VACCINI.

settembre 9, 2018

Vabbé adesso penso possa bastare l’attenzione spicciola verso i protagonisti della politica attuale.
Abbiamo capito.
Vedrete la legge finanziaria o legge di stabilità, come si chiama adesso in omaggio ai parametri europei.
Ormai tutto è chiaro.
Si diluiscono, le solide indicazioni programmatiche giallo verdi.
Legge Fornero, flat tax, reddito di cittadinanza.
Si inizia non con atti di governo ma con allusioni.
Flat tax attenuata: una contraddizione in termini.
O è tassa piatta, cioè una sola aliquota o semplicemente non è. Anche perché prima bisognerebbe cambiare radicalmente la Costituzione.
Poi inizio (già inizio) del reddito di cittadinanza sbandierato ai quattro venti del sud in campagna elettorale.
Cioè un reddito garantito alla nascita senza distinzioni di ceto, classe, reddito.
Sei cittadino? Hai diritto ad un reddito minimo di base. Dalla nascita alla morte.
L’ideatore di questo progetto, giova ricordarlo, fu Milton Friedman colui che militò idealmente per il golpe in Cile fornendo in seguito l’apporto stabilizzante della sua scuola, i Chicago boys, all’organizzatore dell’assassinio di Allende. Tal Kissinger.
Già questo dovrebbe fare riflettere. Quantomeno.
Abolizione della riforma Fornero non pervenuta.
Si diluisce in una diarroica chiacchiera.
Si dice che faremo, nell’arco della legislatura. Ma certo. Si capisce.

Tra cinque anni nessuno ricorderà più da dove si era partiti per il grande cambiamento.
Cinque anni, d’ora in poi, valgono un’intera epoca storica.
Quindi accalorarsi troppo non è utile.
Sapone sprecato, quello che serve a lavar la testa all’asino.

Per questo preferisco parlare d’altro.
Magari del retroterra (preferisco il termine italiano, a background chiedo scusa) sul quale nasce la politica attuale.

Per esempio adesso sento Baricco parlare del suo libro:Novecento.

Baricco è un tipo dotato di un fascino particolare, molto ben coltivato. Uomo abilissimo, intelligente, capace di mettersi in scena con una teatralità sorniona eppur gradevole , guidata da un’alta professionalità.

Le musiche , i silenzi, la voce suadente, morbida, il bel volto atteggiato ad una interiore, intima convinzione , supportata da una gestualità lieve capace di carpire attenzione.
Guardatelo su you tube.

Dice che nonostante gli effetti collaterali dobbiamo vaccinarci contro il novecento.
Già.

I vaccini.
Sarà bravo uno che porta acqua al suo mulino ideologico facendo riferimento, quasi subliminale, alla campagna imbecille contro i vaccini?
Bravo.

Poi lo senti dire che negli anni settanta negli USA, su dieci giovani, cinque protestavano contro la guerra in Vietnam, tre sostanzialmente se ne fottevano e due nerd di arrabattavano a creare e poi immergersi (come fosse una droga) nei videogame di loro invenzione.
Ebbene – dice Baricco- questi due erano il futuro, perché erano giovani ingegneri della “controcultura californiana” che progettavano un modello per rovesciare il mondo.

Capito?

Bene adesso quel mondo, che già non era troppo diritto, è stato rovesciato, al punto da scardinare qualsiasi concetto di giustizia sociale e libertà collettiva e individuale.

I grandi capi dei GAFA (Google, Apple , Facebook, Amazon) non a caso stanno diventando anche facoltosi filantropi.
A parte l’origine greca del termine filantropia, è roba che in effetti ci vaccina alquanto rispetto allo stato sociale della seconda metà del novecento.
Fu nel secolo precedente infatti che l’azione filantropica “ per la felicità e il benessere degli uomini” secondo la definizione dell’epoca riportata dalla Treccani (le donne non erano ancora contemplate) avviò su più larga base sociale le istituzioni caritatevoli di beneficenza private, delle Fondazioni, degli orfanotrofi e degli enti di assistenza laici e religiosi. Era necessario di fronte al sanguinoso sfruttamento caratteristico degli albori del capitalismo e alla enorme discarica di esseri umani che l’avanzare del progresso comportava.
Avevano nomi significativi tipo : Opera pia dei poveri e vergognosi istituita addirittura nel 1495.
Ora , io non voglio assolutamente (per carità, appunto) contemplare un medioevo prossimo venturo.
Tuttavia mi par di scorgere nei GAFA la consapevolezza di dover attutire gli effetti collaterali del loro bulimico oligopolio planetario mentre declina l’epoca novecentesca dei diritti sociali sanciti dalla legge e provveduti dall’intervento dello stato.
Mi sembra anche di scorgere la necessità assoluta per i giganti dell’economia informatica (e non solo) di conformare il mondo ai loro interessi in un modo molto più radicale, (il termine esatto sarebbe totale) rispetto al passato.
L’ambiente sociale , come ci hanno insegnato già negli anni ottanta del secolo maledetto, deve essere plasmato sui neutrali imperativi dell’impresa. Insomma niente diseconomie esterne come può essere, per fare un esempio, un lavoro ben pagato e stabile oppure un ambiente sano e pulito.

Oggi tali imperativi comportano – una volta ridotte progressivamente le entità statuali al al lumicino (  null’altro che veilleur de nuit per davvero stavolta) – che i monopoli privati si occupino sotto forma di filantropia della costruzione stessa di nuovi stati, (Building nations), laddove le guerre si sono dimostrate uno strumento arcaico e del tutto inabile allo scopo.
L’UE doveva , quasi per statuto reagire a questo super dominio privatistico allestendo un potere pubblico sovranazionale.

Ha fallito, purtroppo.

Da qui la reazione sovranista, nazionalista e “populista”.
Reazionari di destra appunto.

Da qui però anche un altro tipo di reazione.
“Proattiva”, quest’ultima. (che bello questo termine).
Quella di chi pensa di poter svolgere la funzione adattiva della sinistra riformista dimostrandosi però più moderna, più efficace, più intrinsecamente (sub culturalmente) attenta alle esigenze degli eredi dei nerd rivoluzionari della costa californiana.
Costoro non propongono rozzamente una svolta politica autoritaria (l’uomo solo, a torso nudo, al comando) ma una nuova idea di democrazia diretta e telematica che renda superflue le vecchie rappresentanze politiche parlamentari.
Magari anche l’estrazione a sorte di tutte le cariche pubbliche.

Un modo efficiente per vaccinarsi contro il novecento.

Alla mia età, non credo di poter assumere il vaccino che viene proposto.
Temo gli effetti collaterali.
Anche se , ma questo è un altro discorso, restano in campo soggetti statali che si dimostrano alquanto “proattivi” nel contrastare i nuovi poteri filantropici.

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DEO.

luglio 18, 2018

Nessuno?
Macché.
La sua postazione preferita era già occupata.
Gli sfuggi una franca bestemmia; brutta abitudine derivante da una famiglia di bestemmiatori incalliti.
Resi tali non certo da convinzioni assolute, non c’era tempo da dedicare a chi aveva eventualmente creato il Creato.
Si aveva solo a disposizione la conoscenza terrena e diretta di custodi del culto cristiano: preti arraffoni dediti a incamerare decime in forma di pollame, vino e altri generi di conforto. Conforto indispensabile a sorreggere una propria fede, altrimenti vacillante.
Lo scorse di schiena e subito lo riconobbe.
Era Deo che gli aveva sottratto il posto di pesca. Azione riprovevole.
In Borgata vigeva una tacita convenzione per la quale, ognuno custodiva il suo piccolo spazio sulla riva.
Ma a Deo non potevano applicarsi normali criteri di pacifica coesistenza pescatoria.
Era matto.
Col patentino.
Munito di apposita deliberazione rilasciata dall’ospedale dei matti comprovante la sua incurabile demenza.
Soffriva, infatti, di una particolare sindrome: era stato identificato come pazzo perché di ritorno dalla guerra non sopportava , suoni e rumori forti.
I vicini non potevano neppure ascoltare la radio se non a volume molto basso.
Nel caso di un audio, a suo insindacabile giudizio, troppo alto cominciava a lanciar sassi contro i vetri delle finestre. Era particolarmente abile nel lancio dei sassi. Ne portava una congrua e selezionata scorta nelle tasche dell’ampia casacca di rigatino grigio che indossava sulla nuda pelle a prescindere dalle stagioni.
Tirava sassi anche a chi aveva l’ardire di attraversare il suo “giardino” consistente in un
minuscolo triangolo di terra colonizzato da erbacce.
Si diceva fosse uscito dai coppi durante il bombardamento di una città tedesca. Chi indicava Dresda e chi Colonia, dove si trovava in virtù di non si sa quali alterne vicende di guerra.
Quella notte sperimentò sulla propria psiche la ‘tempesta perfetta’ messa a punto nel Bomber Command inglese, sotto la sincera definizione di “bombardamento sulla popolazione civile a scopo terroristico”.
Efficace.
Deo ne era vivente testimone.
Ne fu terrorizzato al punto da perdere la ragione.
Anche se non del tutto, sospettava Alberto.
A riprova gli aveva soffiato la postazione migliore in tutta l’ansa del Samoggia.
Ma non era uomo pericoloso.
Non come il Feto.
Bastava rivolgersi a lui con voce bassa , quasi sussurrata , lui ascoltava, soavemente
stranito, fissando l’interlocutore coi suoi occhi di un azzurro sfocato.
Quanto a rispondere, dipendeva dalle fasi lunari.
Un giorno ch’era salito su di un traliccio dell’alta tensione per “respirare aria pura’ (parole sue) e far colazione lassù con i suoi formaggini preferiti(mangiava solo quelli) fu convinto a scendere con le buone da un accorto e informato vigile del fuoco che gli parlò a lungo, gentile e paziente.
Innocuo; come la maggioranza dei pazzi.
Salvo durante i temporali, nella stagione della caccia o nelle poche occasioni in cui si allestivano spettacoli di fuochi pirotecnici.
Nel caso bisognava contenerlo “con idonei mezzi fisici per impedirgli di commettere atti insani”,  come ebbe a chiarire con lessico burocratico il Maresciallo della locale stazione dei Carabinieri.
Insomma legarlo.
L’ultima notte di ogni anno infatti veniva pietosamente messo in ceppi e deportato in cantina. Il più possibile al riparo da scoppi e schiamazzi.
Intanto nonostante il cielo scurito, non pioveva.
Né s’udiva alcun brontolio di tuono.
Si poteva dialogare, o cercar di farlo.
«Deo, cosa fai nel mio posto?»
Risposta:
«hai dei formaggini?»
«Andiamo bene! Non se ne esce.» pensò Alberto.
«Guarda Deo se vai in bottega te li ho fatti tenere da parte».
«Vacci tu e portameli qui. Devo stare attento alla mangiata.»
«Ma Deo, tanto oggi non mangiano i pesci gatti.»
«Lo dici tu, avessi un formaggino invece del lombrico vedresti.»
«Deo, ma come fai ad attaccare all’amo un formaggino?»
«Cosa c’entra, stupido! Quello me lo mangio io e ai pesci viene fame.»
«Non fa una grinza», fu costretto ad ammettere Alberto.
«Facciamo così Deo, ti fai un pochino più in là e peschiamo assieme, va bene?»
Deo non rispose.
Aveva già superato il numero di parole che si faceva uscir di bocca in un mese intero.
Alberto considerò il silenzio come assenso, nello stesso momento in cui s’udì in lontananza lo schianto secco del primo tuono.
«Andiamo male, molto male», non terminò di formulare il pensiero che Deo mollò la lenza e gli si rivolse con la faccia stravolta ,la fronte madida di sudore, gli occhi fuori dalle orbite.
Sull’orizzonte il cielo cupo s’illuminava a tratti nella luce metallica dei lampi: bombe incendiare seguite dal fragore degli scoppi come quella notte in Germania. E Deo si mise a correre su per l’argine. Giunto in cima si fermò rivolgendosi ad Alberto con voce tonante:
« di a tua nonna di non venire mai più nel mio giardino con il Feto»

Interamente preso dall’imminente e sicura cattura, mentre le prime gocce di pioggia allargavano cerchi nell’acqua, Alberto non fece troppo caso a quel bizzarro monito.
Temeva solamente s’alzasse il vento, nemico giurato di ogni pescatore.
Col vento il torrente s’increspa in onde corte e il galleggiante se ne va a zonzo per conto suo incurante di quanto piombo l’abbia zavorrato .
E il vento s’alzò.
Sferza furente sospinta da una forza viva e maligna.
Il Dio del Samoggia al quale, nella sua blasfemia, era solito indirizzare scaramantiche preghiere, aveva deciso di rovinargli la giornata. Proprio adesso che aveva la postazione tutta per sé e anelava spazzar via del tutto le cupe ombre dell’incubo notturno, traendo dall’acqua prede luccicanti: pesci gatti con la pancia gialla, tinche dal dorso verde, carpe specchio: tutta la varietà di ciprinidi di cui il Samoggia abbondava.
Niente da fare.
La pioggia s’era fatta torrentizia. Catinelle d’acqua sulla testa e sulla schiena.
«Albertoo! Piove corri subito a casa .»
«Bella scoperta!», mugugnò il nostro giovanotto.
La nonna era arrivata sul ciglio dell’argine determinata a farsi obbedire.
Non restava che rassegnarsi ad una giornata storta: da passare in cantina, tra blatte e ragni a far fischietti di plastica.
Sì fischietti.
Due parti separate longitudinalmente, da unire col benzolo, un efficace solvente per un facile lavoro a domicilio.
Semplice anche per bambini.
Ai tempi nostri il lavoro a domicilio s’effettua smanettando su un computer, allora s’immergeva in un catino di benzolo la metà di un fischietto , la si univa all’altra metà con una leggera pressione. L’uso di quel idrocarburo aromatico, estremamente tossico, non attirava ancora la minima attenzione da parte delle autorità sanitarie.
Lo forniva in generose dosi, colui che scaricava davanti casa sacchi su sacchi di mezzi fischietti d’ogni colore, a volte anche ocarine o altre sagome d’animali.
Il processo produttivo veniva completato con l’assemblaggio.
L’intermediario contoterzista passava due volte al mese a ritirare il prodotto finito.
Pagava un tanto al chilo. Pochi spiccioli data la leggerezza del prodotto.

Non piaceva ad Alberto quel lavoro monotono e puzzolente.
Né gli veniva espressamente richiesto di farlo.
S’offriva volontario col senso di precoce responsabilità inculcatogli dai suoi fin dalla più tenera età. Gli sembrava giusto, di tanto in tanto, dare un pur modesto contributo al misero budget familiare della nonna Tina.
Cominciava piano. E via via procedeva più veloce nel cercar di vuotare il sacco in fretta . Inebriato dall’aroma del benzolo.
Intingi. Premi. Fatto.
Intingi . Premi. Fatto .
Finché la Tina o una delle zie , mosse a pietà, arrivavano ad interrompere quel lavoro di Sisifo.
«Basta, hai già fatto abbastanza. Lavati e vieni a mangiare.»

A PESCA.

luglio 18, 2018

«Svegliati, smettila di urlare», lo zio Italo lo stava scrollando con forza.
Alberto aprì gli occhi nella luce incerta di un’alba appena spuntata.
Un altro sogno, un incubo, certamente dovuto alla frittura di ranocchi in un olio di semi riutilizzato dal cretaceo inferiore.
A quel punto non era neppur concepibile riprendere sonno, a rischio di ritrovarsi nella stanza dove i suoi genitori erano stati vittime del furore sanguinario di quel demonio. Violenza assassina provocata dalla sua dabbenaggine.
Si sfilò a fatica tra i due corpi pesanti.
Dormiva nel mezzo dei due materassi di foglie di granturco, sui quali poggiavano le rispettive amache riempite di piume di gallina che spuntando dai logori sacconi gli provocavano fastidiosi pruriti.
Uscì dalla stanza insonnolito ma sollevato per esser stato distolto da quell’orribile sogno. Respirò a pieni polmoni l’aria fresca di un mattino nuvoloso.
Aria.
Nel locale adibito a camera da letto si soffocava. Tutt’e due gli zii fumavano regolarmente l’ultima nazionale dopo essersi coricati. Il fumo stagnante, unito al fetore d’ammoniaca emanante dal vaso da notte posto sotto al letto, e all’inevitabile rilascio di qualche scoreggia rendevano metanifera l’atmosfera fino al mattino.
In aggiunta doveva mettere in conto un certo numero di gomitate e ginocchiate involontarie provocate dalla ristrettezza del giaciglio.
Dormire là in mezzo non era comodo. Perciò aveva fatto quel brutto sogno.
Così se la raccontava, per voltar spalle a quella notte agitata e inoltrarsi nel mattino appena nato.
Guardò la sveglia sul camino.
L’orologio pazzoide, indocile alla carica di una molla decrepita con le lancette tremolanti sempre sull’orlo di un infarto letale, indicava le sei: un’ora buona per andare a pesca in
una mattinata promettente considerando il cielo nuvoloso.
Se avesse piovuto leggermente sarebbe stato perfetto.
Con la pioggia l’acqua s’intorbidiva assumendo un bel color caffellatte: acqua macchiata preda ferrata, s’usava dire.
La preda era di solito il pesce gatto.
Il baffuto e spinoso amerikano non ama l’acqua chiara .
Si muove più volentieri in cerca di cibo, all’alba e al tramonto.
In estate si scuote più facilmente dalla sua melmosa pigrizia subito dopo la pioggia, cominciando a cercare cibo: vermiciattoli o piccoli pesci.
Bisognava sbrigarsi.
Magari altri sfaccendati della Borgata stavano facendo in quello stesso momento identica valutazione e proposito.
Naturalmente per pescare occorrono esche. Le più opportune e appetibili erano senza dubbio i lombrichi.
In Borgata, questi vermi di terra, si trovavano più copiosi e grassi proprio a due passi dalla magione del Feto, in un suolo concimato dall’accumulo di sterco di galline, anatre e conigli.
Problema non da poco, considerato che la testa d’Alberto era ancora per metà dentro l’incubo notturno.
Fosse stato un segno?
Se vai dietro la casa del Feto quello ti vede e ti taglia il collo con la scure: la stessa insanguinata, del sogno.
Un sogno premonitore?
Ma come rinunciare alla pesca in un mattino così promettente?
Se avesse fatto buon bottino, magari arricchito da una tinca, avrebbe guadagnato molti punti nella considerazione della vecchiaccia .
A torto o ragione i pesci gatto in umido con pomodoro e prezzemolo venivano decisamente preferiti ad ogni altro tipo di pesce.
Con l’esclusione della tinca, considerata una vera prelibatezza, da mettere almeno alla pari col pollo. E per mangiare pollo era decisamente presto. Era necessario attendere almeno un mesetto in attesa di accrescerne la taglia fin verso il chilo e mezzo.
Restavano i conigli, dei quali ne erano sopravvissuti alla malattia ben pochi. Si tenevano cari, da mangiare nelle feste comandate.
Cosa fosse,quali le cause e le origini, della malattia ricorrente tra i conigli nessuno lo sapeva.
Per tutti era la “malattia”.
Tanto bastava.
Morivano a stretto giro uno dopo l’altro. Non c’era rimedio conosciuto e per igienica cautela, non ci s’azzardava a cucinarne il cadavere.
L’unico parziale rimedio era la prevenzione.
Se ne cucinava per un paio di giorni Il resto veniva seppellito in fosse comuni per impedire ai cani randagi di portarne in giro le carcasse: lo spazio nelle ghiacciaie che pochi possedevano, non era tale da poterne contenere più d’uno alla volta.
Non v’era modo per conservare i corpi al di fuori della più rigida stagione invernale quando potevano mantenersi per qualche tempo su un davanzale con le tenere carni esposte ai morsi del gelo notturno.
A questo punto occorre chiarire al lettore (che non abbia ancora incartato il pesce con le precedenti pagine di questo racconto) che s’era ancora in un’epoca di barbarie, neppur lontanamente rischiarata dai lumi animalitari odierni.
Un coniglio non si poteva apprezzare come animale da compagnia. Il leporide malato veniva abbattuto con un vigoroso colpo di taglio dietro la testa.
Considerazioni storiche a parte, Alberto restava di fronte a un dilemma; lo sciolse ricordando che durante il giorno il Feto raramente restava in casa, se casa poteva chiamarsi il tugurio nel quale dormiva.
«Possibile che lo incontri proprio oggi?» si rassicurò. Al caso poteva mettersi le gambe in spalla e filare via come il vento.
Bastava fare attenzione, ed eccolo a scavare nella terra grassa, non più di un paio di vangate in una manciata di minuti. Sufficienti a riempire un barattolo da conserva con numerosi lombrichi che sarebbero bastati per un’intera giornata di pesca.
Sudato per la fatica e per il timore di esser preso per la collottola dal diavolo che gli era apparso in sogno poche ore prima, si diresse di buon passo verso il posto di pesca.
Due comuni canne di fiume, qualche metro di bava, turaccioli opportunamente sagomati a far da galleggianti e due ami.
Gli ami erano il problema, se si perdevano insieme alla preda la pesca finiva.
C’era un bel provare a costruirne altri con un filo di ferro zincato ritorto a fatica e limato lungamente per renderlo tagliente ma non se ne ricavava mai un acuminato, efficiente ardiglione. A parte lo stupido “orologio” – l’oratina iridata d’ acqua dolce, un vero e proprio infestante tutta lisca – gli altri pesci risucchiavano il lombrico e se ne andavano ,tranquilli a sbrigare le loro faccende.
Per questo particolare diffidava della verosimiglianza di certi romanzi nei quali i pesci venivano catturati con i più strampalati mezzi di fortuna.
La maestra elementare aveva letto in classe alcuni brani di Robinson Crousè .
Ad Alberto (non potendo apprezzare le implicazioni etiche, razziali e teologiche del romanzo di Defoe) era rimasto impresso un unico dettaglio: i pesci dell’atlantico presso il delta dell’Orinoco erano del tutto stonati. Con quelli, più astuti, del Samoggia la faccenda era ben più complicata.
Lui aveva però un’ attrezzatura efficiente, come constatò dopo rapida verifica,deciso a non lasciarsi sfuggire l’occasione propizia.
Cielo plumbeo che promette pioggia, acqua placida per l’assenza di vento e nessuno a competere nei dintorni.

INCONTRO.

luglio 18, 2018

E proprio in quel modo Alberto gli si rivolse.
Il giorno seguente il mancato assassinio del nonno.
Primo pomeriggio. Sole alto e caldissimo.
Ignorando, come di consueto, le ferree disposizioni della Tina: «non andare mai a fare il bagno da solo, aspetta che tornino dal lavoro gli zii» Alberto era dentro l’acqua del Samoggia col lodevole scopo di imparare a nuotare.
“Fare il bagno”, era la comune espressione, impropriamente usata, per dire che s’andava a nuotare.
Si stava con l’acqua appena sopra l’ombelico e, con un tuffo a pancia piatta,s’annaspava a cagnetta fino ad agguantare i cespugli sporgenti dall’altra sponda.
Un’ esercitazione solitaria.
L’aspirante giovanotto si vergognava di non saper ancora nuotare.
Alla sua età, due cose erano necessarie,secondo la sua visione, per esser accettato nella piccola comunità dei ragazzi di Borgata. Saper nuotare appunto e poi cominciare a fumare e forse pure una terza che aveva a che fare con le donne. Queste sconosciute.
Non necessariamente in quest’ordine – pensava- mentre se ne stava immerso nell’accogliente umore del torrente.
Comunque da qualche parte bisognava pur cominciare.
E il fiume costituiva l’opportunità più a portata di mano.
L’odore dolciastro di paviera e giunchi esaltato al calore del sole gli dava una sensazione di assoluta libertà e benessere.
Una SPA naturale.
Talvolta sorseggiava l’acqua tiepida, risputandola dopo averne apprezzato il gradevole, lieve sentore di erbe marcescenti.
Si sarebbe trattenuto per ore a sguazzare nell’acqua verde, carezzevole e protettiva come liquido amniotico. Invano cercava a volte di prendere pesci con le mani nelle tane scavate sotto la riva, come facevano con successo i suoi zii e i ragazzi più grandi.
Al viscido tatto si ritraeva all’istante per timore d’afferrare una innocua biscia d’acqua.

Mentre era così impegnato, nel suo esercizio fisico e mentale,scorse poco distante il solfanaio.
Avanzava nell’acqua bassa al polpaccio, tastando con schifiltosa diffidenza il fondo sabbioso irto di taglienti conchiglie bianche e nere.
Aveva con sé un asciugamano e un pezzo di sapone di Marsiglia e sembrava incerto sul da farsi.

«Stai attento Feto che qui è più alta», se ne uscì tanto volenterosamente quanto incautamente il servizievole giovanotto.

«Feto?»
La risposta non si fece attendere: «Adesso te lo do io il Feto! »
Alberto, accorgendosi della gaffe, ne fu terrorizzato. Schizzò svelto sulla sponda del Samoggia correndo scalzo in golena col cuore a mille.
Subito rincorso da un tipaccio vestito solo di un paio di mutandoni tattici, tipo militare: magro, gambe scheletriche, capelli irti color pece, faccia storta chiazzata da una barba mal rasata.

Un diavolo fatto e finito che guadagnava terreno ad ogni sghemba falcata delle sue gambe da trampoliere.
Un violento, descritto da tutti come tale.
Un uomo con trascorsi da assassino, taluni andavano dicendo a mezza bocca.

Che fare?
Arduo interrogativo, da Cernycevskij a Lenin, come ebbe modo di scoprire nel corso delle sue bulimiche e disordinate letture anni più tardi.
Il Feto lo incalzava dappresso, lo avrebbe raggiunto ben prima del culmine dell’argine.
Situazione disperata ma è proprio vero che la necessità aguzza l’ingegno; Alberto invertì la corsa e per dirigersi di nuovo verso l’acqua lanciandosi in tuffo disperato verso l’opposta riva: acqua in gola e nel naso, confusa agitazione di gambe e braccia fino a poggiare i piedi su solida sabbia.
Siano lodati Gesù Cristo tutti e santi e la Madonna che,evidentemente, esistevano.
Aveva valicato d’impeto l’acqua profonda tra le due sponde.
In salvo.
Tossendo convulsamente scrutava tra le lacrime il Feto che gli augurava ogni sorta di mali, non risparmiando crudi dettagli sul trattamento che gli avrebbe riservato.
«qua devi tornare se vuoi andare a casa.»
Situazione di stallo; non restava altra possibilità se non quella d’aggirare l’ostacolo facendo un lungo giro per arrivare al ponte sul Samoggia e scendere dalla parte opposta, verso la Borgata.
Posto che l’assassino non andasse ad attenderlo al di là del ponte.
Altra soluzione però non c’era. O se c’era Alberto non la scorgeva.
S’incamminò sulle gambe tremule, accompagnato dall’eco delle imprecazioni del solfanaio, sulla sponda opposta: «Alla prossima boia d’un comunistaa!»

Comunista?
C’era una sola possibilità: il Feto conosceva il padre di Alberto: comunista, partigiano e mangiapreti, noto come tale in quello spicchio di pianura.
‘Alla prossima’ comunque non suonava del tutto male.
Meglio di subito.

«Chi l’allunga la scampa» , pensò in dialetto.
La lingua parlata con i suoi gli veniva spontanea, specie in situazioni a forte carico emotivo.
Il Feto rimandava la lezione e dunque non gli avrebbe teso l’agguato sul ponte.
«Oppure no?
Era una trappola?»
Magari voleva tranquillizzarlo per prenderlo a tradimento, torcergli il collo e seppellirlo in golena.
L’angoscioso dubbio lo torturò per tutto il tragitto.
Giunto nei pressi del ponte ebbe un’illuminazione, forse dovuta all’intervento della Madonna che lo aveva protetto nell’ultima ora, o a quello del dio del Samoggia, o – ipotesi da non scartare – alla provvisoria alleanza di entrambi, impietositi dalla sua triste condizione.
Non era obbligatorio salire sul ponte dove il Feto lo avrebbe scorto: poteva passarci sotto.
Tra i piloni, d’estate, l’acqua poco profonda scorreva lenta ; effettuato il facile guado poteva risalire l’erta dell’argine nascosto dalla folta vegetazione per poi rotolare giù fino alla casa della Tina, al sicuro.
Tattica astuta ma dolorosa, dovendo inoltrarsi in quella selva rovinosa con la sola protezione delle mutande. Il resto dei vestiti era rimasto sul luogo del fatale incontro.Tra rovi di more, intrico di rose canine, macchie di cannucce dalle foglie taglienti, si ridusse in pessimo e sanguinolento stato.

Restava da presentarsi alla Tina in quelle condizioni.
Lo avrebbe sottoposto ad un interrogatorio di terzo grado come quelli descritti nei gialli Mondadori.
In seguito avrebbe emanato il suo verdetto. In assenza d’avvocato difensore e senza l’ausilio di giudici popolari.
Infausta e scontata sentenza: andare a letto senza cena, oppure ‘informare tua madre’ dell’accaduto.
Quest’ultimo caso, Alberto lo considerava alla stregua di una condanna all’ergastolo. Sempre meglio di “lo dico a tuo padre” che s’avvicinava di molto alla pena capitale, consistente nel por fine, con effetto immediato, alle sue vacanze in Borgata.
La tetra riflessione fu interrotta dal grido : «come hai fatto a conciarti così, e i braghni e la camicia,?»
La Tina, tornando con una bracciata d’erba lingua d’oca per i conigli,lo aveva artigliato alle spalle con mano grifagna.

Bisognava inventare all’istante una versione che non contemplasse la gaffe.
Rivolgersi al solfanaio con il suo nick name era come ammettere di aver violato un tabù.
Nessuno sano di mente in tutta la Borgata avrebbe compiuto una così pericolosa scempiaggine.
«Ho avuto da dire con quelli là… mi hanno preso a sassate e son dovuto scappare.»
‘Quelli là’ , ragazzi appena più grandi coi quali altre volte era venuto alle mani, soccombendo regolarmente.
«Ti avevo detto di girare alla larga, o no? », interrogò retoricamente mentre gli mollava la prima sberla.
«Non è stata colpa mia ero andato a fare il bagno. »
«Non ti avevo detto di aspettare tuo zio Italo?», altro interrogativo accompagnato dalla seconda sberla.
«Cosa dici brutta vecchia », pensò livoroso, Alberto : «quello mi fa appena bagnare i piedi.»
«adesso vado io a recuperare la tua roba . Intanto lavati le mani e vai di corsa da Ernesto a prendere un cesto di ranocchi.», ordine sottolineato da una terza, lieve sberla.
Muoviti.
«Fà piò prèst che sòbbit”» Fai prima di subito tradusse in consecutiva Alberto.
«Mi raccomando. Prendi quelli ben vivi e grassi.»
«Si capisce», pensò lui con senso critico, «oltre che grassi li vuole vivi e vegeti.»
Quando mai da Ernesto si trovavano ranocchi moribondi?

IN BORGATA.

luglio 11, 2018

Alle porte della borgata la mente vagante di Alberto lasciò da un canto la biografia del nonno volgendosi a rivalutare, per l’ennesima volta, le singolari caratteristiche della località presso la quale stavano arrivando: un’enclave incistata nell’ormai affluente civiltà urbana. Un luogo territorialmente vicino alla città ma lontano dagli occhi e dal cuore di quanti ne conoscevano a malapena l’esistenza.
Un esistenza originale, in molti sensi quella che si conduceva in Borgata.
L’ accrocco di modeste dimore poste sui due lati di una sorta di main street, coevamente nominata come “la piazzetta” ospitava un brulicante nido della più varia umanità.
Tutto appoggiato : uomini,case, cose e animali, all’alto argine del torrente Samoggia, laddove incontrava il rio Lavino. Due corsi d’acqua confluenti nell’ansa golenale ai margini della quale si era stabilita un’eterodossa comunità di cristiani e mangia cristiani.

Fatta esclusione di pochi benestanti, in genere contadini o mezzadri che popolavano la campagna nei dintorni dell’abitato vero e proprio, in Borgata viveva, litigava, amava, soffriva e moriva gente perlopiù reietta.
Vite in bilico. Condotte sul filo teso di un precario equilibrio andavano a formare un confuso aggregato umano incattivito da immigrazioni successive.
Gente ignorata, spesso malvista entro il più vasto territorio comunale. Al punto che si esitava ad autodenunciarsi come risiedente ai Forcelli: nome proprio della borgata; così battezzata in tempi lontani per via della disposizione spaziale di quell’incrocio d’acque.

Immigrati dal poverissimo Veneto, dalla pianura ferrarese, all’alto appennino bolognese, confluivano insieme alle acque del Samoggia e del Lavino nell’ansa quieta dei Forcelli.
La comune condizione di povertà dava luogo ad una forzata e, solo a tratti, pacifica coesistenza multi regionale incentivata dall’inazione dei pubblici amministratori, che chiudevano un occhio e spesso entrambi in ordine a concetti come residenza, igiene pubblica o abitabilità.
Una cecità compassionevole, utile ad offrire un riparo non convenzionale a questo o quel caso di bisogno umano, che in epoca di poco successiva si sarebbe definito “sociale” . Se per includerlo ovvero escluderlo con relativo marchio dal più vasto consorzio civile Alberto non avrebbe saputo dirlo.
A lui piaceva immaginare la Borgata come un covo di pirati; una Tortuga nella quale convivevano e s’azzuffavano goffe generosità e tenaci rancori, slanci di autentica solidarietà e gretto egoismo. Le due facce inseparabili di una povertà ribelle a qualsiasi statistica, ben rappresentata da una nutrita galleria di personaggi pittoreschi, non di rado grotteschi.
Mai banali. Nulla in comune con i poverelli descritti e prediletti da una perbenistica rappresentazione religiosa e laica.

Ai Forcelli facevano da soli.
Non era in uso l’autocommiserazione su cui far leva collettiva per rivendicare diritti e servizi che, altrove, cominciavano a far parte della dotazione sociale di altri cittadini.
In Borgata, laddove la pubblica carità faticava ad arrivare subentrava l’ingegno individuale.
Parte della legna da ardere la si pescava, dal fiume, con le piene ricorrenti. Buona per l’anno successivo, dopo averla accatastata al sole dell’estate.
La frutta la si trovava a buon prezzo, a chilometri zero, ben prima che questa nozione per imbesuiti consumatori fosse introdotta in dosi massicce nel gergo corrente.

La si prelevava con destrezza, preferibilmente nelle ore notturne, con poco rischio. Nella prassi dell’epoca la legittima difesa della proprietà privata non prevedeva sparatorie, né di giorno , né di notte. Contemplava tutt’al più la modica spesa d’una cartuccia riempita con sale grossolano da spedire talvolta nelle terga dei più incauti razziatori.

Per la farina si spigolava frumento; alle donne e ai bambini spettava il compito di raccogliere cascami di spighe lasciate nei campi da un’antica consuetudine che univa la carità privata ad un calcolo economico.
Per contadini e mezzadri, prima di dar fuoco alle stoppie, non valeva la pena sobbarcarsi ulteriore fatica per ricavarne a malapena poco più di un sacco di farina.
Per la carne s’allevava, convivendo con polli, anatre e conigli e con le loro abbondanti deiezioni.
Lo smilzo reddito derivava da lavori saltuari.
Manovali, verniciatori, imbianchini e muratori. In maggioranza impiegati nell’hinterland bolognese in via di rapida formazione, laddove rimanevano esposti nei cantieri edili materiali più o meno pregiati, utili ad integrare i bassi salari con la rivendita clandestina.

Tra i molti spiriti liberi della borgata la figura di spicco era senz’altro Giorgio,il solfanaio.

Ormai in disarmo la pattuglia di mancati killer lo incontrò mentre spingeva il suo triciclo con cassone anteriore sulla strada bianca di fronte al viottolo che saliva all’abitato, situato irragionevolmente alto sul piano di campagna, quasi a fungere da contrafforte all’argine del torrente.
Non fu per mera casualità se in un infausto giorno del novembre del 1966, quando il mondo accorreva nella Firenze alluvionata, l’acqua fangosa e mugghiante di un’onda di piena travolse la borgata tempestivamente evacuata e la cancellò dal paesaggio e dalla memoria.

Non si salutarono con Giorgio.

Pochi gli rivolgevano la parola.
Né lui sembrava aver nulla da dire a chicchessia, con l’eccezione di quando s’ubriacava.
Aveva la sbornia cattiva. Non la prendeva bene. Peggio la smaltiva.
Sotto gli effetti dell’alcolica ebbrezza, rimuoveva la stufa dalla parete della sua dimora consistente in un unico locale col pavimento in terra battuta.
Aveva così agio di usare la canna fumaria come megafono per poter dar luogo al ‘comizio’, nel corso del quale, tra sonori rutti alcolici, snocciolava un dettagliato elenco di malefatte a carico di questo o quel residente, regolarmente intercalato da immaginifiche bestemmie che tiravano in ballo madonne e santi dai nomi sconosciuti, mai censiti dalla Chiesa Apostolica Romana.
Descriveva luoghi e situazioni in cui tizio e caia s’erano trovati a congiungersi carnalmente ad insaputa dei rispettivi coniugi.
Il moralizzatore non ammetteva remissione alcuna dei peccati carnali, svergognando a destra e a manca.
Sul Golgota della piazzetta crocifiggeva poveri cristi richiamando particolari, date e orari affinché i malcapitati, fatti oggetto del suo rancido furore, non potessero sottrarsi al giudizio della pubblica opinione, la quale veniva edotta con circostanziata precisione dalle sue delazioni.
Il solfanaio era un uomo sempre informato e senza alcun senso di umana pietà.
Una sera giunse a descrivere con doviziosa premura e beninteso al solo scopo umanitario di informarne la famiglia, l’occasione in cui una giovinetta s’era concessa ad un trio di giovinotti forestieri in una gang bang ante litteram da lei stessa organizzata.

Per questo da Giorgio, cattivo soggetto e rovina famiglie, si prendevano caute misure e opportune distanze.
Dal canto suo, nell’alba appena sorta, fece mostra di non accorgersi neppure dello strano trio che gli passava accanto.

Quella mattina lo aspettava una lunga sfacchinata per arrivare fino a Castelfranco Emilia nei cui pressi doveva, nel primo pomeriggio immancabilmente, trattare una partita di ferro vecchio.
I suoi affari infatti, non di rado lo portavano lontano dalla borgata ad intonare la solita solfa: “donne è arrivato il solfanaio / non son fornaio /dormo nel letamaio…”
Pedalava battendo un vasto territorio, dal basso ferrarese fino all’alto modenese.
Stagione permettendo, dormiva sul cassone o in qualche fienile. Tornava in Borgata dopo diversi giorni.
All’estero, grazie alle sue doti istrionesche, riusciva ad apparire simpatico e alla mano, al punto da riempire quasi sempre il cassone con minuta ferraglia e altri più pregiati rottami acquisiti con poca o nulla spesa.
Sulla borsa metalli era sempre aggiornato come un broker: « Eh adesso l’ottone costa poco quasi niente. Ti faccio un favore a portarlo via. L’alluminio poi è crollato di colpo…»
Grazie al suo innato spirito imprenditoriale, anticipazione delle future start-up, campava la vita meglio di molti suoi compaesani.
Prima dell’arrivo della consueta piena invernale e dopo aver venduto la variegata congerie metallifera accumulata nel suo deposito in golena se n’andava col portafoglio gonfio a gozzovigliare per giorni, trascorrendo le notti con signore di dubbia reputazione.
Anziane mercenarie sull’orlo di un definitivo disarmo, si diceva in borgata.
Le sole disposte ad accompagnarsi con lui, essendo Giorgio non proprio un adone.
La sua faccia, stropicciata alla nascita, dal forcipe che lo aveva malamente tratto dall’utero materno, meritava in abbondanza il suo impietoso nomignolo.
Lo trovò scritto, una sera d’estate tornando da uno dei suoi pellegrinaggi: era vergato con vernice nera, ben in vista sopra la finestra: ‘qui abita il Feto’.
Con la effe, opportunamente tracciata in maiuscolo.
A rischio di farsi macellare da quell’uomo violento, nessuno s’azzardava ad interpellarlo in quel modo.

FASCISTA PER CASO.

luglio 10, 2018

Il nonno: il padre di sua madre.
Aveva orecchiato una variegata serie di racconti.
Nelle famiglie di braccianti a giornata come la sua, conniventi le ristrette condizioni ambientali non venivano risparmiati anche ai più giovani dettagli scabrosi.
Brandelli di cronaca parentale si potevano cogliere nelle serate d’inverno, seguendo l’appassionante saga de I Miserabili al calduccio della cucina economica.
Lo sguardo catturato dall’occhio magico della radio.
Pozzo senza fondo,nella cui liquida,vibratile luminescenza Alberto poteva vedere Jean Valjean portare il pesante secchio della piccola Cosetta, udire lo sciabordio dell’acqua. Scorgere l’alta e nobile figura del galeotto fuggitivo, immaginando di unirsi a lui evadendo da quel tinello ingombro di masserizie, impregnato di odori ed umori. Piedi mal lavati, lucido da scarpe, vernice porporina e cibo riscaldato.
Qualche lustro più tardi l’avvento dell’era digitale avrebbe archiviato quella magia tecnica come psicotico effetto derivante dal funzionamento d’una obsoleta valvola termoionica; sostituita dalle fitte maglie di una gabbia per pensieri digitati prima ancora d’esser pensati.
In quel tempo remoto  la radio a valvole induceva al pensiero ozioso, stimolando l’immaginazione, pur senza impedire attenzione alla gravità del mondo reale.

Avendo Alberto due orecchi ,come quasi tutti , ne teneva costantemente uno rivolto a seguire la narrazione del romanzo di Hugo. L’altro lo tendeva, a tratti, a cogliere gli aspetti salienti dei discorsi che s’intrecciavano, maliziosamente allusivi, nel tinello/ salotto/ sala da pranzo di casa sua.
Poco per volta con caute e indirette verifiche incrociate tra parenti e conoscenti, riuscì a ricostruire la vicenda umana del nonno.

Il marito della Tina, al secolo Roberto Saguatti, mise piede in terra d’Etiopia ai primi d’ottobre del 1935. Inquadrato in un battaglione di Camicie Nere con il grado di caporale. Aveva quasi trent’anni anni ed era sposato da cinque. Lasciava a casa oltre a una moglie gravida una figlia ancor bambina destinata a divenire la madre di Alberto.
Si fregiava in partenza del grado di Caporal maggiore grazie ad una lunga militanza nel PNF e ai meriti conquistati sul campo.
Squadrista della prima ora e uomo di mano degli agrari.
Aveva colto, al pari di tanti altri, lo spirito del tempo per cercar di sfuggire ad un destino di lavoro duro e povertà garantita a vita.
Uomo piccolo, segaligno, con un viluppo di nervi sotto un incarnato scuro; adatto, persino nel fisico, a concorrere per quel posto al sole da conquistare in Africa.

Non fu dato sapere quasi nulla della sua campagna militare, salvo una travolgente passione per le morettine.
Alla luce di tal sincero trasporto veniva fatto di pensare che il famoso mal d’Africa, non fosse mai stato altro che acuto rimpianto per facili predazioni sessuali.
Niente a che vedere con quello struggimento dell’animo narrato dai poetastri del regime e, in seguito, finemente rielaborato nelle sofisticazioni di intellettuali progressisti e narratori compassionevoli alla Karen Blixen. “La mia Africa”, inventata ad uso e consumo di rassicuranti visioni del continente nero e del suo fragile ma inevitabile legame con la civiltà bionda e bianca emersa, per selezione naturale, dalle nevi dell’emisfero Nord.
Neocolonialismo  temperato da una pelosa, ispida, affilata carità.

Nessuna nostalgia di quei tramonti istantanei.
Del sole rosso sangue che affoga di colpo nel buio pesto della notte africana.
Non furono gli odori e i sentori di una natura selvaggia, del deserto lavico, del sole rovente sulle ambe e neppure il fascino della poverissima e bella Addis, sparsa per colline e erbose radure punteggiate di fiori dai mille colori, a provocare il sottile e misterico male richiamantesi al continente nero.

Nell’esperienza del nonno di Alberto e di alcune migliaia di suoi camerati era, e fu soltanto, nostalgia delle vaste greggi di morettine, delle quali si poteva far strage a man salva come da patriottica tradizione.
Non a caso il colonialismo italiano, fin dai tempi di Crispi, oltre ad una particolare ferocia e gratuita crudeltà si era sempre distinto per imprese d’amore. Le popolari motivazioni per nulla dissimulate nelle canzoni dell’Impero : da Faccetta nera (bella abissina), a Tripoli( bel suol d’amore).
Messaggio tanto semplice quanto efficace.
Colpiva al cuore, provocando fremiti di turgido eroismo nelle parti più basse della truppa proveniente dalle isolate province della penisola. Laddove scarseggiavano le greggi e vigevano i rigidi costumi di cui il Regime, assieme alla Chiesa concordataria, si faceva pienamente difensore, pur senza rinunciare a sollecitare la proverbiale virilità di italiani pronti a tutto pur di evadere il talamo coniugale, per andare a cogliere succosi frutti esotici nella fertile terra promessa.

La quarta sponda, ai confini del mare nostrum.

Così motivato e pronto alla tenzone, Enrico Saguatti mosse verso la terra d’Africa, arruolato volontario nel corpo di spedizione in Etiopia.
Centomila soldati della “grande proletaria” marciavano insieme ad una variopinta moltitudine di truppa indigena. Ascari eritrei inquadrati dell’esercito coloniale dotati di esperienza militare, accanto a gruppi di predoni somali e bande libiche.

Tutti pronti a far bottino.
A casa, in patria restava, come si può leggere nelle cronache del tempo: ‘Essa , (la donna), che partecipava all’impresa con tutto il suo ardore, non solo come madre, come sorella, come sposa dei nostri prodi combattenti ma anche come guardiana del focolare domestico.’

Al domestico e misero focolare Saguatti ritornò dopo la fine della campagna vittoriosa, trovando un altro figlio ad aspettarlo.
Secondo le istruzioni tassative da lui stesso inviate tramite posta militare, recava il nome di Italo, in onore del gerarca -aviatore ferrarese.
Ancora in divisa con i gradi di sergente conquistati su quel campo dell’onore, delimitato da furerie e bordelli, subito collocò una fotografia che lo ritraeva tra due morettine a seni nudi dietro il vetro smerigliato della vetrina sovrastante la tarlata credenza. Si presume per non perdere memoria del suo fattivo contributo alla conquista dell’Impero.
Alle vivaci proteste della moglie nel veder quelle due bambine sorridenti esibire le acerbe grazie di fianco al marito gli piantò la canna della Beretta d’ordinanza nel ventre, chiarendo: « ho sette colpi nel caricatore…» Poi la colpì al viso col ferro brunito della pistola e la prese, scaraventandola sul pavimento sbrecciato.

Dov’era tutto sto’ scandalo?
Il grande Montanelli non aveva forse sposato una dodicenne?
Principessa.
Fu detto.
Beh lui, ne aveva sposate due, pur prive di particolari quarti di nobiltà tribale.

Dopo averle forzosamente abbandonate era tornato rabbioso e frustrato allo sbilenco casolare in mezzo a quella campagna agra e sperduta. Terra sabbiosa. Buona a coltivar cocomeri e meloni. Piatta a perdita d’occhio, nessuna morettina in vista.
Da allora, il mal d’Africa lo accompagnò sempre.
A tratti lancinante.
Con ogni probabilità d’origine venerea.

AGGUATO.

luglio 10, 2018

Alberto è in attesa d’ammazzare il nonno, lungo la strada dei Due Leoni.
Il nome iscritto nella toponomastica comunale di quella via che s’inoltrava per qualche chilometro nella campagna lui non lo conosceva.
Era così comunemente chiamata per via di due leoni di sasso. Accovacciati sulla sommità di due pilastri di fianco all’ospedale dei matti, sorvegliavano a fauci spalancate l’imbocco della strada che portava dal paese alla borgata. Monito per gli ignari viandanti.
E dalla borgata, a piedi nottetempo, era giunto muovendo dall’opposta direzione al seguito della nonna Tina e in compagnia della zia giovane; tanto giovane da essere sua coetanea. Nei pressi del passaggio a livello della ferrovia Bologna-Verona, il trio si pose all’agguato tra le acacie spinose della scarpata che, all’epoca di cui si narra, costituivano l’infestante decorazione di ogni linea ferrata con la funzione di trattenere la terra riportata e rendere difficoltoso salire sulle rotaie; a scanso di incidenti e suicidi.
Vedi mai che il nonno avesse la sfortuna di trovar abbassate le stanghe.
Complice lo sferragliare del treno accelerato le sue grida si sarebbero perse nell’aperta campagna, tra il monotono gracidar delle rane e l’ossessivo stridio dei grilli.
Non che il proposito omicida fosse stato in alcun modo proclamato.
Neppure tra loro discusso, o condiviso.
Alberto credeva di averlo intuito nel momento in cui la nonna aveva infilato la coltellina- dotazione indispensabile ad ogni massaia – nella capace sporta della spesa.
Era un buon osservatore, come l’aveva lodato una volta la maestra delle elementari, e non aveva potuto far a meno di scorgere la Tina nell’atto d’armarsi, con furtiva mossa, del corrusco utensile.
Beninteso, l’omicidio poteva esser evitato o posposto, qual spada di Damocle da tenere sospesa sul collo del nonno.
Ciò nel benaugurato caso in cui, almeno parte sua paga di muratore occasionale, fosse stata deposta sull’affollato desco familiare. Due coniugi, cinque figli: due maschi e tre femmine.

O la borsa, o almeno una congrua parte di essa: o la vita.

Si sperava di conseguire l’obiettivo esibendo la più estrema delle intenzioni, dopo che la l’accesa dialettica intra – muraria non aveva sortito effetto.
Alberto non era coinvolto direttamente, se non come testimone dei quotidiani litigi vertenti sulla conduzione, con speciale riguardo al profilo finanziario, di un’azienda familiare costantemente sull’orlo del default.
Cronica scarsità di companatico, vino e altre minime scorte per la mera sussistenza quotidiana.
Bocche da sfamare, poco da masticare.

Ecco, in breve, la causa materiale e contingente del proposito criminale.
La sua qualità di testimone aveva origine nell’esser ospite con regolare occasionalità dei nonni materni.
Nel corso dell’estate, di ogni estate che il buon Dio mandava in terra, si ritrovava delocalizzato presso la nonna Tina. I suoi amatissimi genitori lo inviavano colà non appena terminava la scuola.

Lui era ben lieto di trascorrere un paio di mesi, allo stato brado, libero dall’occhiuta
vigilanza dei suoi: «non fare questo… non ti venga in mente di fare quello….guai a te se ti trovo a rubare l’uva dal contadino.», e altre consimili minacce.

Loro ,affidandolo alla cura di sua nonna durante gran parte dell’estate, potevano liberarsi dell’ingombrante presenza dell’unico figlio sistemato a dormire in un lettuccio a poca distanza dal talamo nuziale.
Lo spazio ristretto negava del tutto a due persone di sesso opposto nel fiore degli anni l’agognata privacy, l’unica altra stanza essendo occupata dai nonni paterni e dalla dispensa famigliare nella quale veniva conservata la carne di maiale.
Le non più fresche carni dei nonni erano così poste a stagionare insieme a salami, salsicce, pancetta e prosciutti.
Generi di conforto suscettibili di rapido deterioramento,se collocati nell’umida cantina di quella casa popolare, destinata dal Comune ai meno abbienti. Senza contare le mandrie di ratti affamati che popolavano il sottosuolo sia di notte che di giorno.
Scaltri presidiavano il territorio scansando ogni genere di trappole, meccaniche o velenose.
A tutto ciò riandava Alberto, attendendo di sgozzare il nonno, come s’usava col maiale nel freddo di gennaio.
Dopo una interminabile ora di silenzio assassino, mentre la pittoresca compagnia fungeva da inerme bersaglio per i coordinati attacchi di nugoli di aggressive zanzare, la zia giovane se ne uscì con il ragionevole dubbio:
«Forse non ne passano più di treni a quest’ora. Come facciamo a fermarlo se le sbarre non s’abbassano? »
La nonna aveva una risposta a tutto, oltre ad esser provvista di robusta tempra.Col suo mal di cuore: « oddio muoio!», visse in piena salute fino alla bell’età di novantasei anni.
«Sciocca. Lo sai, con quel mosquito non può andare veloce.»
Il citato mosquito non era una zanzara, come avrebbe potuto pensare, all’epoca, un inglese o uno spagnolo.
Si trattava del Garelli Mosquito, bicicletta motorizzata, molto in uso nell’immediato dopoguerra, il cui nome commerciale derivava dalla rumorosità ridotta ad imitazione del ronzio di una zanzara.
«La nonna, aveva ragione», rifletté Alberto.
Nonostante la pubblicità del bi-motociclo ne proponesse l’acquisto, «per affrancarsi dalla schiavitù dei pedali»,quando di trattava di valicare modesti dossi o lievi salite proprio su di essi occorreva applicare una certa quantità forza motrice umana per coadiuvare la scarsa potenza del motore.

A fugare in anticipo ogni ulteriore dubbio,Tina mise figlia e nipote al corrente del piano d’attacco.
«Quando passa, il delinquente dovrà rallentare a passo d’uomo, Alberto si mette in mezzo alla strada agitando le braccia appena arriva sulle rotaie. «Al resto penso io», disse sfiorando la sporta con la mano ossuta solcata da vene sporgenti.
«I soldi ce li deve dare. Buon per lui se non li ha già spesi tutti con le sue puttane.»

Di fronte a tale razionale proposito non c’era più nulla da obiettare. L’unico maschio del gruppo d’assalto, dall’alto dei suoi dieci anni appena compiuti,non si poteva permettere la minima esitazione. Era anzi eccitato per quella avventura notturna che giungeva a rompere la monotonia dei suoi giorni estivi trascorsi a pescare in riva al Samoggia.
Unilateralmente chiarita la dinamica dell’agguato ci si rassegnò, nella notte estiva di pianura, ad un’attesa che s’intuiva lunga.

I tre aspiranti assassini attendevano immersi in una coltre spessa d’aria immota, arroventata dal calore emanato dall’asfalto sciolto durante il giorno, la cui caratteristica esalazione si mescolava con l’afrore pungente della miscela bituminosa che impregnava le traversine di quercia poste a sorreggere le pesanti rotaie fino alla fine dei tempi.
«La traversina, come il diamante è per sempre», pensava Alberto.
Non poteva immaginare che nel breve giro di un lustro, o poco più, sarebbero state inesorabilmente sostituite da manufatti di cemento precompresso.

Ignaro delle future sorti delle traversine di quercia, Alberto cominciava a sperare che il nonno ritardasse abbastanza a lungo, tanto da far sbollire l’ira funesta della Tina che riconosceva, abbondantemente giustificata. Seppur forse un cichinino azzardata sotto il profilo meramente operativo.
Intanto, sul teatro d’operazione le ore trascorrevano lente: stanchezza, zanzare, sempre più moleste.
L’avventura stava perdendo ogni residuo fascino.

Seduti, schiena contro schiena Alberto e la zia giovane cedettero ad un inquieto dormiveglia. La nonna faceva buona guardia con l’accordo di svegliarli quando in lontananza, avesse avvertito il ronzio del mosquito.

La Tina aveva infierito a lungo.
Il sangue scorreva ovunque.
Colmato il fosso accanto alla strada, dilavava all’intorno, arrossando l’intera campagna fin dove poteva arrivare lo sguardo.
Alberto camminava singhiozzando, sollevando a fatica i piedi nella terra che,resa fangosa dal sangue del nonno, s’era ormai risucchiata le sue scarpe di tela.

«Stavi sognando, tirati su. Torniamo a casa.», lo scosse la nonna.

Si svegliò ritrovandosi a fissare, rabbrividendo, il pallido baluginare dell’alba.

«E il nonno? »

Era passato già da una buona mezz’ora, cedendo seppur parzialmente, all’intimazione di sua moglie con tre banconote da mille lire.
La temeraria impresa si era conclusa con una banale transazione al ribasso.
Alberto non sapeva se esserne deluso o sollevato.
Provando un pizzico di viltà personale decise per quest’ultimo stato d’animo.
Adesso, agli scampati ad una orribile accusa d’omicidio non restava che incamminarsi nella direzione del sole nascente, verso la borgata, sbocconcellando pane e uva ancora acerba tratti dalla sporta della Tina.
Il giovanotto non s’interrogava ancora, con piena cognizione, sul comportamento della nonna.
A posteriori comprese confusamente che quella notte Tina aveva voluto condividere la sua angoscia solitaria. Il fardello di violenza gratuita, di angherie e soprusi quotidiani subito per lunghi anni doveva essere in qualche misura trasmesso, custodito e e condiviso nella memoria dei più giovani.
Procedendo insonnolito sul ciglio erboso del fosso a lato della strada Alberto riportava alla mente la figura del nonno.

PROLOGO.

luglio 9, 2018

Guida lento nella campagna piatta; complici la bass’ora e l’esodo feriale, ha modo d’osservare con disincanto, appena velato da quella melanconia reattiva e scettica che accompagna la quotidianità di vecchi che hanno vissuto altre stagioni, segnate da passioni forti.
Osserva critico ai lati della strada.
Case coloniche trasformate in dimore di simil lusso, villette bifamiliari dotate di tre o quattro bagni con l’immancabile tavernetta scavata nel sottosuolo per diminuire la cubatura emersa ; pannelli fotovoltaici a coprire i tetti, nessun animale da cortile nelle aie ormai snaturate in prati all’inglese.
Rasati al millimetro e costantemente bagnati da irrigatori a pioggia. Riflettono il sole come specchi di plastica verde.
Guarda le alberature improbabili: ulivi, palme nane e specie arbustive provenienti dall’altra parte del mondo.
Le siepi di opio quasi scomparse. Rare anche quelle di ligustro e della spinosa piracanta che con le sue bacche multicolori annuncia l’autunno già ai primi di settembre.
Entrambe sostituite dal banale e velenoso lauroceraso, inadatto a nutrire passeri e dare rifugio a ricci, bisce, tartarughe di terra, rospi ed a altre selvatiche specie.
Tutto è lindo.
Squadrato.
Rigorosamente disciplinato entro recinti di rete metallica fissate a pali di ferro, a delimitare esclusive proprietà protette da sofisticata sorveglianza elettronica e da cartelli recanti il solito finto minaccioso:attenti al cane.

Il vecchio è colpito dalla crescita esponenziale di una numerosa varietà di cani.
Popolano, in un rapporto di due ad uno con l’umano, anche i brandelli di campagna che residuano nella città allargata.
Non può fare a meno di riassumerne mentalmente la tassonomia.
C’è il cane brachicefalo, frutto di incroci razziali che hanno dato luogo ad una selezione molto ricercata dagli amanti di questo ripugnante botolo dal muso schiacciato, sbavante a schiumosi litri.
Non mancano i cani di grossa taglia: mastini napoletani, alani, dobermann e qualche San Bernardo a patire il caldo umido della pianura insieme a sussiegosi levrieri afghani.

Tutti mansueti, fino a che non azzannano i padroni.
«Ben gli sta!», brontola il vecchio. Non fosse che a volte sbranano bambini come facevano i comunisti nei tempi antichi.
Ci sono infine i graziosi i cani da asporto.
Bestiole da borsetta o zainetto non più grandi di topi.
Al topocane, in particolare s’impongono vestizioni che ne offendono la sua canide natura.
«Così va il mondo», rimugina il vecchio.
Anche i politici, a corto di idee e di rimedi per fronteggiare debito pubblico, scarso PIL , occupazione calante e welfare residuo, ostentano , per la gioia di elettori imbesuiti, il possesso e la cura di qualche animale.
Dai cani e gatti si è giunti alle caprette e agli agnellini da salvare dai voraci carnivori in occasione delle festività pasquali.

Non che lui avesse mai odiato gli animali. In ispecie la cacciagione, non disdegnando, di quando in quando, costoline di agnello alla griglia.
Di cani ne aveva posseduti due nel corso della sua non più breve vita: un randagio bastardino e un simil pastore tedesco che aveva chiamato Buck in omaggio a Jack London, ma non gli era mai passato per la mente di farsi portare da loro al guinzaglio.

«C’è stato un tempo in cui i cani obbedivano al padrone», pensa.
Le cose son cambiate da quando la manifattura ha ceduto via via terreno, fino a franare in
favore dei servizi privati alla persona, subito estesi agli animali domestici la cui cura è assai più costosa.
Devi prenderti cura dei tuoi animali,suggerisce ossessivamente la pubblicità: preziosi compagni di vita.
Il relativo sottotesto insinua la differenza con le compagne e i compagni umani che ti possono tradire ad ogni piè sospinto. Dunque, compra saporiti bocconcini e croccantini contenenti vitamine A, B , C , D, E.
Insieme a sali minerali: rame, zinco, e che altro?
Manganese?
Esatto.
Non bisognerebbe eccedere.
Con il manganese.
Sulla base delle sue reminescenze scolastiche al vecchio sovviene, proseguendo nel suo innocuo delirio senile, che questo elemento serve a legare gli acciai speciali.
Può essere tossico al punto da provocare la cosiddetta “pazzia del manganese” per i suoi effetti sul sistema nervoso centrale.
Adesso sembra benefico.
Per l’uomo e ancor più per il vivente non umano.
Serve a dare una muscolatura robusta come l’acciaio anche al felino.
Al pari dell’acciaio -ridacchia cinicamente il vecchio- il gatto va immerso in un forno a bagno di sale di manganese ad una temperatura di 550 gradi celsius per temprarlo. Successivamente va fatto rinvenire in un bagno d’olio caldo per conferigli la necessaria elasticità e resilienza.
Se ne esce vivo diventa Gattoboy, il superpigiamino dotato di super poteri per il quale stravede la sua nipotina.

Il business degli integratori alimentari ha abolito la differenza tra umani e animali.
Se dai retta alla pubblicità – pensa il vecchio- di integratori ne devi assumere uno diverso, o anche due, per ogni ora della giornata. Specie se sei, nell’ordine: cane, gatto o anziano.
Da luoghi remoti, poi e arrivata un’invasione di bacche dai nomi esotici, a garanzia del loro benefico potere:
Di queste bisogna mangiarne un sacco e una sporta a beneficio delle tasche dei produttori visto l’elevato prezzo al consumo. Anche dalla maggior parte delle erbacce che un tempo s’estirpavano per poi bruciarle si ricavano benefici principi.

«Manica di stronzi!», sbotta a voce alta mentre rallenta per accostare al muro di un piccolo cimitero sopravvissuto all’avvento del terzo millennio.
Spegne il motore e accende una sigaretta.
Ai morti, il fumo passivo non può far troppo male.
Sbagliato!
C’è un cartello che reca : vietato fumare.
«Sì , son proprio stronzi », ripete adesso a voce alta.
Tanto nessuno può sentirlo.
E’ raro trovare qualcuno in quest’angolo di morto mondo in pieno agosto.

Visita molto di rado il cimitero, e mai nella stagione dedicata ai morti: quella che viene dopo la macabra festa di Halloween largamente diffusa, anche tra i popoli civili, dai barbari d’oltre oceano.
Di rado.
Sa che i suoi, come tutti gli altri che qui giacciono a decomporsi nel cemento o a sciogliersi nella terra,restano alquanto indifferenti alle visite dei familiari.
«Poche messe e terra addosso», soleva dire suo padre.
Considerando che voler bene ai morti è troppo facile e tardivo.
Ma infine , è costretto ad ammettere, che c’è pace qui.
Si è al riparo dal rumore e dalle ordinarie volgarità della vita post moderna.
C’è ancora il grosso olmo, forse l’unico di quelle dimensioni rimasto miracolosamente in piedi in tutta la pianura, dopo che la grafiosi, (la malattia provocata da un fungo di origine asiatica), ha sterminato gli olmi campestri adulti in tutto l’occidente.
Il pericolo giallo: sempre lui.
Continua a incombere, fin da quando – nel lontano ‘900- glielo ricordava, il suo comandante di compagnia durante la naia, ululando rabbioso come un cane da pastore del caucaso.
Al vecchio gli fa piacere che l’olmo resista.
Fa ombra ai suoi morti.
Sembra proteggerli, quasi accarezzarli, con le sue fitte fronde, ricetto di passeri e storni.
Accende un’altra sigaretta con la brace della prima , sistemando distrattamente qualche fiore appassito sui loculi che rinserrano le ossa dei suoi.

Ogni volta che viene a visitare il mondo dei morti non può fare a meno di ricordare l’anziano piccolo prete di campagna. Non chiamato da alcuno, si presentò a salutarlo in un tristissimo giorno di pioggia novembrina.

«Vada adesso, si occupi di alleviare le sofferenze dei più poveri. I suoi glieli li custodisco io.»
Un modo garbato per marcare il territorio popolato dai defunti, affermando il suo diritto-dovere di presidiare quella terra consacrata.
Buon uomo comunque.
Esce dal cimitero e prima di riprendere il cammino, sosta a fare un goccio d’acqua a lato della strada mentre un’ Audi rombante gli sfreccia accanto a clacson pigiato.
«Fanculo, coglione. », gli grida dietro.
La prostata, vecchia e stanca, rivendica le sue necessità.
«Perché poi non ci son cessi nei cimiteri di campagna?»
Non gli sembra giusto perché : «quando mi porteranno qui come…», pensiero pazzoide che subito scaccia insieme all’autodiagnosi.
Bah, a questo punto, importa poco, purché non si sappia in giro. Meglio comunque andarsene.
Risale sull’auto, imprecando quando l’elettronica lo avverte col solito fastidioso suono che non ha messo la cintura.
Sempre lo stesso pensiero rancoroso; a che serve legarsi al sedile come un salame se non a toglierti l’agio di prender un fazzoletto dalla tasca, di cercare il pacchetto di sigarette. Insomma di farti i cazzi tuoi, come vuoi: dentro la tua automobile.

Non s’aiuta col satellitare per rintracciare la strada giusta.

La signora con spiccato accento teutonico del vecchio e costoso navigatore Becker lo indirizzerebbe chissà dove.
Non è aggiornata.
Come un disco rotto la kapò continuerebbe a ripetere: ricalcolo percorso.
Oppure: tra cienti metri svoltare a sinistra. Direttamente contro un cordolo di cemento!

Conosce quei luoghi dall’epoca in cui si raccoglieva cicoria selvatica sul ciglio dei fossi. Che se ci provi adesso t’impiombi con tutta la merda emessa dalle marmitte.
Catalizzate? Oh yes: euro 5/6/7/…
A quanti euri siam arrivati?
Non lo sa.
Non è importante, tanto l’anno prossimo si salirà di scala per soddisfare il dilagante cretinismo ambientale incentivato dai grandi marchi che non hanno difficoltà a truccare le carte con un software malandrino.

«Devi salvare il pianeta»!

Altra pubblicità ossessiva: ‘In questa pasta c’è tutto il nostro impegno a ridurre il consumo d’acqua e di energia per salvare il pianeta’, ha letto l’altro giorno su un sacchetto di maccheroni mentre cercava il tempo di cottura collocato in un punto morto della confezione. E l’altra, televisiva, con sfruttamento di bambino : ‘la mia mamma è ecologica e la tua?’
«Ma vai a cagare!
Mi verrebbe da dirti cosa fa la tua mamma col car sharing!»
Il politicamente corretto ha invaso il buon senso insieme ad un ragionevole uso della lingua.
Lessicale trappola per gonzi in base al quale non si muore neppure più.
La morte è abolita.
Ci si limita a scomparire o a perdere la vita oppure a lasciarci.
Tutto qua.
Niente di così grave.
Avvolto nella nuvola (pardon cloud) dei suoi uggiosi pensieri, svolta distrattamente a sinistra verso il ponte sul Reno, quello nuovo costruito quarant’anni prima.
Quello antico in mattoni rossi è ridotto a due monconi: uno per sponda.
Demolito per lasciar defluire le acque in caso di piena.
Il vecchio si districa in un labirinto di strade nuove.
Continua a cercare la via che portava nel posto.
Non è semplice come pensava quando ha deciso di intraprendere la scampagnata.
Tutto è trasformato.
Sostituito da una viabilità contorta.
Dopo aver girato due volte intorno all’immancabile rotonda scorge la possibilità di interrompere il circolo vizioso e s’infila speranzoso in una laterale dall’imbocco promettente. All’ultimo metro, trova un cartello che annuncia: strada chiusa.
«Se me lo dicevi prima! », sbotta con le parole di una vecchia canzonetta.
Marcia indietro a cercar spazio per rivoltarsi.
Il vecchio non demorde.
Finalmente comincia a intuir la logica scombinata di quella casba d’asfalto.
E dire che quand’era bambino era convinto che all’esatto scoccare del termine del secondo millennio non vi sarebbero più state strade: solo aerovie per auto volanti.

La fantascienza di cui un tempo era appassionato lo aveva distratto.
Troppa fiducia nel progresso tecnico lo aveva fuorviato.
Ma dov’è quel balzo storico che prometteva una vita :
« che renda possibile di fare oggi questa cosa, domani quest’altra, la mattina andare a caccia,il pomeriggio pescare, la sera allevare bestiame, dopo pranzo criticare così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico».

«Anticaglia», pensa il vecchio evitando di un soffio un ciclista bardato di tutto punto. montato su una bicicletta da tot mila euro: caschetto in testa ridicolissimo che …«neanche se mi pagano»

Il balzo c’è stato, ma è avvenuto in un modo imprevisto : Il novecento del secondo millennio, breve o lungo che sia stato, è infine superato. In direzioni diverse e opposte.
Passi da gigante nella tecnologia e nell’economia della finanza e un paesaggio sociale che, al netto dei luccicanti devices elettronici, assomiglia a quello degli albori dell’ottocento.
Perché ancora non s’incazzano le generazioni sottoposte a questa moderna servitù della gleba?
Basta.
Non è il caso di continuare a friggersi il cervello nell’olio esausto di questi inutili , tormentosi pensieri da vecchio.
Non sarà certo lui e quelli come lui a cambiare il mondo.
Deve trovare quel posto, ha tempo di farlo, adesso che ha smesso di correre incontro alla vita facendosi largo a gomitate, guidato da un’idea.
Del resto la gente del terzo millennio non sa che farsene dei sistemi di idee: ‘la lotta di classe c’è stata – ha detto una volta uno degli uomini più ricchi del mondo – e l’abbiamo vinta noi’.
Amen.
Il vecchio ferma l’auto contro l’argine di quel che dovrebbe essere il torrente Samoggia.
Gli pare d’esser vicino alla meta.
Dov’era il posto che sta cercando?
Difficile individuarlo.
Deve salire in cima all’argine. Da lassù potrà farsi un’idea più precisa della sua localizzazione.
C’è un sentiero battuto non più largo di trenta centimetri. E’ una pista da motocross.
Sale faticosamente a rischio di rompersi una gamba scivolando sul sentiero levigato.
Arriva in cima, ansante.
Capacità polmonare ridotta, gli aveva detto un luminare, intimandogli «proibizione assoluta di fumo».
Ma certo.
Tossisce, sputa un grumo di catarro, e s’accende una sigaretta ricordando la profezia che suo padre gli aveva fatto vent’anni prima, quando in replica al suo proposito di smettere di fumare quanto prima, gli obbiettò con feroce sicurezza: « tu non ne sei capace».
Ricordi, sempre ricordi.
Dà uno sguardo all’orizzonte.
Non c’è nulla di nulla che lasci anche solo immaginare il sito dove sorgeva il posto che sta cercando di individuare.
Guarda in basso.
Quello deve essere il torrente. Possibile?

Non ne è del tutto convinto. Eppure dovrebbe essere vicino all’ansa larga cui era appoggiato il sito le cui tracce sta cercando.
Ma dov’è il rio Lavino che portava l’ acqua di montagna nel Samoggia il quale la riversava appena più a valle nel Reno?
Non gli è chiara la topografia.
Non la riconosce.
Ma non può essersi sbagliato.
S’incammina lungo l’argine.
Sotto i piedi crocchia un’erba secca bruciata dal sole,dopo esser stata falciata radente il suolo.
Deve arrivare al ponte per farsi un’idea più precisa della conformazione attuale di una porzione di territorio che gli pare di non aver mai visto prima.
Niente canne di fiume, Né cannucce o steli di saggina; qualche stento cespuglio che non riesce a identificare, vicino a pozze d’acqua immota.
«Mah» , riflette il vecchio.
Per quanto gli stiano sui maroni gli ambientalisti di professione, che spadroneggiano in tivvù -ne vede molta da quando è pensionato- forse conviene dare un taglio a mezzo alle sue convinzioni a rischio di inclinare verso il negazionismo: etichetta infamante che gli integralisti della natura appiccicano a chiunque rifiuti di portare il cervello all’ammasso delle più strampalate dottrine.
Il cambiamento climatico però balza agli occhi.
I suoi effetti sono troppo visibili per ignorarli del tutto.
Un tempo, in pieno agosto , cespugli di giunchi verde scuro si riflettevano nell’acqua verde chiaro.
Adesso prevalgono i colori giallo ocra con qualche chiazza di un verde smunto, cinerino. Malato.
Preso atto del climate change, (of course), s’ostina a rimanere critico.
I giacimenti di combustibili fossili non sembrano affatto in via d’esaurimento com’era stato predetto da illustri scienziati trent’anni prima.
A conferma, continuano a getto continuo guerre devastanti per rubare petrolio e gas, doviziosamente impastato con sangue indigeno.
Tutto continua a ruotare intorno al controllo delle risorse, acqua compresa.
L’idea massificata del pianeta vivente e per alcuni addirittura senziente, gli par la religione laica dei cretini, pur non riuscendo a surclassare quella, demenziale, dei creazionisti che stanno diventando una potenza capace d’influenzare politica e governi.
Il vecchio si consola nelle sue antiche certezze pensando che il prevalere delle ideologie di matrice ecologica serve egregiamente a distrarre dal divario crescente tra ricchi e poveri.
Nel frattempo, morti e sepolti i comunisti, spuntano come funghi velenosi gruppi fascisti e neo nazisti nel terreno concimato da una democrazia marcescente.

«Vabbè, bando alle ciance mentali». Si rende conto che tutto questo rimestare non porta
da nessuna parte.
Riflette solo il suo spaesamento mentre cerca le tracce di un passato che non ha lasciato traccia.
Raggiunge il ponte.
Anche dall’alto non riconosce nulla di ciò che era stato.

Se l’era costruita nella sua testa di fanciullo la chimera, di quell’acqua verde e quella vegetazione lussureggiante?
E il sito che sorgeva su quella sponda?
No, quello non poteva averla immaginato: c’era e non ce più.
Lo sapeva, naturalmente.
Le ruspe avevano svolto il loro doveroso compito con la stolida efficienza di carnefici.
Ma un segno, un minimo indizio, doveva pur esservi ancora.
Solamente quello cercava.
Macché.
L’ansa golenale è cancellata dalla faccia di quel lembo di terra.
Si trova in un luogo sconosciuto.
Adesso è stanco.
Pensa di aver fatto un errore intraprendendo quel viaggio della memoria per riempire il suo tempo vuoto.
Apre il secondo pacchetto di sigarette mentre mentre ridiscende verso l’auto.
Nota che il cielo s’è rannuvolato all’improvviso.
Anela alla pioggia, come tutti, per ragioni diverse, in quell’estate torrida: sarebbe il primo temporale di quella lunga stagione arida e lui sente il bisogno della pioggia al pari della terra screpolata dalla siccità.
Apre la portiera dell’auto e si siede al posto di guida, aspettando, scettico.
Mentre guarda l’erba riarsa comincia a cadere qualche goccia di una pioggia rada, reticente.

Attende ancora.
La pioggia s’infittisce,cominciando a fatica a spegnere la polvere tra l’erba.
Inala avidamente dal finestrino aperto l’odore caratteristico di terra bagnata.
Decide di restare ad ascoltare il tambureggiare leggero e benefico sul tetto dell’auto.
Mille anni prima sarebbe corso sulla riva del torrente, sotto la pioggia, felice a pescare.
Ancora adesso prova un senso di sollievo, la pioggia ha sempre avuto su di lui un effetto calmante.
Meglio dello Xanax.
Ripensa a ciò che è stato e non è più.
Cerca di reagire sentendosi patetico, ma non può far a meno di pensare a coloro che su quelle sponde vissero e morirono lasciando solo una labile traccia nella memoria dei vivi e si lascia avvolgere da uno stato di dormiveglia.
Quasi senza accorgersene comincia a ricostruire la cronaca di un tempo cancellato dal tempo trascorso.
Brandelli di memoria nei quali si di smarrisce la differenza tra ciò che fece parte di una dura vicenda umana e il suo trasfigurato ricordo postumo.

IA

luglio 2, 2018

Tempo addietro avevo appena finito di scrivere un post su wordpress utilizzando il programma di video scrittura che mi è fornito dal PC, quando ho avuto un soprassalto.
Sorpresa: un signore stava leggendo il mio pezzo. Voce neutra, rispetto della punteggiatura con brevi pause dopo i punti.
Avevo attivato, per la prima volta inavvertitamente l’apposita funzione.
Sapevo che si può anche dettare al PC ma non mi ero mai particolarmente interessato a queste stramberie tecnologiche.
Contraddittoriamente ero e sono invece interessato ai progressi dell’intelligenza artificiale.
Per questo continuo a leggere vari autori le cui suggestioni invariabilmente mi colpiscono e m’ inducono a pensare.
Alla politica, ancora una volta.
Forse tutto è alquanto esagerato dai cultori della materia. Tuttavia devo constatare che i giganti digitali per i quali , naturalmente, si è da tempo coniato l’apposito acronimo GAFA (Google,Apple,Facebook, Amazon), stanno in effetti creando valore con le loro piattaforme digitali grazie alla raccolta di una impressionante e crescente quantità di dati.
Adesso mentre sto scrivendo , io stesso contribuisco a creare valore.
Sembra che una gran parte di questo valore venga investito in progetti avveniristici nei più svariati campi della ricerca.
C’è un simpatico miliardario , come Elon Musk che vuole terraformare Marte. Solo che non sembra sia pazzo. Semmai furbo e comunque investe in eugenetica, in neuroscienze e nelle energie alternative oltre che in nuovi sistemi di trasporti veloci.

Ma anche gli altri giganti fanno lo stesso.
In particolare si occupano di deep learning , che se capisco bene è un processo volto a far evolvere le attuali applicazioni di IA semplici e ancora “primitive”, verso un processo guidato di apprendimento continuo; in attesa di una IA forte in grado di imparare da sola superando le capacità cognitive di ogni umano cervello.
Bello eh?
Alla fine potremmo divenire (anzi potrete voi che siete giovani) divenire gli utili idioti di macchine “pensanti”.
Magari non ci arriverete mai, tuttavia già adesso si pone un problema che la politica continua ad ignorare , tanto è grande, complicato e imbarazzante.
Già perché non bastano le multe a Google; sono piccole briciole raccogliendo le quali ci illudiamo di tenere sotto controllo gli oligopoli dell’informazione. Mai come nel presente digitale l’informazione (scientifica) è potere.
L’informatica applicata alla biologia, ai materiali, e persino al cervello umano è potere.
Un potere assoluto quale mai s’era verificato nella storia dell’evoluzione umana.
E la gente se ne accorge in un modo del tutto particolare.
Di fronte all’impotenza della politica le persone di ogni ceto e classe optano sempre più spesso per soluzioni autoritarie o oligarchiche.

Sembrano pensare: chi sono coloro che possono affrontare con successo i miei problemi a partire da quello della salute?
Già, la salute può divenire un efficace cavallo di troia per superare ogni tabù d’ordine morale ed etico. Il cancro, le malattie neurodegenerative, insomma le cause di morte o gli irreversibili processi invalidanti possono esser affrontati e forse sconfitti solo da una formidabile accelerazione nelle applicazioni dell’IA. Costi quel che costi in termini di sistema di dominio. Perché in fin dei conti basta la salute, non è vero?
I cervelli chiamati a raccolta intorno ai giganti digitali lo sanno.

Contemporaneamente il capo di Facebook destina il 99% della sua enorme ricchezza personale a debellare la malaria e altre patologie in Africa e anche altri seguono la strada filantropica.

La politica si parla addosso e costoro agiscono.
Dunque via dalla politica, avanti con i “tecnici”.
Se ci pensate gli stellati in Italia non fanno che accreditare, rozzamente, questa visione. La televisione è superata dice quel genio di Di Maio istruito da Casaleggio, e poi estrazione a sorte, due mandati, nessun vincolo, uno vale uno etc…

Lo stesso reddito di cittadinanza (seppur adesso accantonato) nasce dall’idea (che ha un riscontro fattuale ormai in molti settori) che le macchine intelligenti sostituiranno il lavoro umano. Non tutto ma una buona parte. E dunque la diseguaglianza diventa la cifra del futuro che è dietro l’angolo, e lo diventa in un modo mai conosciuto neppure nell’antichità.
Coloro che in futuro dovessero vivere di un reddito residuo sarebbero i paria dell’umanità. E ciò anche senza spingersi nel territorio (non solo immaginato ma già oggetto di ricerche ) del transumanesimo; laddove una parte minima dell’umanità potrebbe costituire una nuova signoria tramite il potenziamento neuronale nell’interfaccia con una macchina e/o tramite una selezione genetica alla nascita.

Fantascienza? Solo in parte, a mio avviso. Solo in parte.
Bisognerebbe cominciare a riflettere seriamente sulla velocità inaudita con la quale procedono i giganti americani e (in parte) cinesi.
Stiamo parlando di una formidabile presa del potere, senza spargimento di sangue, nella rivoluzione tecnologica digitale.
La politica e la democrazia possono esser letteralmente spazzate via dalla storia umana. E a furor di popolo?
Oppure dobbiamo guardare a ciò che sta accadendo con un atteggiamento , certo critico e cauto, ma tutto sommato fiducioso nelle possibilità di sfruttare l’enorme potenziale tecnologico che si va accumulando a favore di una salto di qualità nella vita umana?
La domanda non è retorica in nessun senso.
Questa mia breve incursione in un territorio inconosciuto dalla politica corrisponde ad una cortese richiesta: c’è qualcuno tra i quattro gatti che mi seguono che hanno tempo e voglia (e possibilmente competenze specifiche) per postare propri contributi? Sono certo che ve ne sono.

PS. Si astengano i futurologhi d’accatto, i cospirazionisti e tutta quella genìa di persone cognitivamente danneggiate.

SCUSE.

giugno 4, 2018

Chiedo scusa a ben 16 persone che hanno commentato vari post e che ho visto solo ora.
Ovviamente approvandoli con un ritardo che sarà parso maleducato.
Non era mia intenzione.
Cercherò di evitare in futuro questo genere di distrazioni.