermandosi al primo punto e mancando le idee, si rischia prima o poi di scoprirsi conservatori e di accontentarsi, bene che vada, delle solite chiacchiere sulla resilienza.

Addendum.

gennaio 16, 2020

Addendum a “qualche considerazione…”.

Da giorni i tiggi insistono sul fatto che “ben due missili” iraniani hanno abbattuto l’aereo ucraino.
Documentano le proteste in Iran e danno ampio spazio alle dimissioni di giornaliste televisive sdegnate per le bugie del governo.
Vero è che per tre giorni il governo iraniano ha negato di esser responsabile del disastro.
Altrettanto vero è che la “guida spirituale” è intervenuto per incitare (ordinare) all’esercito di “dire la verità al popolo”.
E così s’è fatto.
Inevitabilmente.
Giustamente.

Ciò che non viene ricordato è che ben diverso fu il comportamento degli USA nel 1988 , allorché un airbus iraniano venne abbattuto da un missile terra-aria lanciato dall’incrociatore USS Vincennes che uccise 290 persone tra cui 66 bambini.
La nave da guerra della US Navy era in acque territoriali iraniane e l’aereo era in volo nello spazio aereo dell’Iran.
Non sono agli atti scuse formali da parte del governo USA , né venne mai l’ammissione di aver commesso un errore che pure era implicito nei risarcimenti che furono accordati alle famiglie delle vittime.
Insomma va bene tutto ma non ricordo affatto un particolare accanimento informativo in Italia all’epoca.
Non ci fu.
L’errore lo avevano commesso i “buoni”.
E i buoni se uccidono i cattivi, sono ampiamente scusabili.
Erano in buona fede.
Per definizione.

 

 

PS. Da Wikipedia. “Nel memoriale presentato presso la Corte internazionale di giustizia dal governo iraniano si legge che l’abbattimento del volo 655 da parte del Vincennes era stato un atto intenzionale e criminale; anche se ci fosse stata un’errata identificazione del velivolo, fatto che non veniva riconosciuto, l’attacco contro di esso fu una grave e sconsiderata negligenza, equivalente a un crimine internazionale e non a un semplice incidente.[15] In particolare, l’Iran espresse scetticismo in merito al presunto errore di identificazione, in quanto venne rilevato che il Vincennes disponeva dell’avanzato sistema AEGIS che aveva correttamente monitorato il volo dell’Airbus e che lo aveva identificato come modo III (cioè civile), che altre due navi militari statunitensi che operavano nella zona, la USS Sides e la USS Montgomery, avevano identificato il velivolo come civile e che in aggiunta l’A300 stava percorrendo un’aerovia internazionale.

QUALCHE CONSIDERAZIONE SPARSA…

gennaio 9, 2020

Ho seguito il programma di Andrea Purgatori su la 7.
Abbastanza improvvisato, senza un canovaccio coerente e tuttavia meritorio sul piano informativo.

1)Mi hanno impressionato in particolare le immagini dell’assassinio di Soleimani e della sua scorta.
Colpisce noi gente di un altro tempo la precisione estrema, millimetrica con cui da remoto si può ammazzare chiunque e dovunque.
Gli uomini corrispondono a puntini bianchi che corrono all’impazzata e che vengono annichiliti uno dopo l’altro. Senza la minima possibilità di scampo.
Una tecnologia di guerra che rende onnipotente chi la possiede.
I droni, le macchine di morte del XXI secolo, consentono l’assassinio a mano libera.
Come in un video game: i corpi umani sono solo puntini bianchi che esplodono.
Non vediamo le nuvole purpuree del sangue, né la carne umana sminuzzata e sparsa sul terreno.
E questo aiuta a diffondere una certa malcelata ammirazione per questa chirurgica tecnologia.

2)La sovranità degli Stati è ormai solo un pallido ricordo del novecento.
La conferma è che nessuno al mondo, per non dire dell’Italia, si è scandalizzato per l’attacco USA a Bagdad capitale di un paese formalmente sovrano.
Il diritto internazionale è carta straccia da un bel pezzo.
E’ la forza che fa il diritto.
Vero è che è sempre stato così nella storia, tuttavia adesso ogni freno inibitorio è tolto del tutto insieme a quel poco di equilibrio che per un certo periodo s’era comunque stabilito tra forza e diritto.

3) In quest’ambito tutti i discorsi sulla non proliferazione del nucleare bellico lasciano il tempo che trovano. Chi non ha la bomba è facile preda di ogni sorta di violenza e sopraffazione. La politica di non proliferazione non ha più alcuna credibilità nel momento in cui sono ormai denunciati tutti gli accordi del passato relativi se non ad un disarmo nucleare almeno per una pausa bilanciata nella corsa agli armamenti.

4) Si è subito detto che Trump con la sua dimostrazione di potenza ha voluto distrarre l’elettorato USA dai suoi guai relativi all’impeachment. Vero. Si è trattato di un omicidio elettorale.

Quando in nord america incombono le elezioni conviene tener giù la testa.

Non è la prima volta. Clinton bombardò una fabbrica di medicinali in Sudan che copriva il 50% del fabbisogno di quel paese per distogliere l’attenzione da una banale fellatio.
Dal canto suo Obama si presentò agli USA per la sua seconda elezione chiarendo che . “io ho ucciso Osama bin Laden”. Bush invase l’Iraq e fece impiccare Saddam Hussein in diretta mondiale dopo l’attacco alle torri gemelle forse per distogliere l’attenzione dalla antica amicizia che legava la sua famiglia a quella di bin Laden.

5) Dunque è certo. Trump ha ordinato un omicidio elettorale che potrebbe valergli la rielezione. Ma c’è dell’altro. Il presidente col gatto in testa non è pazzo. C’è una razionalità strategica nella liquidazione di Soleimani che non è solo farina de suo sacco.

Gli apparati USA, molteplici e di varia e lunga esperienza si muovono giocoforza secondo una logica imperiale. E in tale logica si è inviato un messaggio sanguinoso, forte e chiaro all’Iran. Quell’Iran che con le sue formazioni militari sparse per un vasto territorio ha contribuito a sbarrare il passo all’ISIS, e che ha di molto aumentato, troppo, la propria influenza in tutta l’area:  Siria, Jemen, Libano, Irak a scapito degli alleati tradizionali degli USA che con il regno del terrore, poi instaurato da Daesh, hanno originariamente mantenuto una posizione quantomeno ambigua in varie forme a seconda degli interessi dei vari paesi arabi.

Anche l’iniziale approccio di Trump all’Iran con la disdetta dell’accordo sul nucleare iraniano voluto da Obama in collaborazione con l’UE, preannunciava un cambio di politica : l’Iran non può in alcun modo pretendere di estendere la propria influenza nell’area medio orientale profittando della politica obamiana volta a ricercare un equilibrio di forze, che di fatto ridimensionava il ruolo dell’Arabia Saudita.

Si torna all’antico. Non esiste , di fatto, alcun disimpegno americano dal medio oriente. Si tratta solo di un impegno diverso, dall’alto.

Dall’alto dei droni ma anche dall’alto di un impero che lascia semmai nelle mani di altri le patate bollenti (come quella curda del Rojava) riservandosi di intervenire volta per volta, caso per caso. Gli americani non se ne sono andati si sono solo ridislocati.

6) Quanto all’Iran, al netto del contemporaneo disastro aereo che adesso gli viene imputato, tanto tuonò che non piovve. Missili antiquati, poco più che fuochi d’artificio, lanciati previo avvertimento. Puramente dimostrativi.

Hanno agito nello stesso modo in cui si mosse Trump quando fece piovere una quantità di missili su una base siriana dopo aver avvertito i russi che avvertirono i siriani. A ben vedere c’è intelligenza nella “vendetta” iraniana nel non mettere Trump con le spalle al muro nel caso di un bombardamento reale e distruttivo.

L’Iran è guidato da preti che sanno  benissimo che anche solo qualche morto americano avrebbe comportato un’escalation dalla quale gli eredi dei persiani avrebbero solo da perdere. Assisteremo piuttosto in futuro ad azioni d’altro tipo, per interposta forza. Una sorta di mordi e fuggi del quale l’Iran si guarderà bene dall’intestarsi la responsabilità ufficiale e diretta. E’ questo tipo di stillicidio che dovrebbero temere gli americani. Si vedrà.

7)L’Italia invece, conta nulla. Se non per il fatto di essere il secondo contingente militare in Iraq. E , francamente non si capisce cosa restano a fare esattamente i nostri soldati in quel paese se non a dare legittimità ad ogni azione USA senza alcuna possibilità di discutere azioni ed obiettivi.

Mi ha colpito la preoccupazione del governo italiano secondo cui la priorità in Iraq è quella di proteggere in nostri militari. In un paese normale sarebbero i militari a dover difendere il proprio paese e i suoi interessi e proteggere i suoi cittadini. Non viceversa.

Non si capisce per quale strana ragione dobbiamo mandare soldati in giro per il mondo in zone di guerra per poi preoccuparci di proteggerli…dalla guerra.
Comunque i nostri interessi sono semmai altrove, in Libia ad esempio. Ma per il momento contano le forze sul campo. Russi e turchi, infatti sono in grado di chiedere e imporre una tregua d’armi in attesa di sviluppi/accordi futuri. Anche se sarebbe un errore pensare che gli USA, dall’alto dell’impero restino a guardare. Checché se ne dica non lo fecero neppure quando presero l’iniziativa francesi ed inglesi.

Fu degli americani l’individuazione tramite i droni del convoglio che consentì ai francesi di fermare Gheddafi in fuga. Colui che era l’alleato e garante dei nostri interessi nazionali e che lasciammo nelle mani delle milizie di Misurata che lo stuprarono e poi l’uccisero.
Ma sul ruolo dell’Italia nella Nato, in Europa e nel rapporto con gli Usa val la pena tornare in seguito. Questione complessa non riducibile a poche battute che peraltro verrebbero troppo facilitate a fronte del vacuo attivismo dell’attuale capo della Farnesina non meno che del presidente bis del consiglio dei ministri la cui simpatica , cordiale postura non è evidentemente sufficiente a colmare un vuoto di strategia che dura dal 2011.

Gli intoccabili.

gennaio 8, 2020

Di nuovo , dopo molti tentavi di accedere al mio account di Fb da parte di terzi, l’account è stato bloccato. Di nuovo le procedure per confermare la mia identità, seppur seguite correttamente, non danno risultato alcuno. A questo punto mi par di capire che c’è qualcuno che è sovraordinato a Fb; qualcuno che dalla sua posizione privilegiata è in grado di bloccarmi. L’ha fatto il 10 novembre scorso e lo ha rifatto ieri 7 gennaio 2020. Basta vedere cosa ho postato nei giorni precedenti per farsi un’idea della canaglia in questione. Qualche sospetto ce l’ho. Ma non ho prove. Non posso averle. PS. Telefonai alla Polizia postale e la risposta fu quella che mi aspettavo: tenga ben chiusa la porta. Cioè usi una password complessa. E se proprio vuole (inteso se vuole intasare il nostro lavoro) faccia un esposto. In effetti la Polizia postale ha ben altro e di più serio di cui occuparsi. Quindi non mi resta che prendere atto che ci son postazioni, ripeto “sovraordinate”, usate da intoccabili che possono decidere quando vogliono di toglierti la parola per puro odio ideologico, personalizzato.

Resta inteso che qualsiasi cosa venga pubblicato sulla mia pagina Fb da oggi in poi , fino a nuovo avviso, non l’ho scritta io.

Mauro Zani