Gino.

dicembre 21, 2014

Ho conosciuto Gino trent’anni orsono , forse più.

Gino aveva già affrescato il vecchio mulino di San Giovanni in Persiceto, con tutte quelle spighe di grano.

Mi era sempre piaciuta, intuitivamente, quella roba lì. Essendo io un vero asino in materia artistica e pittorica pensai, tuttavia, che chi aveva concepito quel “murales” , era uno da tenere in considerazione.

 

Più tardi , da giovane vice presidente della Provincia presi a cuore la causa degli orti considerati abusivi sorti come funghi sulla sponda del Reno laddove oggi c’è il parco lungo Reno.

In prossimità di quel Ponte celebrato dal liberale Riccardo Bacchelli nel suo : “Il diavolo al Pontelungo”.

Si trattava , tecnicamente, di interesse privato in atti d’ufficio, dato che fu mio padre uno dei primi coloni della sponda del Reno.

Memore delle sue origini bracciantili decise di punto in bianco di cominciare a vangare un orto tra la gramigna.

Sull’esempio iniziò una vera e propria opera di bonifica di un breve tratto di terra, in bilico sull’acqua, irta di ogni sorta d’arbusti e di selvatiche alberature, particolarmente perniciose quando il torrentaccio ( di Bacchelli) raggiungeva il colmo di piena.

Col tempo, a sanatoria, il demanio statale impose un modesto affitto annuale a tutti coloro che s’erano installati sulla sponda con orti e baracche della più varia foggia.

La comunità degli orti ormai consolidata anche sul piano legale, prosperava, tra grigliate, interminabili partite a briscola e vino la cui modesta qualità era compensata dalla quantità.

Invero notevole.

Quest’ultima.

Chiunque la domenica pomeriggio si trovava a passeggiare per i sentierini che delimitavano le “proprietà” degli orti – non v’erano recinzioni -veniva invitato a raccogliere verdure di stagione a piacimento.

Liberamente.

Gratuitamente.

E magari ad unirsi alle perenni grigliate miste di carne, rigorosamente , di maiale.

Si stava in baracca.

Si intonavano vecchie canzonacce, di tenore politico-ideologico e anche no. Ad onta delle proteste degli invidiosi cittadini del ceto medio- basso perbene che mal tolleravano quel variopinto spettacolo di proletari ( di fatto e di vaga ideologia) che sgavazzavano sulla sponda.

 

Intervenne prontamente il Comune Democratico a proteggere decoro e persino, ante litteram, ambiente.

Primo, abbattere le baracche.

Secondo, proibizione di usare l’acqua del Reno per coltivare ortaggi.

Passavano i vigili e si smantellava, dopo aver pagato un’ammenda di molto superiore all’affitto demaniale.

Poi si ricostruiva .

E via di seguito.

 

Ad un certo punto incontrai Gino.

Non so dove.

Né , esattamente quando.

Parlammo.

Più che altro ci annusammo, dato che tra noi due non potevano correre molte parole.

Sintonia immediata.

Di toni , di sguardi.

Di trattenute sensibilità.

Ne venne fuori, un’opera teatrale dal titolo “meglio coltivare che vegetare” .

Gino allestì la scenografia. Un magnifica, surreale profusione di cavoli, zucchini e carote.

Vittorio Franceschi , da par suo , recitò appropriati testi nella sala grande del palazzo dei congressi di Bologna stipata all’inverosimile.

 

Naturalmente il vice sindaco socialista del comune m’attaccò con parole dure : Zani difende gli abusivi.

E Repubblica gli tenne bordone.

Il vice –sindaco.

Che, forse parlava anche per il sindaco.

Avevano, politicamente, ragione entrambi.

Gino ed io difendevamo, anzi rivendicavamo l’abusivismo contro ogni regola.

Quella che ha portato agli attuali canonici orti per anziani.

Tutti uguali.

Noi avevamo  storicamente torto.

 

Un bel torto.

 

Poi gli orti sotto il Pontelungo furono spianati dalle ruspe democratiche.

Opportunamente.

Adesso non si trovano adeguati finanziamenti per restaurare quel ponte storico, in mattoni rossi , laddove l’arciprete di Borgo Panigale ebbe la terribile visione del diavolo. Nefasto preannuncio dell’arrivo di Bakunin a Bologna.

 

Son passati molti anni e a Gino viene un’altra idea.

Davanti al focolare cerchiamo di elaborarla.

Due possibilità.

La prima “decorare” la diga di Suviana”. (vedi in wikipedia)

Propendo per un’enorme crepa.

La diga cede e l’acqua irrompe rovinosamente nella valle .

Gino disegna un bozzetto.

Fantastico.

E’ chiaro che si tratta di un’opera unica.

Verrebbero sull’appennino bolognese a vederla da ogni parte del mondo.

Ed è altrettanto chiaro che si tratta della rappresentazione di  un evento impossibile con chiari intenti di scaramantica ironia a rassicurare gli idioti.

 

Gino poi inventa un’altra possibilità.

Una bambina che tiene il dito nella falla aperta nella diga ad impedirne la rottura.

Altra e più forte idea.

Naturalmente occorrono fondi e aperture mentale.

Sarebbe la famosa flessibilità.

Neuronica, in questo caso.

In primo luogo da parte del gestore della diga.

Niente da fare.

Ovvio.

Si hanno di fronte  burocrati, manager, gente senz’arte. Seppur con qualche parte garantita dal loro ottuso conformismo.

Gente che non capisce perché non sa immaginare.

Non ha idea.

Non vuol averla. Per statuto.

 

 

Adesso è tutto un peloso commemorare Gino.

Lo vedo dai giornali.

Peccato.

Come senz’altro direbbe lui, adesso è tardi.

Dovevate riconoscere il suo poliedrico genio artistico prima.

Molto prima.

Ma forse non l’avete fatto perchè Gino Pellegrini era uno che non si faceva avanti.

Schivo, modesto, capace sempre di sporcarsi le mani con i suoi colori, le sue idee, la sua creatività naturale, sempre duramente affermata con grande fatica, senza pretese, senza proteste, senza autocommiserazioni.

 

Gino. Gli dico un giorno.

Dammi un’idea per dare un pochino di colore alle strisce di cemento che son stampate su questa casaccia di sasso.

Così istruisco l’imbianchino.

Ma te la faccio io, mi risponde.

E così fece.

In alto su un traballante ponteggio di fortuna messo su con le sue mani.

 

Oggi c’è un gran sole.

Guardo quel colore che si fonde  (non so usare un’altra più adeguata parola) con quel sasso povero, eroso dal tempo e m’incazzo.

 

M’incazzo.

Con tutti quelli che non hanno capito prima, quand’era ancora il tempo di capire la straordinaria vena creativa che animava i suoi lavori.

Ma lui era , al secolo, un semplice artigiano.

 

E adesso post –mortem tutti s’affrettano a spendere parole alate su colui che, in gioventù fu ad Hollywood a costruire le scenografie di Hitchcock , di Kubrick e di tanti altri.

Così vanno le cose in questo mondo post- ideologico.

Non è un mondo per Gino.

Per il mio amico.

Laico, anarchico e libertario.

Domenica vado a votare.

novembre 18, 2014

Domenica vado a votare.
Non era scontato.
Non per me.

In una delle rare occasioni pubbliche cui partecipai qualche mese addietro obiettai che tener in campo una lista sub-specie Tsipras alle regionali presentava ostacoli notevoli.
Intanto era già chiaro , almeno a me, che Sel non ci sarebbe stata.
I vecchi partiti ragionano in termini di potere, anche quand’esso è, in verità, assai poco.
E poi la stessa dimensione regionale mal si prestava ad una campagna elettorale da parte di qualsiasi outsider di sinistra.

Personalmente non ritengo che si possa considerare il governo della regione, puramente e semplicemente come malgoverno.

Non mi piace la propaganda a buon mercato.
Tanto per dirne una.

Non malgoverno in senso proprio.
Piuttosto una tranquilla amministrazione e mediazione tra interessi diversi ma – secondo lo spirito di un tempo trapassato- sempre componibili.

Da qui la difficoltà.

Di fronte all’idea stessa di sperimentare la possibilità di far crescere una nuova e moderna sinistra resta ancora in piedi, in Emilia- Romagna, un blocco conformistico congelato in un’era geologica remota ma tuttavia ancora capace di far appello inerziale alla ragion di un partito che non c’è più.

Non c’è più almeno da quando è nato il PD: il partito unico della nazione, artefice di una vera e propria svolta a-democratica tramite il combinato disposto di legge elettorale e riforma istituzionale.

Un partito che nega radicalmente il valore intrinseco della rappresentanza in favore di una sempre malandrina governabilità.

E’ la post democrazia che avanza ovunque sulle macerie fumanti della democrazia quale fu implementata e conosciuta nel secondo dopoguerra.
Ma tutto ciò si rivelerà, in tutti i suoi nefasti effetti, al “grande pubblico” solo più avanti.

Nel frattempo si porta a compimento, come necessario corollario sociale, la spoliazione radicale dei diritti e del valore storico del lavoro umano ridotto a infima e dipendente variabile delle ragioni del mercato.

Il lavoro come merce.
La più infima delle merci.
La meno costosa.

La più deperibile.
La più trascurabile.

 

Di tutto ciò in Emilia- Romagna è paradossalmente più arduo discutere in virtù di una lunga deriva “riformistica” che continua a modellare , sia pur parzialmente, senso comune diffuso in molteplici settori sociali.

Si pensa che Renzi passerà e che la ragion di un vecchio partito resterà o sarà comunque restaurata.

Trattasi di un’illusione tragica.

 

Il mutamento genetico è già da tempo avvenuto.

Le stesse èlites dirigenti sono state ampiamente sostituite da un ceto politico rampante del tutto immemore e comunque non interessato a ricollocare buon governo e antichi ideali in un mondo nuovo in profonda trasformazione al fine di restituire vigore e forza politica, all’alfa e all’omega del perenne conflitto per la giustizia sociale.

Bonaccini m’appare come la più fedele e conforme fotocopia di tal ceto politico,
Renzista della ventiquattresima ora, e proprio per questo inossidabile.

 

Va a sostituire Errani, il quale , in tal contesto appare , nonostante limiti, errori e peccati non sempre veniali come l’ultimo dei Mohicani .

 

Anche in Emilia- Romagna , né poteva essere diversamente, s’avanza uno strano guerriero .

 

Colui che si definisce democratico proprio per coprire agli occhi di quella parte degli elettori, semper fidelis, il progetto post-democratico.

Elettori e militanti che , volentieri porgono gli occhi a quella benda , magari per poter continuare a fare o frequentare le feste de L’Unità.
Alla cieca.
Anche quando quel giornale non c’è più.
Insieme a tutto un mondo ormai morto e sepolto.

Li capisco , ma non li approvo.
Come non li approvai in altre circostanze in passato.

 

In sostanza la lunga e scivolosa coda del buon governo scompare definitivamente, nello stesso momento in cui irrompe anche in Emilia- Romagna il renzismo che non ammette dissensi autonomistici e diversità positive o meno che siano.

 

Non a caso dopo aver liquidato le provincie oggi il Duce (sia detto tecnicamente) del PD attacca frontalmente, in blocco e a prescindere da eventuali differenze, le regioni profittando dell’inclemenza del clima.

Piove: regioni ladre.
Tutte, nessuna esclusa.

E si apre entro questa breccia, forzata dai renzisti alla Bonaccini, una vasta prateria, anche in Emilia –Romagna.

Andranno a pascolarvi non i reduci di Grillo e del grillismo ma i fautori della rifondazione della nuova destra tra Salvini e la Meloni con l’apporto (operativo e tecnico ca va sans dire) dei nazifascisti di casa Pound.

 

E’ ciò che vuole, fortissimamente, Renzi che avendo assorbito Berlusconi e i suoi sodali nel partito unico, con il patto del Nazareno, ha bisogno come del pane quotidiano di un’opposizione.

Visibile.

Non ambigua, inafferrabile, contraddittoria,di colore indefinibile: insomma grillesca.

L’uomo con la camicia bianca , il neo-democristiano post- democratico ha bisogno di camice nere , tutt’al più verde scuro.

Un’opposizione chiaramente, di destra.

Condizione necessaria per continuare a spacciarsi come centro-sinistra.

 

 

Ebbene , c’è bisogno di un’opposizione di sinistra.

Per smascherarlo.

Vediamo se è possibile cominciare a costruirla anche in Emilia- Romagna mentre si sta costituendo in buona parte d’Europa.

 

Un successo seppur parziale dell’Altra Emilia- Romagna, domenica nelle urne, potrà forse far riflettere qualcuno che dentro lo stesso PD comincia a mordere il freno di fronte alla democratura renzista.

E potrà fors’anche chiarire ai compagni di Sel (che saluto cordialmente) che sostenere la candidatura del proconsole Bonaccini è come insaponare la corda alla quale si verrà , inevitabilmente, sospesi.

Pagine

novembre 15, 2014

Anche ai lettori onnivori, compulsivi e necessariamente frettolosi capita a volte di trovare una pagina sulla quale soffermarsi a lungo.

Pagine pesanti come macigni.

Tale è per me, la pagina 136 de “Il presente come storia” di Luciano Canfora.

Laddove l’autore discetta da par suo sulla sofferta e amara intenzione di Gramsci, contemplando l’eventualità di una sua liberazione dal carcere, di “rifugiarsi nel puro dominio dell’intelletto astratto, facendo del mio isolamento la esclusiva forma della mia esistenza”

Scrive Canfora.
– Sarebbe un puerile autoinganno non leggere in termini politici la frase “ non saprei più inserirmi in nessuna corrente sentimentale”. (Libero beninteso, chi lo vuole, di pensare che con quelle parole Gramsci si dichiarasse incerto se aderire , una volta fuori dal carcere, al romanticismo alla Berchet o allo stilnovismo o alla scuola siciliana di Cielo d’Alcamo). La politica intesa come culmine dell’azione morale (non come mestiere più o meno estemporaneo o , peggio, lucrativo) è esperienza totalizzante, coinvolge tutti gli aspetti dell’esistenza. Ciò si verifica tanto più quando si tratti di una politica sorretta da idee e concezioni grandi e impegnative: quelle che taluni da ultimo chiamano, con sussiegosa ignoranza, le “ideologie”. In tali scelte specie se attuate in momenti storici quali quelli vissuti da Gramsci (prima del carcere) e da Cantimori (dopo la liberazione) si investono e si bruciano tutte le energie di un individuo, intellettuali e pratiche. E’ quasi immancabile la delusione soggettiva; e merita rispetto. Essa nasce dalla constatazione di non aver potuto comprendere appieno le ragioni profonde delle vicende pur così intensamente vissute e la vera natura delle forze agenti nei conflitti, nei quali ci si è tuffati a capofitto, seguendo un archetipo che fu già alla base del primo proselitismo cristiano (“Lascia tutto e seguimi ! ”). Sono soprattutto i militanti dotati di grandi risorse intellettuali che alla fine non reggono; e solo alcuni di essi serbano in sé la convinzione che, pur non potendo andare le cose diversamente da come sono andate, ne valeva la pena.

Gli sfrattati.

novembre 1, 2014

Con la nomina a ministro degli esteri di Gentiloni in sostituzione della Mogherini che è andata ad occupare il posto meno rilevante della Commissione europea, laddove si conta come il due di coppe quando briscola è bastoni dato che non esiste una politica estera europea, s’è aperta una riflessione (mi scuso per il termine) intorno alla raggiunta egemonia della Margherita nel PD.

Insomma avrebbe vinto alla fine il vacuo Rutelli per l’interposta persona del giovanotto fiorentino.

Non son d’accordo.

E’ certo vero che gli ex democristiani e radicali della Margherita la fan da padroni. Ma possono farlo perché a suo tempo , se la memoria non m’inganna, prevalse nei DS la teologia del riformismo.

L’idea religiosa che per sfondare quel muro di “cemento armato” , D’Alema dixit, che tracciava il confine elettorale tra sinistra e destra, occorresse trovare l’uovo di colombo.

Il quale consisteva nella semplice, ovvia, presa d’atto che per vincere bisognava assumere gran parte delle posizioni politiche e anche culturali dell’avversario.

Sei riformista se credi (ho scritto credi) nelle doti taumaturgiche del libero mercato. E se , sulla base di questa fede, ti fai carico in particolare di quella flessibilità indispensabile sul mercato del lavoro, affinché si possa alfine uscire dal secolo degli orrori : il novecento.
Quel secolo che ha incatenato il lavoratore al posto fisso , moderno schiavo della modernità fordista.

E così ci fu Treu e tutto il seguito.

Un vero e proprio processo di liberazione del lavoro se non ancora dal lavoro.

Ci si libererà dal lavoro non appena sarà concessa l’elemosina del reddito minimo.
Coi tempi che corrono potrà trattarsi di un sussidio ( 300/400 euri?) per una fetta rilevante di emarginazione sociale da stabilizzare una volta per sempre.
E che nessuno rompa più i coglioni.

In sostanza s’andò allora, nei DS sull’onda di Blair e sulla scorta della terza via tracciata da Anthony Giddens che insieme ai rischi sociali da dover correre tracciava però i contorni del mondo paradisiaco dei molti lavori , delle tante opportunità, della possibilità di emergere sulla base della propria volontà e competenza.

Un insieme di favolette ben confezionate volte unicamente a mascherare la totale impotenza della politica nell’epoca neoliberista.
Un modo per far buon viso a cattivo gioco.

Da quando tra i DS cominciarono a circolare codeste puttanate ebbe inizio l’irresistibile e fatale discesa verso il mal partito.

Ma non poteva certo incaricarsi Rutelli col suo ridicolo seguito elettorale e la sua risibile credibilità sul piano leaderistico di compiere la svendita all’incanto della sinistra italiana.

Ci voleva uno che da quella sinistra, nel bene e nel male provenisse.
Ci pensò dunque Veltroni. Con la sua vocazione maggioritaria.
I riformisti alla D’Alema, Fassino, Bersani e compagnia cantante aderirono pensando al partito nuovo come sommatoria/rifusione delle forze dell’Ulivo nel quale comunque mantenere un pacchetto di azioni decisivo.

Veltroni invece faceva sul serio.
Sinceramente, pacatamente.

Una volta avviato il processo si sarebbe giocoforza imposto un nuovo progetto politico corrispondente al definitivo superamento della sinistra.

Compresa quella riformista.

Così è stato.

I principali artefici della vittoria di Renzi sono dunque , in primo luogo, i teorici del riformismo post-ideologico .
Quelli che facevano finta di non vedere l’avvento impetuoso della nuova ideologia dominante, pur di far dimenticare il loro passato.
Pensavano di poter agire per linee interne e di disporre di un potere di veto.
Erano talmente sicuri di sé da consentire persino all’ ingannevole trappola per polli delle primarie.

E adesso , come dice il margheritino Delrio :

” Renzi è al governo perché ha vinto le primarie”. (Repubblica del 30 ottobre)

Non perché ha una maggioranza parlamentare, ma perché ha vinto le primarie.
Chiaro?

Un argomento, ovviamente pazzesco, secondo cui si può andare al governo legittimati da un partito e non dal corpo elettorale.

Naturalmente Delrio , non essendo idiota (a differenza di molti pasdaran renzisti) , sa bene che Renzi sta a Palazzo Chigi per quel 25% che ha preso Bersani e non lui, e che ci resta per via del patto scellerato e sempre segreto del Nazareno.

Però il reggiano, può ben dire ciò che vuole.

Ho persino sentito la Camusso lodare quell’intervista nella quale il sottopancia di Renzi dice semplicemente che è ben giusto sentire i sindacati ma poi si tira diritto anche perché Cisl e Uil han posizioni diverse dalla Cgil.

A maggior ragione può farlo perché il giorno prima (29 ottobre) Bersani ha invocato una “tregua” nel confronto interno per via di un modo “troppo polemico, sopra le righe” e perché: “Non c’è ragione di pensare ad un’alternativa a Renzi”.

Ancora: “Su di me può stare tranquilli, non posso neanche pensarci alla scissione, questa è casa mia”.

Del resto su Renzi: “questo ragazzo qui è una risorsa per sto’ paese”.

Ecco chiarito l’inghippo.

Non vittoria di Rutelli fu la nascita del PD, ma fallimento dei manovratori riformisti che pensavano di dirigere il processo di allontanamento dalla sinistra da dietro le quinte avendone in cambio una perenne rendita di posizione.

Poveretti.

Ancor oggi i teologi del riformismo non capiscono che presto saranno sfrattati da quella che s’ostinano in modo ipocrita a considerare come casa loro.

Sfrattati.
Magari nottetempo.

Cronaca definitiva. Amen.

settembre 29, 2014

La cosiddetta Direzione è conclusa.
Tutto come da copione.
E come da mia (modesta ) previsione.
Renzi stravince.
E poi potrà mediare concedendo un contentino durante il voto più pericoloso al senato.

Renzi , già.
Un tale che parla di sinistra e si definisce in premessa come cattolico liberale.
Aggiungerei liberista.
Un tipo sveglio comunque.
Ma adesso inutile ripetere l’analisi .
Si sa come la penso.

Meglio per me, per il mio divertimento, indulgere sui ritratti.

1) Poletti.
La mucca buona.
Insuperabile.
Il ministro del lavoro chiarisce che la sua preoccupazione fondamentale è “l’essenza dell’impresa”.
Secondo lui il problema è di adattare “l’ambiente sociale e culturale all’impresa”.
Regan e la Thacher gli fanno una pippa all’imolese.
Uno che ad Imola, dove vige tutt’ora un sistema di potere alquanto coeso, l’avevano mandato alle cooperative solo per toglierselo dalle palle.
Insomma un coglione , secondo gli imolesi, da relegare in un posticino di seconda fila.
Eterogenesi dei fini.

2)Cuperlo.

Per la prima volta alquanto incisivo.
Peccato non abbia rivendicato il suo slogan del congresso del PDS di Roma citato furbescamente da Renzi.
Rilke: il futuro entra in te etc…
Lo ideò per tirare la volata a D’Alema contro Cofferati e la CGIL.
Io difesi Cofferati.
Oggi non lo rifarei. E non sto a spiegarvi perché.
Diciamo che , avendolo ben conosciuto, anche sul piano meramente umano, non stimo l’eroe dei due mondi.
Cuperlo però ha ecceduto nel fair play quando, esordendo, ha riconosciuto la legittimità del leader.
Il giovanotto di Firenze in verità non è mai stato eletto e si regge solo grazie a Berlusconi e Alfano con la colpevole complicità di Napolitano.

Trattasi del Partito Unico della Nazione creato con il patto del Nazareno.

Per la verità.

E sempre per la verità, col suo 40,8% alle europee ha il consenso del 22, 7% degli italiani.
Una netta minoranza.

3)D’Alema.

Meglio. Ha spiegato quel che ho scritto qualche ora fa.
1,5 Mld offrono al massimo 350 euro al mese.

Già.

Secondo me, ad occhio e croce anche meno.

La fregatura di Renzi sta proprio nei numeri.

Ossa della polenta.

Questo è l’inghippo.

Ripeto: pezze al culo per tutti.

E’ il blairismo in salsa renziana che sfocia in un socialismo reale fuori tempo.

Ripeto, con 1,5% Mld si toglie di mezzo la cassa integrazione e si spalma il nulla ( o quasi) su tutti gli altri , dato che ovviamente si tratta di risorse sostitutive non aggiuntive.

E’ solo un modo per liquidare qualsiasi ipotesi di rete di protezione sociale.
L’esatto opposto di quel che falsamente s’afferma.

Chiamasi riforma del Welfare ai tempi del renzismo/socialismo liberale/reale.

Solo che , caro D’Alema, “s’è fatto tardi ormai”,come direbbe Veltroni citando Verdone.

Infatti tu non ti mettesti di traverso quando nacque il mal partito.
Anzi, ti mettesti in scia al solo fine di durare.

Ricordi?

Ma come : il partito democratico americano, il partito del congresso indiano, il partito dei lavoratori del Brasile (PT)?

Quante puttanate avvallasti!

E adesso viene il dubbio che il tuo affondo riguardi la mancata nomina europea.
Per quanto , conoscendoti, hai finalmente detto quel che davvero pensi.
Alla buon’ora.

4)Bersani.
Questioni di metodo. Ha ragione.
Ma s’è fatto tardi ormai. Anche per lui.
E’ vero contro di lui Renzi usa il metodo Boffo.
Lo sputtanamento.
Inevitabile.
La politica è come la guerra.
Tutto è lecito per alcuni. In particolare per il giovane di Firenze.

5) Orfini.

Giovane turco, spregevole assai. Punto.

E adesso Renzi viaggia veloce sull’autostrada che la vecchia guardia gli ha spianato con l’illusione di poterlo imbrigliare.

E da par suo spiega che è un’ingiustizia lo statuto dei diritti dei lavoratori dato che non garantisce con l’articolo 18 chi lavora in un’azienda sotto i 15 dipendenti.
Nel contempo si dimentica che la Fornero , oltre ad aver messo col culo per terra (grazie al PD) una moltitudine di pensionandi e pensionati, ha anche sterilizzato in gran parte proprio l’articolo 18.
Con il bel risultato di impedire , almeno in parte, l’accesso al mercato del lavoro delle giovani generazioni.
Ergo adesso si tratta solo di abbattere l’ultimo simbolo.
Per liquidare la sinistra in nome del riformismo della sinistra.

Del resto il PD è nato per questo.
Solo per questo.

Conclusione.
La Direzione del PDR ha sancito l’impotenza dell’ opposizione interna che Renzi definisce come “polvere e muffa”.

Tale è infatti se non vota contro in parlamento.

Tale è se non mette allo scoperto, nell’unico modo possibile, il patto scellerato tra Renzi e Berlusconi.

Polvere e muffa.
Già.

La sinistra è altrove.
Dispersa certo, con poche possibilità, certo.
Ma comunque fuori e frontalmente contro il PD.

Prima cronaca sulla svolta definitiva.

settembre 29, 2014

Bisogna rendere omogenee le tutele.
Per questo è logico abolire l’art 18.
Chi pensa questo è un cretino in perfetta malafede.
O uno scemo inconsapevole.
Dunque è meglio non prosegua nella lettura di queste mie considerazioni.

Per me , rendere omogenee le tutele significa estendere a tutti l’art 18 , cioè la semplice , civile possibilità, che sia un giudice terzo a decidere per un’eventuale reintegro nel posto di lavoro qualora si stabilisca che un licenziamento è stato attuato per ragioni discriminatorie.

Invece no.

Renzi e la mucca con la faccia buona e un’anima grigiolina (Poletti) introducono il contratto a “tutele crescenti”, cioè la possibilità entro tre anni (o forse di più) di licenziare chiunque unilateralmente.

Si tratta di una scelta ideologica quant’altre mai che affida il destino di chi lavora interamente al suo datore di lavoro. E che denega in radice la libertà del lavoratore/cittadino di potersi avvalere dei diritti civili e sociali anche entro il luogo di lavoro essendo protetto dalla possibilità di un licenziamento illegittimo.
D’ora in poi , zitti e mosca.
Tale è la ratio.

Per arrivare a giustificare questa radicale negazione di diritti civili, ci s’avvale furbescamente e cinicamente dell’esercito di riserva dei lavoratori senza nessuna tutela che vengono scagliati contro i “garantiti”.

La logica è semplice e altrettanto chiara: nessuna garanzia per nessuno.
E buonanotte ai suonatori.

Il resto è solo propaganda renzista.
Per la serie noi estendiamo a tutti le garanzie tramite un sistema universale di tutele consistenti in una riforma degli attuali ammortizzatori sociali .

Ci sarà poco, anzi pochissimo.
Anzi quasi niente, ma sarà per tutti.
Si chiama equità sociale.
Non giustizia.
Equità.

Spalmiamo il quasi nulla che rimane dopo l’abolizione totale dell’art. 18 e la riforma della CIG, però equamente.

Insomma qualcosa che curiosamente assomiglia molto al socialismo , detto “reale”.
Pezze al culo, ma per tutti.

Che sia una scelta puramente ideologica è reso evidente dal fatto che i reintegri effettuati per decisione della terza parte giudicante sono un’infima parte dei contenziosi portati in giudizio.

Ma si tratta come sta dicendo adesso Renzi di abbattere il tabù.

Scrivo come si dice adesso in tempo reale. Mentre inizia la direzione del PD.

Faccio una previsione.

Alla fine prevarrà una mediazione al ribasso.

Ma la farà Renzi , quando e come gli parrà.
E non certo nella direzione del PD.
Dopo aver annichilito la cosiddetta sinistra del PD.

Avverrà ad horas.
Tra breve.

PS. Tornerò a scrivere appena finita la cosiddetta direzione.
Adesso annoto solo che nelle sue prime parole Renzi scambia, come nel classico gioco delle tre carte, Hobsbawm, con Fukujama. Secondo lui il secolo breve voleva alludere alla fine della storia.
O sei furbo o sei ignorante.
Tutt’e due.

Divagazione… 1914.

giugno 27, 2014

Compro , qui sull’appennino un coltello da trincea austriaco insieme ad una vanghetta , in ottimo stato entrambi risalenti alla prima guerra mondiale.

La grande guerra.
Il primo mi servirà ottimamente per disossare il prosciutto, l’altra per piantare rose.

Penso alle mani che li hanno impugnati e usati. Anche nel corpo a corpo , nel fango delle trincee, giovani di vent’anni , terrorizzati a scannarsi a vicenda.

Poi m’imbatto per puro caso in lungo articolo di Saviano dal titolo : “Sarajevo, i ragazzi che scatenarono la carneficina in Europa”.
Saviano ricorda bene la sequenza degli eventi che portarono all’uccisione di Francesco Ferdinando e dell’arciduchessa Sofia, mettendo in risalto l’imperizia e l’improvvisazione tragicomica degli attentatori.

Sarebbe però utile interrogarsi, ai fini storici, sulla scarsa se non nulla vigilanza predisposta dagli organi di polizia.
Serbi e austroungarici.

Forse agli Asburgo non dispiacque l’evento ferale.
Tanto più che Francesco Ferdinando blaterava di autonomia per la Serbia.

Ancor meno dispiacque al Kaiser che infatti diede carta bianca all’Austria –Ungheria (il famoso assegno in bianco) garantendo che in caso di allargamento del conflitto avrebbe potuto contare sulla forza della Germania.
Il Reich era pronto alla guerra europea per stabilire la sua egemonia continentale e incoraggiò, di fatto, gli Asburgo a dettare alla Serbia l’ultimatum, irricevibile dato che metteva in causa in modo radicale la sovranità nazionale.
Viene in mente, pour cause, che molti decenni più tardi un ultimatum somigliante come una goccia d’acqua a quello del 1914 fu ridettato alla Serbia dalla Nato.

E fu guerra .

Ricorda lo storico inglese Max Hastings , seppur a volo d’uccello che : “la crisi europea si sovrappose a una turbolenza interna. I problemi del mondo del lavoro, che si manifestavano in diversi scioperi, mettevano in allarme il governo di Berlino così come problemi simili altrove spingevano francesi , inglesi e russi a temere per la stabilità sociale”.

Già .

Qui sta una delle cause, tutt’altro che secondaria, del grande macello della gioventù europea.

L’appello al nazionalismo ebbe rapidamente la meglio ovunque sul conflitto sociale.

Sigmund Freud: “ Forse per la prima volta in trent’anni mi sento davvero austriaco, vorrei dare un’altra possibilità a questo impero, nel quale avevo così poca speranza. L’umore è eccellente ovunque. Una scelta coraggiosa ha avuto un effetto liberatorio.”

Wittgenstein era addirittura entusiasta del come lo avevano cortesemente accolto da volontario gli arruolatori austriaci salvo poi trovare la compagnia dei marinai non solo sgradevole ma addirittura repellente: “miserabili porci”.
Gente del popolo insomma.

Dal canto loro Le industrie tessili Courtaulds ,tanto per mettersi avanti coi lavori , pubblicizzarono un tipo di crespo nero impermeabile “adatto ad un lutto elegante”.

In Francia dominava ovunque l’union sacrèe mentre già nel Belgio neutrale le truppe degli imperi centrali si abbandonavano al saccheggio e allo stermino indiscriminato dei civili.
Circa , vado a memoria, 7000 civili massacrati nelle prime due settimane di guerra.
Vizietto che si ripropose all’ennesima potenza genocida nella seconda guerra mondiale.
Qualcosa di più di un effetto collaterale.

Una voce contraria, tra le non molte, quella di Bernard Shaw che invitava i soldati di entrambi gli schieramenti a sparare ai propri ufficiali e tornarsene a casa.

Comunque dopo milioni di morti venne la pace.
Il conflitto sociale riprese.
Trionfarono in Europa fascismo e nazismo che al conflitto risposero con il welfare di guerra che ottenne un vasto consenso.
E non sempre passivo.

Adesso le guerre col sangue, si combattono altrove, per interposte persone mentre il conflitto sociale sembra soffocare sotto la coltre sempre più pesante e ingannevole della guerra di religione.

In Europa, regna la pace.

Unica fortuna.
Peraltro costruita dalla politica d’antan.
Insomma quando la politica godeva ancora di relativi margini di autonomia.

E’ pur vero che dopo la rottura dello storico asse franco – tedesco, il progetto dell’Unione europea appare come un cadavere insepolto.

Ma la pace resta garantita.
Fiumi di sangue hanno immunizzato gli europei.

Domina , nella post democrazia, un pacifico quarto Reich economico nell’ambito di un Unione Europea che nessuno saprebbe definire ,sotto il profilo istituzionale, anche solo con accettabile approssimazione.

A dimostrazione che gli ottimisti teorici del superamento dello stato-nazione nell’epoca della globalizzazione hanno venduto anzitempo la pelle dell’orso.

E così bisogna andare dalla Cancelliera a mendicare un pochino di flessibilità.

Ci sarebbe anche un’altra possibilità.

L’organizzazione del conflitto sociale.
Una sua ripresa in grande stile nel cuore dell’Europa.

Cosa faticosa e resa difficile assai, non solo per l’enorme cambiamento della morfologia sociale , ma anche per l’intervento di poteri forti, retroscenici ,(come s’è scritto) capaci di manipolare abilmente l’opinione pubblica e di dar forma continua a un senso comune avverso ad ogni azione collettiva.

Non a caso prestigiose banche d’affari hanno avvertito da tempo che Costituzioni come quelle  dell’Italia, fanno ostacolo al libero dispiegarsi del libero mercato.

Pazientate.

Presto anche questo ostacolo sarà del tutto rimosso.

E in seguito sarà perfettamente inutile recarsi alle urne.

Per quanto mi riguarda.

PS. Spiegherò in dettaglio il perché presto sarà inutile  votare, non appena cioè  arriverà al suo “naturale” punto d’approdo la china, intrapresa nel 2011.

Partito unico.

maggio 26, 2014

L’analisi del voto la farà qualcun altro.

Domani i giornali ne saranno pieni.

A caldo , vado al grosso .
Senza neppure aver preso visione nel dettaglio dell’andamento elettorale contrada per contrada.

Lascio agli specialisti questo compito.

La mia previsione per le elezioni europee è confermata.
In Europa Schulz sarebbe arrivato secondo , e così è stato.
In Italia Grillo sarebbe arrivato secondo , e così è stato.

In Europa si sarebbero riprodotte le larghe intese a fronte del populismo di destra montante , e così sarà.
Non è affatto detto che Schulz non sarà presidente della Commissione.
Anzi.
Ho già spiegato che il trattato di Lisbona, secondo cui bisogna tener conto del risultato del voto, può esser interpretato con larghi margini.
Così sarà.
Secondo me.

Alla Merkel Schulz fa gioco.

E lo giocherà abilmente insieme a Renzi l’azionista di maggioranza nel PSE e l’unico , per comune fede ex democristiana e per il plebiscito ottenuto in Italia , in grado di interloquire autorevolmente con la Cancelliera.

Situazione complessa e del tutto nuova ,comunque.

Nella quale si tratta di vedere quanto e come potrà giocare le sue carte una sinistra europea che globalmente ,con Tsipras , ha ottenuto un buon(relativo) risultato.

Ma veniamo all’Italia.

Renzi ha vinto al di là delle sue aspettative .
Hanno concorso più fattori.

1)L’idiozia di Grillo.
E non la sto ad illustrare.
Non ce n’è bisogno.

2) Il patto di ferro raggiunto al Nazzareno che immagino concepito così: “Caro Silvio con tutta la stima, il massimo che posso fare di fronte ai tuoi numerosi guai, è non interferire, astenendomi da un qualsiasi giudizio e attacco politico diretto; dirò semplicemente e sempre che non mi occupo di queste cose che sono di esclusiva competenza della magistratura. A maggior ragione lo farò dato, che tu appoggerai in parlamento senza troppo interferire la mia proposta di riforma costituzionale. Su quella elettorale puoi sempre mugugnare un pochino , ma insomma … Ci siam capiti.”

Risposta: “sai che ti ho sempre stimato, fin da quel primo incontro ad Arcore, mica sei un erede dei comunisti, cerca di capire la mia situazione , ho tutti i PM di sinistra alle calcagna, e comunque la tua proposta di riforma, in fondo, è sempre stata più o meno anche la mia. E poi , ormai quel che potevo fare l’ho fatto , adesso è in gioco il mio personale destino”.

Insomma ,oltre all’idiozia di Grillo , Renzi ha potuto contare su un trasloco ,”en masse”, di elettori di Forza Italia(gli stessi che gli hanno consentito di vincere le primarie aperte) con il tacito silenzio/assenso dello stesso Berlusconi che lo considera a torto o a ragione il suo erede. E comunque gli conviene considerarlo così. Dato che deve salvarsi il culo.

Anche se le cose non stanno esattamente così.

Renzi non è banalmente l’erede di Berlusconi.

Ne ho già scritto a lungo.

Renzi è qualcosa di qualitativamente nuovo: un interprete del nostro tempo, (maltempo), uno che non ha le remore morali di Berlusconi che magari soffre (si convince egoicamente di soffrire ) se qualcuno l’abbandona.

No, Renzi è uno che pugnala Letta dalla sera alla mattina (nottetempo) , rottama malamente il riformista col cacciavite Bersani e va per la sua strada .

Dritto come un fuso.

Grillo, il pollastro starnazzante, col suo appello populistico non ha fatto altro che tirargli la volata.

Non immagino Renzi senza il Grillo parlante e urlante.

Il populismo grillesco non è nulla a fronte del più perspicuo e venefico populismo di governo di Renzi, il quale non conosce ritegno, se è vero che nei cedolini delle buste paga c’è la voce “bonus Renzi”.
Non so se sia effettivamente vero perché mi sembra un’enormità.
Ma sembra di sì.

Resta che Renzi è uno che ci mette la faccia.

Faccia come il culo.
Ma sempre faccia.

Tra l’altro adesso ogni politico italiano dice: ci metto la faccia.
A dimostrazione che Renzi docet.

La verità è che Renzi è giunto al momento clou .
Al giusto punto di cottura.

Un paese estenuato, disgustato da una classe politica indecente e decrepita, che cerca, laicamente, un affidamento.

Dopo il voto di ieri non c’è più bipolarismo o bipartitismo.

C’è il partito unico di Renzi. Perché così hanno voluto gli italiani , almeno in maggioranza, al netto della moltitudine di elettori che non vota più.

A confronto il partito personale di Berlusconi gli fa una pippa al Renzi.

Uno che nella lunga notte elettorale si nega alle telecamere e manda i suoi tutti compresi: gli ex oppositori come Fassina, giovani turchi barbuti , e bersaniani come il calabrese Stumpo (che si sforza d’apparire in seconda fila) a rappresentare l’unità del partito di Renzi .

Tutti schierati , allineati e coperti spalla a spalla come in caserma dietro ai due vice : la Serracchiani e quell’altro di cui al momento non ricordo il nome.

Poi questa mattina si presenta ai giornalisti con la statura di uno statista pur senza rinunciare al linguaggio accattivante di uno di noi, per la serie ringrazio tizio che “s’è fatto il mazzo”….

Un capolavoro d’immagine e di abilità politica.

Tono falsamente dimesso.

Parla sempre agli elettori.

Poi parla alla classe politica, con l’approccio di Alberto Sordi nel Marchese del Grillo: “io sono io e voi non siete un cazzo”.

E dice che :
– Ogni angolo del parlamento deve prendere atto del risultato del voto e della necessità delle riforme(sottinteso , le Mie riforme).

Ogni angolo, chiaro?

Chiaro a te che povero fesso d’Alfano che puoi ripararti solo sotto le mie ali?

Chiaro a te Brunetta e compagnia di giro che o state aggrappati al sottoscritto oppure son cazzi amari per il vostro pseudo leader di Cesano Boscone, ma anche per voi tutti che se vi porto a votare vi asfalto definitivamente?

- Rottamazione?

- Mi chiedete se la rottamazione è finita, beh : “direi che adesso possiamo iniziare”.

Già.

Dopo Blair, il gran bugiardo, ancora la terza via.

Rottamazione dello stato sociale a favore dei bonus concessi dal Capo.

Rottamazione della democrazia rappresentativa a favore di ciò che un tale di nome Faraone ha chiamato stanotte, “democrazia maggioritaria”.

Rottamazione a favore del privato contro il sistema pubblico origine di tutti i mali.

Rottamazione a favore del merito, sub specie decreto Poletti, dove il merito è quello dei leccaculi…e potrei proseguire.

Insomma a me par tutto chiaro.

L’era di Renzi è ufficialmente e legittimamente iniziata, a furor di popolo.

Durerà a lungo.

Poco importa se quasi la metà del popolo ha rinunciato ad esprimere la propria volontà.
Chi non ha volontà (vedi alla voce volontarismo, con quel che segue e consegue ) non ha diritto di parola.

Renzi ha realizzato il suo masterpiece.

Non mi piace , ma è così.

Adesso resta da vedere se la sinistra che in modo omogeneo , su tutto il territorio nazionale, ha fatto capolino con L’Altra Europa con Tsipras è in grado di iniziare la lunga traversata del deserto.

Resto a vedere.
In attesa.

Se s’andrà oltre le vecchie sigle, se si terrà ben in conto del contributo di quanti hanno abbandonato la coltivazione dell’orto personale e son tornati a far politica; se si terrà conto dei movimenti organizzati e d’opinione sui beni comuni; di quanti controcorrente in condizioni proibitive hanno deciso di tornare all’impegno civile e sociale, beh allora possiamo metterci insieme in cammino , vecchi e giovani, insieme. Sapendo, i vecchi, che non vedranno il traguardo, ma che comunque ai giovani resterà almeno una possibilità.

Se ciò accadrà, io ci sono.
Ci resto.
Combatto.
Me lo auguro.

Appello.

maggio 22, 2014

Mi sono impegnato, anzi semplicemente esposto in questa campagna elettorale dopo una lunga parentesi nella quale mi son improvvisato blogger in erba. (2009- 2013).
Riprenderò a scribacchiare del più e del meno (muoverò dall’Ucraina) subito dopo il risultato elettorale.

Adesso vorrei fare un ultimo appello, a quanti non hanno ancora deciso ( uno su tre) per chi votare domenica prossima.

Non a tutti loro: mica son Mandrake.

Solo a quelli che ritengono , in cuor loro, che la sinistra non sia un mero ,polveroso , lascito del novecento: un ferrovecchio inservibile nel nuovo millennio. E a quelli che ancora pensano, sinceramente e onestamente, che via sia ancora sinistra nel PD.

In verità, prima del varo della lista “L’altra Europa con Tsipras” anch’io , per la prima volta , non mi sarei recato alle urne.

E non mi sarebbe piaciuto.
Per niente.

Al punto che pur di recarmi alle urne e turandomi il naso con tutte e due le mani , avrei votato per il meno peggio: il PSE.

Però , partiti europei non esistono.
Non ancora.
Si tratta della somma dei partiti nazionali.
O forse qualcuno sa chi è il segretario del PSE, o del PPE, o Dell’Alde e così via?

Ben pochi.

Dunque, alla fin della fiera non avrei potuto votare, neppure al netto della smaccata subalternità dei partiti socialisti europei di fronte a brutture (in verità crimini sociali) come il fiscal compact con tutto il seguito delle politiche austeritarie.

Perché per votare il PSE, pur obtorto collo, avrei avuto un solo mezzo : il PD.
Il PD di Renzi.

Avrei dovuto sfidare il paradosso di dare il mio voto ad un partito liberal democratico di centro con tendenze pericolosamente populiste che sta mietendo consensi a destra.

Mai e poi mai.

Poi è arrivato Tsipras.

Di cosa si tratta?

Si tratta della possibilità concreta, “razionale” direbbe Tsipras, di condizionare seriamente il PSE, di entrare con tutti i partiti socialisti nazionali in un rapporto di serrata dialettica.

Ora , io continuo, fino a prova contraria e quale che sia il risultato elettorale, a dar per scontata una larga intesa tra i due tedeschi, il Signor Schulz e la Signora Merkel.

Ma , per ragioni attinenti anche al mio precedente “mestiere” , ritengo di sapere che le cose possono cambiare.

Che ci possa esser nel tempo un’evoluzione nel rapporto tra le varie forze della SINISTRA europea e il PSE.

Dati obiettivi relativi all’insostenibilità di scemenze antipopolari e antidemocratiche come il Fiscal Compact , e dati politici , come l’avanzata di forze euroscettiche e in vario modo parafasciste, possono incidere nell’orientamento dei partiti socialisti.

Lo dimostra la campagna di Schulz che appare tutta orientata a prendere le distanze in extremis dalle politiche del rigore a senso unico.

In tal contesto, una affermazione della SINISTRA, può incidere più di quel che si crede.

In particolare le proposte , radicali e razionali, di Tsipras avranno a mio parere un impatto tutt’altro che secondario nel dibattito e nell’eventuale evoluzione del campo socialista europeo.

Ma occorre un risultato positivo dell’Altra Europa.

Senza di questo il PSE sarà naturalmente portato a cercar di fronteggiare l’ondata euroscettica della destra populista e nazionalista, nel modo peggiore: prendendo , nei fatti, sempre più le distanze dall’idea di governare politicamente e democraticamente il processo di costruzione politica dell’Europa dando piena rappresentanza alle istanze sociali, democratiche, e civili dei suoi cittadini.

Da qui il voto utile.
Per chi ancora non si rassegna a gettar il manico dietro la zappa.

In particolare per quegli elettori del PD che auspicano un’evoluzione positiva nel PSE ai quali mi par che Tsipras abbia parlato, anche a Bologna, rimarcando la necessità di una politica volta a costruire vaste alleanze.

A loro dico che non hanno nulla da temere per la tenuta del PD-R.
Saranno ampiamente rimpiazzati dagli ex elettori di Forza Italia.
Né avranno nulla da temere per le sorti del governo in carica.
Non solo perché si vota per L’Europa.
Io stesso ritengo giusto che un voto europeo non debba esser determinante per le sorti di un qualsiasi governo nazionale.
Ma anche, e soprattutto perché Renzi è a Palazzo Chigi.
Tranquilli : lì resta.
L’establishment lo ha scelto e lo sostiene.
In seguito chi vivrà vedrà.

Adesso cerchiamo di imboccare la lunga strada per ribaltare , in Europa, le politiche dell’austerità, il predominio dei poteri finanziari, l’arroganza dei governi collusi o imbelli.

Mi sbaglierò ma questa è una delle ultime occasioni.

Va colta nel modo migliore.

L’Altra Europa con Tsipras.

SINISTRA

maggio 20, 2014

Beh , non è andata male .
La manifestazione di ieri sera, dico.
L’altra Europa con Tsipras ha riportato in piazza la sinistra.
Forse una nuova sinistra.
Lo auspico e lo spero.

Qualche ingenuità.
Tipo annunciare 15000 partecipanti, quando un tempo con una piazza così se ne sarebbero annunciate 20000.

Altri tempi.

Secondo la mia esperienza eravamo 10-12000.

Ma insomma , tenendo conto della partecipazione di circa 1000 persone affluite dal nord Italia e altre 1000 dalla regione diecimila bolognesi si sono radunati sotto le bandiere rosse dell’altra Europa.
Bandiere rosse.
Sinistra e basta.
Sinistra senza aggettivi.
Era ora.

Va dato atto a Sel di aver rinunciato a segnare una presenza partitica e poco importa se qualcuno è riuscito a trovare ben una, dico una, bandiera di rifondazione comunista.

Va dato anche atto a Repubblica locale di aver riconosciuto il risultato. Ieri aveva chiarito che per riempire la Piazza Maggiore sarebbero occorse ben 18000 persone.
Per la serie provateci.
Ci abbiamo provato e ci siamo riusciti.

Il Resto del Carlino invece , come sempre, sta con la questura: 8000 partecipanti.
Sempre meglio del Corriere che scrive di alcune migliaia.
E meglio del TG regionale che ieri ha dato parole e immagini a tutti fuorchè all’evento serale, con massimo sprezzo di qualsivoglia minimo criterio di libera informazione.

In verità al di là della consueta guerra delle cifre , ieri sera la sinistra bolognese s’è ritrovata nell’Altra Europa.
E’ un fatto.
Ed è un fatto nuovo.
Rilevante.

Oggi intanto il Presidente della Repubblica, cui va il mio rispetto istituzionale, torna ad indicare , con ciò intervenendo nella campagna elettorale a piedi pari, di pericoli derivanti dai populismi e dai nazionalismi.
Lo fa invocando la solita trita e triste retorica europeista.

Quell’insulsa e furba retorica che ha gonfiato le vele di tutti i populismi e consentito una ripresa in grande stile dei nazionalismi.

Nessuno che parli dell’Europa.

Delle cause profonde , lontane e annose che hanno portato alla situazione attuale.

Non lo fa anzitutto Schulz che oggi su Repubblica si spertica a lodare l’articolessa di domenica scorsa di Scalfari. Il quale chiarisce, in lunga premessa, che Renzi è il peggiore dei mondi possibili ma che votare lui significa votare lo stesso Schulz.

E cioè l’uomo che con ogni probabilità, è il prediletto dalla Merkel.
Sissignore.

La cancelliera del quarto Reich economico , nei giorni scorsi , ha chiarito che ci vorrà tempo per interpretare l’esito del voto europeo, “molte settimane” e che il parlamento europeo dovrà esser consultato.

Consultato?

Ma non s’era detto a Lisbona (vedi trattato) che era il parlamento ad eleggere il presidente della Commissione dopo che il Consiglio europeo lo aveva indicato “tenendo conto del risultato del voto”.

Ma la Signora Merkel sa come va il mondo.
Sa che il PSE arriva secondo.
Sa però anche che la sua miglior carta, in tempi di euroscetticismo, è proprio il signor Schulz che oltre ad essere tedesco e a governare con lei in Germania può proteggere i suoi fianchi proseguendo quel governo di larga intesa austeritaria che è tutt’ora in vigore in Europa.

Non è Schulz forse genericamente critico delle politiche d’austerità?
Tanto basta.

Certo. Molto genericamente critico.

Tanto genericamente e vagamente che non se ne conoscono proposte alternative. Anzi proprio oggi loda apertamente Mario Draghi l’uomo che (per statuto naturalmente) foraggia le banche e non i governi degli Stati in difficoltà.

Schulz e il PSE .

Coloro che non hanno battuto ciglio di fronte all’imposizione del pareggio di bilancio in Costituzione , o comunque nella legislazione ordinaria. Con l’effetto come ha più volte reiterato un premio nobel (Paul Krugman), assieme a vari altri, di liquidare per sempre lo stato sociale: “ L’inserimento del pareggio di bilancio nella legislazione o peggio nelle Costituzioni porta inevitabilmente alla dissoluzione dello Stato Sociale”.

Già.

E’ questo il risultato che si prefigge il Signor Schulz, tedesco di Germania prima che socialista?

Sembra di sì.
Nei fatti .
A parte qualche operazione cosmetica che anche a loro appare indispensabile.
Dato che i socialisti non si son opposti a quel fiscal compact che L’altra Europa con Tsipras propone invece di sospendere per indire una conferenza europea per la ristrutturazione del debito costruito nel tempo dal pagamento degli interessi in buon a parte dovuti alla speculazione finanziaria.

Né si son particolarmente distinti nel porre rimedio a quel “deficit democratico” dell’Europa di cui in tempi assai lontani parlava, ogni due per tre, anche Napolitano quand’era presidente della Commissione del parlamento europeo per gli affari istituzionali.

E adesso , a parte Tsipras, nessuno segnala più l’urgenza di democratizzare le istituzioni europee.

Renzi, tanto per fare un esempio, non ne sa mezza e niente ne vuol sapere.

Eppure vi fu un tempo , nel Dicembre del 2001 in cui si varò a Laeken in Belgio una Dichiarazione solenne per convocare una Convenzione Europea con il compito di riunire in una sorta di testo unico i trattati in vigore verso un Trattato per “una Costituzione Europea”.

S’era consapevoli che dopo il mercato unico e la moneta bisognava correre ai ripari e dotare l’Europa dell’Euro di una forte governance economica e politica.

Seppur in modo non esplicito si prendeva atto che il metodo funzionalista dei padri fondatori a partire da Jean Monnet, secondo cui passo dopo passo sarebbe venuta al traino dell’economia anche l’Europa politica, era giunto al suo esaurimento.

Occorreva un salto di scala.

Si trattava di potenziare enormemente il carattere democratico dell’Unione. Rimediare al deficit democratico accentuato con il “Patto di stabilità e crescita” firmato a Maastricht nel lontano 1992.

Ma era tardi.

Le case non so costruiscono dal tetto.
La mancanza di solide fondamenta politiche, democratiche e di governo comunitario dell’economia, aveva ormai suscitato un distacco di larghi settori sociali, dall’idea stessa di un Europa coesa e solidale.
I referendum di qualche anno dopo in Francia e in Olanda confermarono ciò che oggi si definisce comunemente euroscetticismo.

Una bocciatura dell’intera classe dirigente europea, peraltro appena in via di formazione.

E così si è giunti dopo una “pausa di riflessione” durata un biennio al Trattato di Lisbona che ha affondato ogni residua speranza.

A ciò ha contribuito anche , e in modo determinante, il grande e accelerato allargamento all’est europeo effettuato in modo scriteriato per ragioni anzitutto ideologiche.

La maggioranza di quei paesi non volevano certo sentir parlare di cessione di sovranità dopo che non ne avevano goduto per oltre un quarantennio. Volevano la Nato (prima) e L’Europa (dopo) per avere maggiori opportunità di competere nel mercato unico senza cedere di un millimetro nelle proprie prerogative statali.

Anche per questo l’Europa politica ha fallito fino al punto da divenire totalmente subalterna alle ragioni del pensiero unico neoliberista.

Fino al punto da votare e imporre un “patto fiscale” nell’eurozona i cui contenuti sono semplicemente irrealizzabili.

Che in vent’anni sia possibile portare il rapporto debito/Pil sotto la soglia del 60% è una pura scemenza.

Se davvero si pretendesse di attuare questo percorso il risultato sarebbe semplicemente la dissoluzione di ciò che resta dell’Europa e forse una nuova guerra civile europea.

Qualche buontempone che si fregia di una laurea in economia ci vien a dire che tutto sommato sto’ fiscal compact, che allo stato attuale vale per l’Italia dai 40 ai 50 miliardi di euro ogni anno, si potrebbe pur affrontare senza colpo ferire: basterebbe aumentare il denominatore.

Insomma con una crescita del 2,5% ogni anno per vent’anni, tenuto conto che si parla del Pil reale più l’inflazione, andremmo in carrozza.

Trattasi di persone da TSO (trattamento sanitario obbligatorio) dato che , intanto siamo in piena deflazione e poi una crescita di quel tipo non è neppur lontanamente alla nostra portata.
In più se si guarda all’universo mondo, tassi stabili di crescita in Europa e in occidente di quel livello non son ipotizzabili se non dopo una terza guerra mondiale.

Quel che viene in campo prepotentemente , come questione di storica attualità è semmai una redistribuzione della ricchezza e il progetto generale di nuove politiche pubbliche tali da dar luogo ad una ritrovata coesione sociale.

Il resto è solo becchime per gonzi.
Ovvero politiche demagogiche e populiste alla Renzi volte a sbarcare i lunari elettorali, come la grande bellezza degli 80 euro.
Si capirà presto che metterti soldi in una tasca e sfilarteli con destrezza dall’altra non è poi così commendevole né troppo desiderabile.

A dimostrazione , in questi giorni arriva un avviso ai cittadini che recita così: “Informiamo che dal 1° gennaio la vecchia tassa di smaltimento rifiuti (TARSU) è stata sostituita dalla nuova Tassa sui rifiuti(TARI) che, insieme all’Imposta municipale propria(IMU) e al tributo per i servizi indivisibili (TASI) , è una componente dell’Imposta unica comunale(IUC)”.

Ergo intanto paga un acconto TARI in attesa della definizione della normativa e poi pagherai successive rate di TARI nei prossimi mesi.

Tutto chiaro?
Mica tanto.

E’ solo chiaro che Renzi scarica, con molta abbondanza, sugli enti locali il costo degli 80 euro.

E per quanto riguarda l’Europa , frega niente a nessuno, né a Renzi , né a Grillo, loro giocano solo il loro smisurato ego in campo nazionale.

Peccato che il destino delle nazioni , oggi più che mai dipenda strettamente, dal resto del mondo e dalla possibilità di bloccare e poi invertire le politiche d’austerità in Europa insieme ad un pensiero unico che ha fallito clamorosamente in ogni sua promessa.

Solo Tsipras ne parla.

Solo l’Altra Europa avanza idee nuove, proposte realistiche e praticabili e al tempo stesso radicali.
Che vanno cioè alla radice dei problemi.
Tsipras: “ siamo radicali nell’approccio con l’Europa , perché la realtà è radicale”.

Già.

Tutto il resto è fuffa: nella versione di una decrepita retorica europeista , in quella di un nazionalismo , razzista e xenofobo , e in quella di un populismo tanto becero quanto cinico che non disdegna affatto i motivi della reazione nazionalista.

Vedete un po’ voi.

Secondo me c’è bisogno di SINISTRA, in Italia e in Europa.
E i tempi cominciano ad esser maturi.
A SINISTRA , adesso con IL GRECO, domani si vedrà.


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