Bologna.

aprile 25, 2015

Il contesto appare caratterizzato da una propensione astensionista, che si va consolidando ,dopo il voto regionale, al limite (Anderlini), di “una condizione esistenziale”.

Non mi pare una diagnosi molto distante dalla realtà bolognese.

Se si tiene fermo questo punto, necessariamente di partenza, allora conviene riflettere bene sul da farsi. Sempre che qualcuno ancora abbia voglia di fare. Che si voglia agire politicamente nel momento in cui l’impasse dell’amministrazione cittadina è sotto gli occhi , per quanto svogliati , di tutti.

A tal fine, fosse per me , beh andrei rapidamente oltre gli ormai tradizionali metodi per formare liste civiche che per solito ottengono come risultato una dignitosa ma poco incisiva rappresentanza testimoniale. Ciò non dovrebbe bastare a noi della sinistra.

A Bologna si è già ottenuto con l’Altra Europa al tempo delle europee un buon risultato che però s’è assai ridimensionato , com’era del resto prevedibile, alle regionali.

Resta comunque una non disprezzabile base di partenza.

Non basta. Lo sappiamo bene tutti.

Non basta se si vuol rendere credibile un’alternativa al governo del PD.

Non basta se si vuol vincere in Comune.

Si tratta di vedere se è possibile , realistico, mobilitare il consenso di almeno una parte dell’elettorato democratico che disertò le urne alle regionali.

Dico almeno una parte dato che un’altra parte , versa con buona probabilità nella condizione esistenziale sopracitata ed è del tutto aliena dall’esprimere un voto o persino una larvata preferenza politica. Resterà a tempo indeterminato, alla finestra, se non nel sottoscala.

Tale è la condizione psicologica generalizzata al tempo di Renzi.

E proprio su ciò conta molto il giovin fiorentino per restare a lungo a Palazzo Chigi. Frega nulla a lui e al suo PD se governa attualmente con il consenso di poco più del 20% degli aventi diritti al voto.

Per ragioni che sono persin troppo ovvie ormai, nello sfascio del sistema politico più cresce l’astensionismo più cresce la percentuale di voti al partito unico della Nazione.

Per cui a Bologna si tratta d’impostare una campagna elettorale nel tempo di Renzi.

C’è poco da fare. Le logiche del passato servono solo a mettere la testa sotto la sabbia.

Al contrario di ciò che si può legittimamente pensare, il “tempo di Renzi” non va ignorato per timore di subalternità.

Non va esorcizzato , né solo criticato.

Va assunto come un dato politico di partenza.

Non prescindibile in alcun modo.

Dobbiamo dunque fare come lui?

No. Ma nel concepire e poi sostenere una lista civica a sinistra, non possiamo neppure permetterci il lusso di tornare a destreggiarci abilmente in dibattiti senza posa sui famosi punti programmatici.

Un programma serio e rigoroso , articolato fin nei minimi dettagli, posto che non rechi con sè la fissione dell’atomo tra di noi, (noi genericamente di sinistra) non fa oggi la differenza per un elettorato che di programmi ne ha visti tanti e tanti ne ha visti inattuati. E che per di più è stato a lungo istruito a credere che sia ormai definitivamente abolita, superata, dissolta ogni differenza tra destra e sinistra. Anche al netto dell’obiettivo sputtanamento della parola “sinistra”, cui in modo diverso, forse anche noi (compreso chi scrive) possiamo aver dato un qualche involontario e ingenuo contributo, comunque colpevole.

E neppure ci si può permettere un lungo dibattito che finirebbe presto in diatriba inconcludente e persino velenosa sui metodi , o sul metodo migliore per scegliere il candidato/a a sindaco.

La dico tutta e brutale.

Tanto per venir giù dal pero.

Per non dire bugie, per pietose che siano.

Fosse per me , partirei dall’alto e non dal basso.

Partirei dal candidato/a.

Ciò non abolirebbe affatto il dibattito interno ad una o più liste civiche.

Semplicemente , mentre si discute e si partecipa giorno e notte, e si redigono programmi, e s’enunciano propositi, mi metterei alla ricerca col lanternino di un unico candidato indipendente nel quale ogni sinistra , bella o brutta stretta o larga , possa bene o male riconoscersi insieme ai democratici delusi dall’andazzo pieddino e dalla sua scialba e stanca amministrazione.

Dobbiamo essere avvertiti.

Nei circoli bolognesi che contano si discute alacremente SOLO del candidato con cui sostituire in corsa Merola all’insegna di una continuità di potere garantita da una discontinuità d’immagine.

A costoro importa una sega del programma .

Quello lo faranno dopo.

Cammin facendo.

Dopo che avranno eletto uno di cui si fidano.

Beh, anche noi dobbiamo puntare su uno o una di cui ci fidiamo.

E magari mettere le ali ai piedi per arrivare prima di “loro”.

Capisco che un tal modo di procedere, per qualcuno inverte e perverte letteralmente il rapporto tra programma e candidato. Prima il primo e poi il secondo. Tale è il nostro tradizionale modo di pensare e a volte, ma solo a volte, di operare. Salva l’ipocrisia che spesso s’è palesata in questo giusto modino , così politicamente corretto e pulito che non fa una grinza.

Salva l’ipocrisia non è sbagliato in sé.

In una situazione normale.

Solo non fa i conti con il contesto assai mutato.

Con la politica e i partiti così malridotti , conta la credibilità delle persone.

La fiducia che esse possono o non possono instaurare con un elettorato sgamato, stanco, sfiduciato che non leggerà mai e poi mai , credetemi , nessun programma, di nessun tipo.

Piaccia o non piaccia questa è la situazione.

L’anomalia della situazione.

I puristi del programma , serio e rigoroso, i puristi dell’etnia e della razza secondo cui bisogna sempre stabilire a priori che la sinistra, “la vera sinistra sono io”, e nessun altro, dovrebbero riflettere criticamente , per una volta sull’opportunità che si presenta pur nella difficoltà.

L’anomalia del tempo presente , specie a Bologna contiene in sé una potenzialità , la possibilità di una vera e propria rottura.

A meno che non scatti la logica stringente del puro che epura.

Mi è capitato di dire, e impunemente lo ripeto, che il programma consta di un solo punto: la manutenzione della città fisica e della società civile.

Significa , per me , che si va, si deve andare senza mezze misure, all’attacco di tutte le vulgate correnti.

Niente privatizzazioni nei servizi pubblici e sociali essenziali.

Riportare dentro il Comune ciò che gli è stato sottratto con l’idea malsana che i privati fanno sempre e comunque meglio.

E’ una clamorosa balla.

Si può dimostrare.

Bisogna dirlo.

Bisogna dire che non basta il controllo esterno di gestione ma che quando si tratta di rapporto tra pubblico e privato , il primo deve partecipare anche alla gestione operativa in posizione preminente.

Se così non avviene il controllo pubblico, dall’esterno, è solo un sacco vuoto.

E lo si può dimostrare.

Inoltre, piantarla con tutta l’attenzione, tanto spasmodica quanto inconcludente di questi lunghi anni, al centro storico ristretto peraltro in una piccola area ad alta redditività non solo simbolica intorno alle due torri . Questo proprio mentre s’abolisce l’elezione della Provincia e s’installa quel nulla istituzionale di una città metropolitana non elettiva. Alla pari con quell’ircocervo di un Senato composto di consiglieri regionali cui s’estendono le prerogative costituzionali dei parlamentari.

Indirizzare invece tutte le risorse possibili alla parte più svantaggiata e assai più larga della città. Ciò significa scontrarsi , tutte le volte che risulta necessario con poteri, salotti, consorterie , logge , insomma : il felpato, immarcescibile, conservatore establishment bolognese.

Gente cui frega nulla del degrado “esterno” delle periferie, che non frequentano e che non vedono mai. Le periferie sono solo territori nei quali esternalizzare costi e depositare, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, una marginalità sociale crescente.

Crescente nei fatti prima ancora che nella coscienza dei singoli: reddito e lavoro. Senza un minimo sindacale di benessere e sicurezza sociale.

Manutenzione significa questo: tornare in qualche modo a rilanciare il buon governo di Bologna.

Smetterla di ideare progetti che nulla , ma proprio nulla hanno mai avuto a che vedere con le necessità primarie e urgenti dei cittadini: dal Metro, al Civis alla colpevole idiozia del treno volante. C

Certo nel passato migliore di Bologna vi furono anche grandi progetti urbanistici e risultati rilevanti in campo culturale, ma oggi rinverdire la stagione migliore della città significa anzitutto, se non esclusivamente, restaurare e in parte ridefinire secondo giustizia l’intero assetto dei servizi pubblici e sociali. Ergo ridistribuire, nei limiti delle possibilità di un’amministrazione comunale, le risorse a disposizione.

Bene.

Se si trova un uomo o una donna (e chi cerca prima o poi trova), disposti a lavorare su questo , noi della sinistra, noi che comunque voteremo una lista civica fuori e contro l’attuale ceto politico del PD bolognese, potremmo partecipare per vincere.

Questo mi pare un buon programma.

Ho in mente qualcuno? Forse. Sì e no. Insomma non son sicuro.

Comunque non ho mezzi (rapporti, relazioni) per interloquire, ne autorevolezza e tampoco autorità per proporre.

Il mio invito, compagni ,compagne ed amici tutti è a cercare SUBITO il candidato sul quale confluire mantenendo ognuno la propria più o meno forte identità

. Cercate, dunque.

Mentre si continua a discutere. Naturalmente.

Ma tenete a mente, se volete, che prima lo si trova e meglio è.

SE SI VUOL VINCERE .

PS. Per i cercatori. A scanso di equivoci.

Cercate ovunque, (continuerò a farlo anch’io) anche nelle zone limitrofe alla città con l’esclusione della frazione di Amore sull’appennino. Qui siamo in 22 residenti più un domiciliato permanente. Non mi risulta nessuno disponibile.

Calma e gesso…

febbraio 14, 2015

Lo stato islamico ha preso Sirte.

Gentiloni dice che siamo pronti a combattere.

Un ex capo di stato maggiore della difesa chiarisce che fu un’emerita cazzata partecipare, seppur controvoglia, al rovesciamento di Gheddafi insieme agli anglo-francesi andando contro i nostri interessi nazionali.

Renzi, da qualche tempo, per coprire la malefatta dell’abbandono dell’operazione umanitaria Mare Nostrum a favore di quel nulla denominato Frontex Plus (Triton) batte sul chiodo della Libia.

Tanto il primo che il terzo, forse non hanno tempo a disposizione per cercar di capire almeno all’ingrosso ciò che sta avvenendo dalla nascita del cosiddetto califfato ad oggi.

Usano tutto a fini di politica interna e si rendono ridicoli agli occhi degli alleati del mondo occidentale.

Per esempio non capiscono (o fan finta) di non aver seguito la dinamica che ha portato le bandiere nere sulla riva del mediterraneo in faccia a Lampedusa.

Tutto è partito dalla Siria e dalla rivoluzione democratica contro il regime di al Assad.

Subito ci si è sbilanciati , anglo-francesi e Obama in testa, a chiedere la resa e l’espatrio del dittatore alawuita.

Adesso sappiamo che il Free Syrian Army che s’intestò quella rivoluzione non è altro che un gruppo di saccheggiatori cui fanno riferimento 1200 bande di “ribelli”.

E sappiamo anche che molte di queste bande “democratiche” hanno rivenduto all’ISIS il grande stock di armi a loro gentilmente concesso dalle democrazie occidentali mentre le monarchie del golfo persico, ( con la complicità della Turchia la quale ha interesse a picchiare sui curdi) alimentavano tramite adeguati finanziamenti gli arsenali di al-Nusra filiale di Al –Qaeda.

Lo sa anche Obama che , infatti, pur non potendo sputtanarsi , dopo aver chiesto la caduta di al Assad, lo avvisa tutte le volte che l’Air Force bombarda le posizioni dello stato islamico in Siria.

Anche gli USA hanno capito che il califfato nasce in Siria, grazie alla sollevazione “democratica” della quale s’è impossessato in men che non si dica estendendosi in buona parte dell’IRAK.

E , adesso arriva a Sirte.
Lo sbocco al mare.

Trattasi d’intricato contesto geopolitico anzitutto , molto prima di guerra di religione.
Per questo è apprezzabile l’editoriale di Limes significativamente intitolato : “Calma e gesso”.

Appunto.

Conviene pensare , e pensare bene prima di invocare l’opzione militare.

Abbiamo a che fare con un ginepraio irto di velenose spine.

Qualcosa che non può esser ridotto alle , pur comprensibili emozioni viscerali di un Quirico (Vedi il suo “Il grande califfato) che scambia il sedicente califfo al Baghdadi per Lenin e il fondamentalismo islamico per il comunismo.
Secondo Quirico non esistono musulmani moderati, così come non potevano esistere comunisti democratici.

Calma e gesso , appunto.

Nel ginepraio c’è un nuovo grande gioco  che coinvolge USA-Russia e Cina con l’Europa a seguire.

Ma non solo.

C’è uno scontro per il dominio del medio oriente e dell’intera mezzaluna fertile tra sunniti e sciiti.

E c’è anche uno scontro interno al campo arabo –sunnita.

Insomma un variegato casino.

Nel quale va sempre tenuto fermo un punto: la guerra di religione è solo un mezzo per ridislocare poteri e forze in relazione a risorse e ricchezze di determinati territori.

Non si può fare a meno di individuare i vari interessi in campo.

A partire dal  regno dei Saud che ha di fatto sostenuto e promosso il colpo di stato contro i Fratelli Musulmani in Egitto.
Da notare che i Fratelli potevano forse (sottolineo forse) evolvere verso quell’Islam politico in grado di arginare le suggestioni – oggi purtroppo già tradottesi in effetti concreti – alla costruzione del grande califfato.

Epperò i sauditi avevano forte interesse a destabilizzare l’Irak a comando sciita per tener a bada la crescente influenza iraniana sulla regione.

Inoltre una persistenza al potere dei fratelli musulmani avrebbe messo comunque a dura prova l’egemonia dei Saud nel vasto campo sunnita.

Egemonia indispensabile a trattare da posizioni forza o di minor debolezza con gli USA proprio nel momento in cui si stabilisce, con paradossale e momentaneo rovesciamento di fronte , un’alleanza clandestina sul campo tra iraniani e americani di fronte all’avanzata fino ad ora non resistibile dell’ISIS.

Come scrive Limes: “parrebbe che in Siria i pasdaran siano la fanteria degli Stati Uniti o l’Air Force l’aviazione di Teheran”.

Già, come cambia il mondo.

Fino all’altro giorno la polarizzazione dello scontro sunniti e sciiti incentrata su Siria e Irak vedeva una guerra per procura tra L’Arabia Saudita e le monarchie del golfo appoggiate dagli USA da una parte, e l’Iran e la Siria sostenuti dalla Russia dall’altra parte.

Adesso tutto si fa più nebbioso.

Forse Obama dovrebbe tenerne conto, quando tratta la questione Ucraina considerando che fu Putin ad opporsi alla cacciata di al-Assad.
Quel cattivone che, oggi, sostiene l’impatto maggiore del califfato.

Cose vecchie che ritornano.
L’ISIS nasce per iniziale impulso della galassia denominata Al –Qaeda e poi la fagocita rapidamente.
Vedi alla voce Al- Nusra in Siria.

Qualcuno (Patrick Cockburn) ha scritto che i genitori adottivi di Al –Qaeda sono l’Arabia saudita e il Pakistan.

Direi che è storicamente esatto.

E dato che Arabia saudita e Pakistan sono strategici alleati USA da sempre si potrebbe anche dire che i figli, più o meno bastardi, di Al-Qaeda hanno nonni adottivi a stelle e strisce.

Quei figli ormai non possono esser strozzati nella culla.

Son diventati adulti e vanno in giro ad ammazzare sotto le insegne dello stato islamico.

Vanno combattuti anzitutto isolando il cosiddetto califfato.

Con il consenso e la partecipazione dei sunniti.

Non basta armare gli sciiti.

E neppure i curdi, i quali peraltro ben oltre la retorica pelosa sulla resistenza a Kobane, godono già di un’ampia autonomia e sono tra i più corrotti (vedi alla voce Barzani) dell’intero Irak . Almeno alla pari con i satrapi sciiti che governano Bagdad.

Bisogna far leva su tutta quella gente (sunnita) che a Mosul è perfettamente consapevole che il governo dell’ISIS è solo un male minore rispetto alle persecuzioni subite dagli sciiti governativi.

Scommetterei che a loro non piacciono i fascisti neri del califfato.

Solo che han visto e subito persin di peggio da parte del governo sciita e bisogna pur campare.

Ergo tutta la politica dell’occidente va ripensata.

Non si può rimanere indifferenti al colpo di stato in Egitto e anzi plaudire al ruolo di al –Sisi come fa Renzi.

Tutto è lì a dimostrare, con montagne di cadaveri, che tanto l’esportazione della democrazia , quanto il sostegno ai soliti dittatori mostrano ormai la corda in un contesto medio orientale che non tornerà più allo status quo ante.

Che fare?

La via principale, consiste nell’adoprarsi a fermare il contagio tramite la lenta , difficile costruzione di un Islam politico.

Avendo memoria del passato.

Risalendo persino (1953) al colpo militare sponsorizzato dagli anglo-americani che destituì il liberale Mossadeq in Iran. E che molto tempo dopo aprì la strada a Komeini.

Anche in seguito, in anni a noi più vicini, si teorizzò la possibilità di una democrazia islamica.

Ora io dico, se esiste una democrazia cristiana perché non può esistere una democrazia islamica?

Salvo che la democrazia la preferirei democratica e basta.

Per le leggi coraniche?
Non credo.
Idem per le leggi bibliche.

In conclusione bisogna assolutamente non mettere i piedi dentro la trappola predisposta da chi fa il furbo religioso per non pagare il dazio.

Certo si sbaglierebbe a sottovalutare il fattore religioso.

Mobilita, sostiene, fanatizza, motiva.

Persino in campo militare può fare una certa differenza dato che è complicato minacciare di morte chi la invoca.

Anche se son mica certo che vogliono andare tutti in paradiso di corsa.

Non va dimenticato che la prima cosa che arriva a questi aspiranti al paradiso è uno stipendio sicuro, per loro e per le loro famiglie.

Il vil danaro è cosa ancor più motivante laddove si vive in assoluta povertà.

Lo dimostra anche il fatto che per entrare nello stesso esercito “regolare” iracheno bisogna pagare una mazzetta.

Dopodichè se ne può pagare un’altra per restarsene a casa a riscuotere il magro stipendio. E ciò spiega almeno in parte la caduta di Mosul in soli quattro giorni.

Più che soldati quelli iracheni sono dipendenti statali per di più assenteisti.

Precisati questi necessari dettagli, dalle guerre di religione del passato storico dovremmo pure aver imparato qualcosa.

Non conviene , non è utile è anzi un grave errore farsi ottenebrare da ciò che dicono di sé i credenti nel vero Dio, al netto di una moltitudine di sanguinari pazzoidi che pur credono in quel che dicono.

Di sicuro il misterioso Califfo al- Baghdadi non è tra questi.

In verità nella sanguinosa partita a scacchi tra i vari e storici attori della regione mediorientale: Arabia Saudita, Iran, Egitto e Siria in primo luogo, lo stato islamico cerca di rendersi autonomo e di costituire una nuova e stabile potenza regionale e ci sta riuscendo.

Il solito esito provocato dagli apprendisti stregoni.

C’è qualcuno nel vasto mondo in grado di imporre uno stop?
Certo non L’ONU.
La parola torna, in quest’ordine, a USA, Cina (gatta morta) e Russia.

E temo che il contenimento del califfato possa venire solo da un accordo, o meglio un compromesso globale tra queste potenze statali e i loro clienti/alleati nella regione.

Non me lo auguro certo, ma non è escluso che alla fine toccherà convivere con una nuova realtà statale entro una mappa geopolitica alquanto cambiata.

Non è semplice.

Da mandar giù.

Mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini di un uomo bruciato vivo.

Ma son certo che l’opzione militare secca , una guerra totale contro l’ISIS è esattamente la prospettiva peggiore.

A maggior ragione bisogna lavorare di buona lena per offrire un’alternativa a quanti sostengono lo Stato Islamico sol perché non vedono altra realistica via d’uscita da una condizione di insicurezza e precarietà esistenziale che dura ormai da troppo tempo.

A tal fine ,per quel poco che ne capisco, bisogna interloquire direttamente con le popolazioni sunnite stremate da una guerra infinita, mantenendo aperta al contempo la via del negoziato con l’Iran.

E intanto manteniamo la calma.
Gli Scud libici, lo abbiamo già visto, arrivano corti a Lampedusa.
Il pericolo è semmai il terrorismo.
Per prevenirlo l’opzione militare non serve.

E per dirla tutta , pensando a Copenaghen, non è utile neppure raffigurare Maometto con la faccia da cane.

Siamo tutti per la libertà d’espressione.
E gli assassini vanno neutralizzati.
In un modo o in un altro.
Non mi scandalizzo.

Ma è opportuno e saggio porsi la domanda.

Come reagirebbero i cristiani dell’occidente se gli islamici raffigurassero in tal modo o in modo analogo un qualsiasi santo cristiano?

Insomma : calma e gesso.

Per le crociate c’è ancora tempo.

PS. Devo precisare che rileggendo l’articolo oggi,  m’accorgo che il passaggio sulla retorica pelosa sulla resistenza di Kobane ha lasciato indietro una considerazione che può generare equivoco: un conto è il Kurdistan Iracheno, altro conto sono i curdi siriani combattenti  che  (cosa che i servizi giornalistici non dicono mai) sono in molta parte costituiti dalla frazione siriana del Partito curdo dei lavoratori , il PKK.

Noi antirenzisti.

gennaio 31, 2015

Non è il momento di analisi sofisticate.
Che peraltro non sono alla mia portata.
Anzi ho sempre temuto le analisi.
A partire da quelle del sangue .
Soprattutto il mio.
Mi piace scrivere a caldo, come avrete compreso da tempo.

L’elezione di Mattarella era del tutto scontata.
Solo taluni “analisti” di mestiere avevano disegnato retroscena alternativi, fantasiosi , assolutamente improbabili, tanto per giustificare il loro salario.

A loro dico che solo un cretino integrale poteva pensare che Renzi avesse vocazioni suicide.
Poiché tale sarebbe stato il risultato di un fallimento su un nome come quello di Mattarella.
Bastava questa semplice, banalissima considerazione politica per capire e dire apertamente che il Presidente lo avevamo già , fin dalla prima chiama.
E per la verità anche da prima.
Almeno da quando il fiorentino ha annunciato il voto del PD alla quarta votazione.

Adesso si apre un’altra fase nel PD e nel governo.
E s’impone una riflessione rigorosa anche tra noi: antirenzisti ad oltranza.

Il PD.
Fermiamo finalmente un punto.
L’opposizione interna non ha mai pensato neanche alla lontana alla scissione.
Era solo un grazioso vezzo del grazioso Civati.
E un modesto bluff mostrato a tratti nel volto scuro di Fassina.

Adesso, immagino, tutti insieme proveranno ad ottenere qualche sconto sulla svolta post democratica incarnata dal combinato disposto della riforma elettorale e costituzionale. E forse (anche se ci credo poco) un qualche aggiustamento di facciata in tema di mercato del lavoro.
In attesa di scomparire nel nulla di qui alle prossime elezioni.

Deciderà Renzi quando farle.
Al momento non ha deciso.
Anche se, Mattarella qualche problema potrà darglielo.

Nel frattempo si esauriranno lentamente d’inedia tutti gli ex ds post-comunisti .
Giustamente.
Dato che hanno volenterosamente insaponato la corda che doveva sospenderli per il collo con la nascita del PD.

Del resto pensavano seriamente che l’epoca della sinistra era finita e l’unica possibilità restava un’affannosa e disordinata corsa verso il centro , sub specie centrosinistra.
Un centro sociale anzitutto.
Esattamente quello che non esiste più da tempo.
Fatto fuori dalla destra neoliberista.

Le classi medie come le abbiamo conosciute sono ormai di fatto residuali in molti paesi dell’occidente sviluppato.

Non a caso Renzi, che lo ha capito, procede sempre sui binari di una politica demo populista.
Ottanta euri verso il basso e quel tre per cento verso l’alto a premiare la grande criminalità fiscale dei grandi imprenditori.

In mezzo c’è ormai poca roba sociale e dunque poca materia elettorale.

Il Centrosinistra ha avuto un senso per un breve periodo storico a noi vicino.
Oggi non lo ha più.

Serve solo, in Italia, a coprire un disegno politico e un embrionale progetto sociale di tipo ( ben che vada) liberaldemocratico con venature populistiche, guidato dagli eredi in linea più o meno diretta della vecchia DC.

Dunque per venire a noi antirenzisti , è inutile contare su di una qualche rottura nel PD.
E meno che mai dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.

A noi resta, senza farci troppe illusioni di poter fare come in Grecia o in Spagna, da ripensare la Sinistra.

A volte m’è capitato di alludere ad una traversata nel deserto.

Ne sono ancora convinto poiché le condizioni italiane sono del tutto diverse da quelle che hanno consentito la rapida vittoria della sinistra in Grecia.

Non sto neppure a spiegare perché.

Tuttavia nel deserto ci son anche oasi , dotate di frondosi palmizi, di acqua da bere.

In sostanza (non vorrei metaforizzare alla Bersani) è possibile procedere per tappe successive.

A patto che ci si liberi di ormai troppo pesanti fardelli.
Antiche appartenenze, ataviche inimicizie, settarismi di partiti e gruppi politici di fatto inesistenti.
A patto che qualcuno s’occupi non solo di dibattere ma di agire.

Si può agire , anche in Italia, per andare incontro a domande, sofferenze, bisogni.
Per comprendere e cercar d’interpretare la vasta e differenziata realtà da cui può ripartire il conflitto sociale per risalire alla dimensione della politica.

Certo non lo si può fare alla rinfusa, volontaristicamente.
Non vedo scorciatoie.

E’ utile, per non dire obbligatorio costruire , insieme, una capillare rete di contatti e rapporti vecchi e nuovi.
Una trama organizzativa sulla quale poter contare per accogliere tutti quanti tra coloro che fino ad ora non hanno alternativa alcuna ai social network o allo sporadico voto o non voto di protesta fine a sé stesso.

Poi , i più giovani tra noi potranno forse dar vita alla Sinistra.
Al partito della Sinistra.

Tra queste tappe nessuna deve esser mancata.

In vario modo una sinistra deve sempre essere presente in ogni elezione.
Una sinistra all’inizio civica per esempio.
Ma chiaramente connotata, anche ideologicamente e frontalmente contro l’ideologia di cui è intriso il progetto renzista.

Tutti i temi li conoscete.
Non c’è bisogno di continuare a fare la lista programmatica.

Ciascuno agisca nel suo particolare contesto locale.
Tutti sotto la stessa bandiera.
Rossa.

La sinistra del XXI secolo.
Larga, democratica sul serio, coerentemente radicale.
Non la può delineare nessuno a tavolino.
Men che meno la posso fare io.

Importante è cominciare.
Potremmo partire da Bologna preparandoci fin d’ora a mettere in campo un alternativa civica di sinistra al governicchio del PD.

“Per Bologna”, intanto.

Altri potranno e dovranno farlo altrove.
Possibilmente per ogni dove.

Quanto al governo di Renzi.
Io non vedo particolari ripercussioni negative su Renzi dalla scelta unilaterale sulla presidenza della Repubblica.

Angelino è un cane morto. Ma lo era anche prima.
Berlusconi potrà dibattersi sulla seconde letture di leggi elettorali e costituzionali.
Ma non può fare più di tanto.
L’ho detto tanto tempo addietro, Berlusconi è (politicamente parlando) un morto che cammina.
Camminerà ancora un pochino.
Non so se Renzi gli concederà quel tre per cento, Mattarella permettendo. Comunque qualcosa d’altro si troverà.
Ma anche se non si troverà (come forse direbbe Viperetta/Crozza) non fa eccessivo problema.
Il patto scellerato del Nazareno ha già dato i suoi risultati incardinati in Parlamento.

Tornare indietro mi par difficile.
Salvo referendum.
Si vedrà a suo tempo.

Morale della favola .

E’ ora di smettere di giocare di rimessa limitandosi alla sacrosanta denuncia dei fatti e misfatti del perfido Renzi.

Certo , a maggior ragione, dopo il buon colpo portato a segno con l’elezione del Presidente, la strada è del tutto in salita.

Persino la vittoria di Tsipras mette un pochino di vento nelle vele del vascello renziano.

Calma però.

Si capirà molto presto la radicale differenza – mi rivolgo a chi, incredibilmente è già deluso della vittoria della sinistra greca- tra un liberista e un uomo della nuova sinistra europea.

Non resta che mettersi in cammino.

Chi ha più energie e sangue fresco , davanti a tutti a segnare la strada.
I più anziani dietro a costituire l’intendenza.

Il Presidente Sergio Mattarella.

gennaio 29, 2015

A caldo.
Inizia la prima chiama.
Il presidente c’è già.
“Uno dei nostri” , come Renzi aveva detto fin dall’inizio.
Un democristiano a tutto tondo.
Mattarella.
Un colpo da maestro.
Di Renzi.
Non che l’abbia ideata lui una tale proposta.
L’aiutino è giunto da Napolitano.
Mi ci giocherei quel poco che mi resta della mia virilità.
Cui peraltro tengo molto.

Il merito di Renzi è di aver capito al volo.
Non è poco.

Noi, antirenzisti della prima ora, (almeno quelli tra noi che non hanno mai avuto l’anello al naso come i tori) dobbiamo rendere il dovuto e realistico omaggio all’abilità politica del giovanotto di Firenze che combattiamo e combatteremo da qui a sempre.

Non foss’altro perché siamo di sinistra e non liberisti.

Ma anche perché non potremo mai e poi mai aderire all’idea espressa da Renzi di un partito come “comunità di destino”.
Definizione sua all’assemblea dei parlamentari PD.

Non so se Renzi ha piena contezza (spero per lui di no) di un tal concetto di partito.
Allude, storicamente, ad una comunità organica .

Il peggio del peggio della storia passata e della contemporaneità presente in molti luoghi e disgraziati luoghi del pianeta.

A parte ciò la candidatura di Sergio Mattarella è semplicemente perfetta.

Basta rileggere la sua biografia.

Trattative stato mafia?

Beh Piersanti, suo fratello, uomo dalle palle d’acciaio( mi scuso per l’espressione volgare) dalla mafia è stato assassinato.

Berlusconi?

Beh, la visione politica, attestata dagli atti e dai fatti, di Sergio Mattarella è sempre stata strenuamente agli antipodi del berlusconismo.

Democristiano di sinistra, scalfariano (a suo tempo) abilissimo mediatore, uomo mite fino ai limiti dell’esasperazione (per uno come me) , paziente all’estremo, passi felpati in pantofole di velluto a celare cingoli d’acciaio temprati.

Vedi alla voce mattarellum che oggi si prende paradossalmente la sua rivincita di fronte tanto al porcellum quanto al maialone ideato da Renzi.

Un vero democristiano che ha saputo restare, calmo e impassibile, nelle seconde e anche terze file fino a raggiungere l’obiettivo.

Uno di quei democristiani dai quali ho imparato molto.
Le poche volte che ho interagito , alla lontana, con lui.
Ma messo a frutto molto poco , dato le mie inestirpabili, sanguigne origini plebee.

E’ palermitano, Mattarella, mica emiliano.
E neppure catanese come la Finocchiaro.

La quale comunque aveva contro l’esser stata in un tempo ormai remoto comunista e dalemiana.
E dunque (scusa Anna) a nulla poteva valere il suo rapporto d’amorosi sensi con la destra berlusconiana e leghista.

Renzi è uno che fa sul serio.

Siete tutti segnati.
Avete una specie di stella gialla/rossa.

Festa finita.

Detto ciò, se fossi (noi ex comunisti statalisti non pentiti ci mettiamo sempre nei panni degli altri) parlamentare Mattarella lo voterei.

Renzi oggi incassa.
Alla grande.
E anche i berluscones in attesa di quel tre per cento, alla fine se ne faranno una ragione.
In un modo o in un altro.
Insomma lo lasceranno passare.

Domani vedremo.
Del doman non c’è certezza.
Renzi pensa giorno per giorno.

Tanti giorni devono ancora venire.
Non so se andranno nel senso voluto da Renzi.
Un democristiano doc, che non è un boy scout, ne sa una più del diavolo.

PS. Chiedo formalmente e pubblicamente scusa a Romano Prodi.

Scusa Romano ma essendo tu democristiano, dopo l’incontro con Renzi a Palazzo Chigi avevo pensato male.
Del resto lo sai son di origini comuniste , complottista sofisticato e a volte un pochino paranoico.

Eppure me lo avevi detto: “ questo qui è peggio di Blair”.

Sinistra post – socialdemocratica.

gennaio 26, 2015

Sarà lunga, difficile e controversa, con avanzamenti e arretramenti, ma la partita che la vittoria di Tsipras ha aperto in Europa si può finalmente giocare.

Lo slogan di Syriza cita non a caso la speranza.

Allude ad una nuova possibilità avversa alle politiche ottuse e corruttive dell’austerità.

Tutti dovranno giocoforza confrontarsi con questo dato di fatto.
Non per caso alle elezioni per il parlamento europeo in non pochi votammo per la lista Tsipras.
Sembrava un atteggiamento velleitario, una pura testimonianza.

No.
Per quanto mi riguarda vedevo allora la possibilità di aprire una strada nuova e diversa in Europa.

Oggi lo si può fare a partire dalla Grecia.

In Grecia è nata una sinistra di governo di tipo nuovo.
Voglio sottolinearlo : una sinistra post socialista e post centrosinistra.

Una sinistra che non ha intenzioni di perdersi nei meandri e nei miasmi di un riformismo parolaio e imbelle capace solo di amministrare una rendita di posizione sempre più erosa in logiche del passato, ai margini di un’asse politico neoliberista che impronta di sé le larghe intese europee.

L’idea è chiaramente espressa dal suo leader e dal suo gruppo dirigente.

Lo scontro con il neoliberismo degli ultimi cinque lustri si deve fare e deve essere frontale .

Solo a partire da questa irrinunciabile necessità, direttamente politica, si potranno stabilire in corso d’opera compromessi e punti di caduta relativi ai reali rapporti di forza.

Sulla base di questa consapevolezza è nata in Grecia la nuova sinistra europea.

Una visione strategica, comprensibile e condivisa da larghi settori sociali (classi medie comprese) che indica una via d’uscita da un intollerabile stato di cose.

Nessuno si scandalizzi a sinistra se per perseguirla Tsipras ricorrerà alle armi della diplomazia tra stati e a quelle della politica tra governi. E se in Grecia , come sembra, si allea con forze di centro-destra avversarie della Troika, che saranno peraltro assai poco influenti dati i rapporti di forza.

Si tratta della possibilità, finalmente concreta , di costruire in Europa un campo d’alleanze , sociali, politiche e statali.

Sarà dura.
E’ in gioco nientemeno che la democrazia in Europa.

A riprova basti ponderare quanto detto dal responsabile della politica estera della CDU.

Dice il crucco : “ i greci hanno votato senza ragionevolezza economica, nasce il problema di come varare riforme in democrazia”.

Come a dire che la democrazia forse non è il regime politico più adatto alle “riforme” all’insegna del liberismo economico.

E’ vero.

Il liberismo economico quando assume il potere di decidere ogni sorta di massacro sociale per il proprio sempre più esclusivo profitto – cosa che fa parte della sua intima natura – diventa inevitabilmente nemico della democrazia.

Vecchio problema.

A me sembra  chiaro da molto tempo a questa parte che il capitalismo finanziario di rapina postula una società post-democratica.

Ha bisogno di democrature più che democrazie.
E nella storia recente, non ha certo disdegnato anche le dittature.

Per questo la vittoria della sinistra europea in Grecia, volenti o nolenti, mette il dito in una piaga aperta, consistente nella tensione insita da sempre nel rapporto tra democrazia e capitalismo.

Una tensione divenuta via via drammatica dopo i (tanto rievocati in questo periodo) trenta gloriosi anni che caratterizzarono il secondo dopoguerra del novecento.

In conclusione con l’avvento del governo di sinistra in Grecia tutta l’Europa è costretta a interrogarsi criticamente a partire dalle forze che costituiscono il campo socialista e democratico.

E stavolta non basteranno le parole, i documenti, le vaghe promesse di crescita.

Presidente.

gennaio 14, 2015

Chi segue anche solo distrattamente questo blog – in realtà un lungo e solipsistico sproloquio che prosegue ormai dal 2009 – avrà certamente notato una mia certa cautelosa ritrosia nell’esprimere apertamente giudizi trancianti sulla figura di Giorgio Napolitano.

Ora non ci vuol molto a capire che, tra la mia modesta biografia politica da topolino di campagna e quella grondante storia patria dell’ex Presidente della Repubblica,  è da sempre aperto un abisso incolmabile.

Insomma a me , Napolitano non è mai stato simpatico.

In genere non son mai andato d’accordo con i miglioristi e prima ancora con la destra PCI, salvo la stima istintiva per un uomo di ferrea dirittura morale come Giorgio Amendola.

E non sto parlando di sensazioni ricevute da letture più o meno ponderose.
Piuttosto da fortunose conoscenze dirette.

Napolitano invece, per usare un gergo anglo, da sempre : is not my cup of tea.

Però uno come me ha, e sempre avrà, un rispetto formale e sostanziale per le massime cariche istituzionali , anche e soprattutto in questi tempi di sputtanamento populistico della politica.

Lo dico nonostante io mi senta a tratti un populista e anzi un grezzo popolano rispetto alla maestà istituzionale di Napolitano.

Lo dico in chiaro.

Io non mi sono mai emancipato dalla mia classe di appartenenza.
E me ne vanto.
Dato che non si tratta di soli limiti culturali, che pure riconosco.

Nell’originale, straordinario melting pot costruito con grande lungimiranza dal PCI togliattiano, la mia classe restava pur sempre “oggettivamente” opposta a quella di Giorgio Napolitano.

Dunque ho sempre diffidato, razionalmente e istintivamente di uomini come lui.

Calma e gesso.
Lo so che il razionale non s’associa con l’istintuale.
Trattasi di contraddizione.
Feconda tuttavia.
Va mo’ là.

Dopodiché parliamo di politica.

Napolitano , nel 2011, invece di mandare Berlusconi di fronte alle camere a ricevere la meritata e formale sfiducia, e poi sciogliere – per logica e costituzionale conseguenza – il parlamento decise , in accordo con ben noti circoli europei, di installare a viva forza Monti nel governo dell’Italia.

Il risultato si è dimostrato semplicemente disastroso.
Tanto sul piano economico e finanziario che su quello sociale.

Se saremo obbligati a votare il referendum di Salvini contro la legge Fornero/Monti sulle pensioni, lo dobbiamo a quella scelta.

Sciagurata.
Politicamente avventurosa e irresponsabile.

Scelta peraltro costituzionalmente dubbia, anche se legittimata pienamente da un parlamento imbelle tenuto per le palle.

Tutta l’attuale merda, nasce da quella scelta.

Renzi compreso.

Anche se , nella fattispecie la colpa non può esser attribuita unicamente alla spregiudicata scaltrezza di Napolitano che per la prima volta si chiamò (apparentemente) fuori : “decida il PD”.

Il PD nella sua supposta e supponente autonomia decise di : Letta stai sereno.

E insieme a lui e prima di lui fu serenizzato anche il suo sodale di sempre , Bersani.

In quel caso il capolavoro non fu né di Renzi , né di Napolitano , ma piuttosto di Bersani stesso che pur di raggiungere Palazzo Chigi… non lo raggiunse.

Andò in streaming da Grillo per chiedere tutto e offrire niente.

E rimase alla guazza.

Con Napolitano fermo nella sua richiesta di avere certezza di voti in parlamento.

Ineccepibile , in quel caso.

Caro Bersani , mica mi posso sputtanare mandandoti in parlamento allo sbaraglio.
O cerchi i voti da Grillo o li cerchi da Berlusconi.

Già.

Renzi li prese da Berlusconi.

Al Nazareno.

Potenza di Gesù Cristo.

E li prenderà anche per l’elezione del nuovo presidente della repubblica.

Tutto si può dire di Renzi.
Ed io lo dissi e lo dirò.
Non però che sia cretino.

Tutt’altro.

Con l’elezione del presidente della repubblica il cerchio renzista si chiude.

“Sarà uno dei nostri”.

Cioè uno che decido io.

Lo può fare.

Berlusconi, ancora ristretto (si fa per dire) a Cesano Boscone, non può che acconsentire.

Quella proporzionalità inversa del 3% di franchigia sul penale in relazione all’evasione fiscale ,inventata e rivendicata da Renzi con il 19 bis gli potrebbe medicare il culo dolente e reinserirlo addirittura in parlamento.
Dato che si puniscono severamente col penale i piccoli evasori ma si premiano alla grande i grandi.

E’ una legge a favore della grande criminalità.

Sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Solo che la legge a favore della grande criminalità Renzi l’ha sospesa fino a dopo l’elezione del Presidente.

Rinviata.
Non cambiata.

Il concetto è chiaro.
Tenere il coltello dalla parte del manico.

Com’è altrettanto chiaro che prima si fa una scelta, con voti in parlamento (con buona pace di SEL) sulla riforma elettorale e dopo, solo dopo opportuna prova di “lealtà” si elegge il nuovo presidente.

E chi sarà sto’ presidente?

Giocoforza un uomo di Renzi.

Un arbitro che vede solo i fuori gioco che vede Renzi.

Comunque : “uno dei nostri”.

Cioè un democristiano.

O magari un comunista pentito.

Veltroni l’africano?

Comunque un presidente che anche simbolicamente metta fine alla lunga stagione post comunista.

E che aiuti a mettere una pietra tombale su ciò che resta della sinistra italiana.

Molto poco peraltro.

E così un presidente del consiglio mai eletto in parlamento e che non parteciperà all’elezione della presidenza della repubblica deciderà le sorti del paese per un bel pezzo a venire.

PS. Se poi Renzi potesse eleggere Romano Prodi, quel cerchio che comunque si chiude sarebbe di ferro temprato.

Un anno interessante

gennaio 13, 2015

Ho l’impressione che il 2015 sarà un anno interessante.
E come tale non necessariamente desiderabile.
Guardando agli affari domestici e alla vicenda internazionale penso che sarà un anno di transizione veloce.
Un passaggio d’epoca come si diceva un tempo ad ogni piè sospinto, con propagandistica enfasi.

Al nostro tempo però, quell’espressione sembra giustificata.

Tutti i nodi sono ormai venuti al pettine.
In Italia certamente, ma anche altrove nel mondo.

Le stragi terroristiche di Parigi s’inseriscono anch’esse in un nuovo possibile scenario.
La terza guerra mondiale, come s’è detto da più parti.
Una guerra a bassa intensità, ma non perciò meno cruenta.

Può essere.
O meglio, anzi peggio, potrebbe avvenire.

S’è criticato Obama e prima ancora , a caldo Putin, per non aver partecipato alla marcia repubblicana.
La Casa bianca ammette l’errore.

Tuttavia a me pare che sia almeno nel novero delle cose possibili che quella scelta sia stata ponderata.
Freddamente.

In primo luogo perché gli USA , come anche la Russia , hanno ragioni di stato e di status di potenze mondiali da salvaguardare rispetto a ciò che s’è definita, un tanto al chilo, come “fortezza europa”.

In secondo luogo perché si ha presente la estrema complicazione dello stato di fatto creato con l’emergere dei califfati e consimili: Irak, Siria, Libia, e in parte in Nigeria, Mali e Somalia.

Prima di opporre un compatto blocco occidentale a questa nuova e variegata carta geopolitica in itinere, è d’uopo decidere come procedere, dopo l’effimera stagione delle primavere arabe.

Qualcuno starà magari pensando che dalla fine della guerra fredda, e con la sconfitta del progetto unipolare USA , a presidiare il medio oriente restino in campo, alla vecchia maniera, potenze come l’Egitto del dittatore Al-Sisi , l’Arabia Saudita e il Quatar cui s’aggiunge la variante scita costituita dall’Iran.

Ma sostenere tutti costoro insieme, alla lunga appare difficile se non proibitivo anche tendendo conto del ruolo d’Israele nella regione.

Un ginepraio che al momento appare  inestricabile.

Poiché se si può contare sul silenzio assenso dell’Iran per eventualmente muovere guerra al califfato di Mosul, non si può certo mettere a repentaglio l’alleanza storica con il regno dei Saud che quel califfato sostiene spudoratamente, seppur nascostamente,  in vario modo.

Al contempo resta difficile anche solo pensare di mettere a repentaglio i rapporti con un paese della Nato, strategicamente assai rilevante, come la Turchia che continua a giocare su più tavoli di fronte alla resistenza opposta dai curdi all’avanzata dello stato islamico.

Un ginepraio, appunto.

Obama lo sa  e lo dimostrò con quel suo discorso “storico” al Cairo all’inizio del suo mandato e che non ebbe alcun seguito.

Forse anche per questo incarica il novantaduenne Kissinger di prendere contatti con Putin al fine di allentare la tensione costituita dall’affaire ucraino , condizione per non pestarsi troppo i piedi nell’intrico mediorientale.

Come che sia, al momento si cerca solo di non prendere formalmente atto di una guerra in corso con il mondo dell’islam che sarebbe solo il modo per legittimarla e persino inverarla.

Inutile adesso tornare a spiegare perché e come si è giunti a questo punto.
Lo si sa.
Dall’Afghanistan in poi.

Quel che conta è che non c’è attualmente alcuna strategia seria e credibile per fronteggiare con efficacia una più che probabile escalation di tipo terroristico anche nel cuore dell’Europa, degli USA e nella stessa Russia.

Da qui la pericolosità della situazione nel vuoto creato dalla fine del bipolarismo.

Un vuoto che quando ci si propose di colmare con l’invasione dell’Irak e più recentemente con l’attacco alla Libia, ha provocato esattamente quello di cui oggi ci si lamenta.

Una sostanziale assenza della maggioranza dei cittadini di fede islamica nella contesa in atto .
Una moltitudine di persone che sono contro ogni forma di terrorismo ma che tuttavia dopo la fiammata delle primavere arabe, sono oggi come sospese in un limbo.

Spettatori e non soggetti sociali in grado di far valere proprie ragioni di giustizia e progresso civile.

In quest’ambito immagino che in settori più o meno ampi dell’opinione pubblica in molti paesi di religione islamica valga il vecchio e sciagurato slogan italico: né con Lo Stato né con le BR.

E’ il risultato dell’assenza di visione politica anche di quell’Europa schierata in prima fila alla manifestazione di Parigi che porta oggi, in un’ampia area del mondo, gli interessi e gli appetiti statali a celarsi dietro il velo della religione.

In particolare è in corso una aspra contesa per ridisegnare, in termini di confini e poteri statali, la mappa medio orientale dopo il fallimento dell’intero occidente .

Ognuno porta cinicamente acqua al suo mulino tramite la religione chiamata a sorreggere la critica delle armi.
E a giustificare in verità ogni sorta di crimine.

Intanto in Italia, mentre Renzi non trova di meglio che affidarsi al ruolo di gendarme del dittatore egiziano, nasce un nuovo quotidiano fondato da un pasdaran del PD che si chiama LA CROCE dal significativo sottotitolo: “contro i falsi miti di progresso”.

Siamo già un bel pezzo in là.

Gino.

dicembre 21, 2014

Ho conosciuto Gino trent’anni orsono , forse più.

Gino aveva già affrescato il vecchio mulino di San Giovanni in Persiceto, con tutte quelle spighe di grano.

Mi era sempre piaciuta, intuitivamente, quella roba lì. Essendo io un vero asino in materia artistica e pittorica pensai, tuttavia, che chi aveva concepito quel “murales” , era uno da tenere in considerazione.

 

Più tardi , da giovane vice presidente della Provincia presi a cuore la causa degli orti considerati abusivi sorti come funghi sulla sponda del Reno laddove oggi c’è il parco lungo Reno.

In prossimità di quel Ponte celebrato dal liberale Riccardo Bacchelli nel suo : “Il diavolo al Pontelungo”.

Si trattava , tecnicamente, di interesse privato in atti d’ufficio, dato che fu mio padre uno dei primi coloni della sponda del Reno.

Memore delle sue origini bracciantili decise di punto in bianco di cominciare a vangare un orto tra la gramigna.

Sull’esempio iniziò una vera e propria opera di bonifica di un breve tratto di terra, in bilico sull’acqua, irta di ogni sorta d’arbusti e di selvatiche alberature, particolarmente perniciose quando il torrentaccio ( di Bacchelli) raggiungeva il colmo di piena.

Col tempo, a sanatoria, il demanio statale impose un modesto affitto annuale a tutti coloro che s’erano installati sulla sponda con orti e baracche della più varia foggia.

La comunità degli orti ormai consolidata anche sul piano legale, prosperava, tra grigliate, interminabili partite a briscola e vino la cui modesta qualità era compensata dalla quantità.

Invero notevole.

Quest’ultima.

Chiunque la domenica pomeriggio si trovava a passeggiare per i sentierini che delimitavano le “proprietà” degli orti – non v’erano recinzioni -veniva invitato a raccogliere verdure di stagione a piacimento.

Liberamente.

Gratuitamente.

E magari ad unirsi alle perenni grigliate miste di carne, rigorosamente , di maiale.

Si stava in baracca.

Si intonavano vecchie canzonacce, di tenore politico-ideologico e anche no. Ad onta delle proteste degli invidiosi cittadini del ceto medio- basso perbene che mal tolleravano quel variopinto spettacolo di proletari ( di fatto e di vaga ideologia) che sgavazzavano sulla sponda.

 

Intervenne prontamente il Comune Democratico a proteggere decoro e persino, ante litteram, ambiente.

Primo, abbattere le baracche.

Secondo, proibizione di usare l’acqua del Reno per coltivare ortaggi.

Passavano i vigili e si smantellava, dopo aver pagato un’ammenda di molto superiore all’affitto demaniale.

Poi si ricostruiva .

E via di seguito.

 

Ad un certo punto incontrai Gino.

Non so dove.

Né , esattamente quando.

Parlammo.

Più che altro ci annusammo, dato che tra noi due non potevano correre molte parole.

Sintonia immediata.

Di toni , di sguardi.

Di trattenute sensibilità.

Ne venne fuori, un’opera teatrale dal titolo “meglio coltivare che vegetare” .

Gino allestì la scenografia. Un magnifica, surreale profusione di cavoli, zucchini e carote.

Vittorio Franceschi , da par suo , recitò appropriati testi nella sala grande del palazzo dei congressi di Bologna stipata all’inverosimile.

 

Naturalmente il vice sindaco socialista del comune m’attaccò con parole dure : Zani difende gli abusivi.

E Repubblica gli tenne bordone.

Il vice –sindaco.

Che, forse parlava anche per il sindaco.

Avevano, politicamente, ragione entrambi.

Gino ed io difendevamo, anzi rivendicavamo l’abusivismo contro ogni regola.

Quella che ha portato agli attuali canonici orti per anziani.

Tutti uguali.

Noi avevamo  storicamente torto.

 

Un bel torto.

 

Poi gli orti sotto il Pontelungo furono spianati dalle ruspe democratiche.

Opportunamente.

Adesso non si trovano adeguati finanziamenti per restaurare quel ponte storico, in mattoni rossi , laddove l’arciprete di Borgo Panigale ebbe la terribile visione del diavolo. Nefasto preannuncio dell’arrivo di Bakunin a Bologna.

 

Son passati molti anni e a Gino viene un’altra idea.

Davanti al focolare cerchiamo di elaborarla.

Due possibilità.

La prima “decorare” la diga di Suviana”. (vedi in wikipedia)

Propendo per un’enorme crepa.

La diga cede e l’acqua irrompe rovinosamente nella valle .

Gino disegna un bozzetto.

Fantastico.

E’ chiaro che si tratta di un’opera unica.

Verrebbero sull’appennino bolognese a vederla da ogni parte del mondo.

Ed è altrettanto chiaro che si tratta della rappresentazione di  un evento impossibile con chiari intenti di scaramantica ironia a rassicurare gli idioti.

 

Gino poi inventa un’altra possibilità.

Una bambina che tiene il dito nella falla aperta nella diga ad impedirne la rottura.

Altra e più forte idea.

Naturalmente occorrono fondi e aperture mentale.

Sarebbe la famosa flessibilità.

Neuronica, in questo caso.

In primo luogo da parte del gestore della diga.

Niente da fare.

Ovvio.

Si hanno di fronte  burocrati, manager, gente senz’arte. Seppur con qualche parte garantita dal loro ottuso conformismo.

Gente che non capisce perché non sa immaginare.

Non ha idea.

Non vuol averla. Per statuto.

 

 

Adesso è tutto un peloso commemorare Gino.

Lo vedo dai giornali.

Peccato.

Come senz’altro direbbe lui, adesso è tardi.

Dovevate riconoscere il suo poliedrico genio artistico prima.

Molto prima.

Ma forse non l’avete fatto perchè Gino Pellegrini era uno che non si faceva avanti.

Schivo, modesto, capace sempre di sporcarsi le mani con i suoi colori, le sue idee, la sua creatività naturale, sempre duramente affermata con grande fatica, senza pretese, senza proteste, senza autocommiserazioni.

 

Gino. Gli dico un giorno.

Dammi un’idea per dare un pochino di colore alle strisce di cemento che son stampate su questa casaccia di sasso.

Così istruisco l’imbianchino.

Ma te la faccio io, mi risponde.

E così fece.

In alto su un traballante ponteggio di fortuna messo su con le sue mani.

 

Oggi c’è un gran sole.

Guardo quel colore che si fonde  (non so usare un’altra più adeguata parola) con quel sasso povero, eroso dal tempo e m’incazzo.

 

M’incazzo.

Con tutti quelli che non hanno capito prima, quand’era ancora il tempo di capire la straordinaria vena creativa che animava i suoi lavori.

Ma lui era , al secolo, un semplice artigiano.

 

E adesso post –mortem tutti s’affrettano a spendere parole alate su colui che, in gioventù fu ad Hollywood a costruire le scenografie di Hitchcock , di Kubrick e di tanti altri.

Così vanno le cose in questo mondo post- ideologico.

Non è un mondo per Gino.

Per il mio amico.

Laico, anarchico e libertario.

Domenica vado a votare.

novembre 18, 2014

Domenica vado a votare.
Non era scontato.
Non per me.

In una delle rare occasioni pubbliche cui partecipai qualche mese addietro obiettai che tener in campo una lista sub-specie Tsipras alle regionali presentava ostacoli notevoli.
Intanto era già chiaro , almeno a me, che Sel non ci sarebbe stata.
I vecchi partiti ragionano in termini di potere, anche quand’esso è, in verità, assai poco.
E poi la stessa dimensione regionale mal si prestava ad una campagna elettorale da parte di qualsiasi outsider di sinistra.

Personalmente non ritengo che si possa considerare il governo della regione, puramente e semplicemente come malgoverno.

Non mi piace la propaganda a buon mercato.
Tanto per dirne una.

Non malgoverno in senso proprio.
Piuttosto una tranquilla amministrazione e mediazione tra interessi diversi ma – secondo lo spirito di un tempo trapassato- sempre componibili.

Da qui la difficoltà.

Di fronte all’idea stessa di sperimentare la possibilità di far crescere una nuova e moderna sinistra resta ancora in piedi, in Emilia- Romagna, un blocco conformistico congelato in un’era geologica remota ma tuttavia ancora capace di far appello inerziale alla ragion di un partito che non c’è più.

Non c’è più almeno da quando è nato il PD: il partito unico della nazione, artefice di una vera e propria svolta a-democratica tramite il combinato disposto di legge elettorale e riforma istituzionale.

Un partito che nega radicalmente il valore intrinseco della rappresentanza in favore di una sempre malandrina governabilità.

E’ la post democrazia che avanza ovunque sulle macerie fumanti della democrazia quale fu implementata e conosciuta nel secondo dopoguerra.
Ma tutto ciò si rivelerà, in tutti i suoi nefasti effetti, al “grande pubblico” solo più avanti.

Nel frattempo si porta a compimento, come necessario corollario sociale, la spoliazione radicale dei diritti e del valore storico del lavoro umano ridotto a infima e dipendente variabile delle ragioni del mercato.

Il lavoro come merce.
La più infima delle merci.
La meno costosa.

La più deperibile.
La più trascurabile.

 

Di tutto ciò in Emilia- Romagna è paradossalmente più arduo discutere in virtù di una lunga deriva “riformistica” che continua a modellare , sia pur parzialmente, senso comune diffuso in molteplici settori sociali.

Si pensa che Renzi passerà e che la ragion di un vecchio partito resterà o sarà comunque restaurata.

Trattasi di un’illusione tragica.

 

Il mutamento genetico è già da tempo avvenuto.

Le stesse èlites dirigenti sono state ampiamente sostituite da un ceto politico rampante del tutto immemore e comunque non interessato a ricollocare buon governo e antichi ideali in un mondo nuovo in profonda trasformazione al fine di restituire vigore e forza politica, all’alfa e all’omega del perenne conflitto per la giustizia sociale.

Bonaccini m’appare come la più fedele e conforme fotocopia di tal ceto politico,
Renzista della ventiquattresima ora, e proprio per questo inossidabile.

 

Va a sostituire Errani, il quale , in tal contesto appare , nonostante limiti, errori e peccati non sempre veniali come l’ultimo dei Mohicani .

 

Anche in Emilia- Romagna , né poteva essere diversamente, s’avanza uno strano guerriero .

 

Colui che si definisce democratico proprio per coprire agli occhi di quella parte degli elettori, semper fidelis, il progetto post-democratico.

Elettori e militanti che , volentieri porgono gli occhi a quella benda , magari per poter continuare a fare o frequentare le feste de L’Unità.
Alla cieca.
Anche quando quel giornale non c’è più.
Insieme a tutto un mondo ormai morto e sepolto.

Li capisco , ma non li approvo.
Come non li approvai in altre circostanze in passato.

 

In sostanza la lunga e scivolosa coda del buon governo scompare definitivamente, nello stesso momento in cui irrompe anche in Emilia- Romagna il renzismo che non ammette dissensi autonomistici e diversità positive o meno che siano.

 

Non a caso dopo aver liquidato le provincie oggi il Duce (sia detto tecnicamente) del PD attacca frontalmente, in blocco e a prescindere da eventuali differenze, le regioni profittando dell’inclemenza del clima.

Piove: regioni ladre.
Tutte, nessuna esclusa.

E si apre entro questa breccia, forzata dai renzisti alla Bonaccini, una vasta prateria, anche in Emilia –Romagna.

Andranno a pascolarvi non i reduci di Grillo e del grillismo ma i fautori della rifondazione della nuova destra tra Salvini e la Meloni con l’apporto (operativo e tecnico ca va sans dire) dei nazifascisti di casa Pound.

 

E’ ciò che vuole, fortissimamente, Renzi che avendo assorbito Berlusconi e i suoi sodali nel partito unico, con il patto del Nazareno, ha bisogno come del pane quotidiano di un’opposizione.

Visibile.

Non ambigua, inafferrabile, contraddittoria,di colore indefinibile: insomma grillesca.

L’uomo con la camicia bianca , il neo-democristiano post- democratico ha bisogno di camice nere , tutt’al più verde scuro.

Un’opposizione chiaramente, di destra.

Condizione necessaria per continuare a spacciarsi come centro-sinistra.

 

 

Ebbene , c’è bisogno di un’opposizione di sinistra.

Per smascherarlo.

Vediamo se è possibile cominciare a costruirla anche in Emilia- Romagna mentre si sta costituendo in buona parte d’Europa.

 

Un successo seppur parziale dell’Altra Emilia- Romagna, domenica nelle urne, potrà forse far riflettere qualcuno che dentro lo stesso PD comincia a mordere il freno di fronte alla democratura renzista.

E potrà fors’anche chiarire ai compagni di Sel (che saluto cordialmente) che sostenere la candidatura del proconsole Bonaccini è come insaponare la corda alla quale si verrà , inevitabilmente, sospesi.

Pagine

novembre 15, 2014

Anche ai lettori onnivori, compulsivi e necessariamente frettolosi capita a volte di trovare una pagina sulla quale soffermarsi a lungo.

Pagine pesanti come macigni.

Tale è per me, la pagina 136 de “Il presente come storia” di Luciano Canfora.

Laddove l’autore discetta da par suo sulla sofferta e amara intenzione di Gramsci, contemplando l’eventualità di una sua liberazione dal carcere, di “rifugiarsi nel puro dominio dell’intelletto astratto, facendo del mio isolamento la esclusiva forma della mia esistenza”

Scrive Canfora.
– Sarebbe un puerile autoinganno non leggere in termini politici la frase “ non saprei più inserirmi in nessuna corrente sentimentale”. (Libero beninteso, chi lo vuole, di pensare che con quelle parole Gramsci si dichiarasse incerto se aderire , una volta fuori dal carcere, al romanticismo alla Berchet o allo stilnovismo o alla scuola siciliana di Cielo d’Alcamo). La politica intesa come culmine dell’azione morale (non come mestiere più o meno estemporaneo o , peggio, lucrativo) è esperienza totalizzante, coinvolge tutti gli aspetti dell’esistenza. Ciò si verifica tanto più quando si tratti di una politica sorretta da idee e concezioni grandi e impegnative: quelle che taluni da ultimo chiamano, con sussiegosa ignoranza, le “ideologie”. In tali scelte specie se attuate in momenti storici quali quelli vissuti da Gramsci (prima del carcere) e da Cantimori (dopo la liberazione) si investono e si bruciano tutte le energie di un individuo, intellettuali e pratiche. E’ quasi immancabile la delusione soggettiva; e merita rispetto. Essa nasce dalla constatazione di non aver potuto comprendere appieno le ragioni profonde delle vicende pur così intensamente vissute e la vera natura delle forze agenti nei conflitti, nei quali ci si è tuffati a capofitto, seguendo un archetipo che fu già alla base del primo proselitismo cristiano (“Lascia tutto e seguimi ! ”). Sono soprattutto i militanti dotati di grandi risorse intellettuali che alla fine non reggono; e solo alcuni di essi serbano in sé la convinzione che, pur non potendo andare le cose diversamente da come sono andate, ne valeva la pena.


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