Avanti a tutta forza.

febbraio 11, 2016

Cari amici, naviganti, compagni di un tempo e compagni di strada;

dopo un forzato silenzio dovuto al solito incidente di percorso ( più serio del solito) che mi occorre ogni qualvolta dimentico gli stravizi del passato dovuti ad una vita politica intensa, più o meno come quella di Steve Mcqueen,  torno a voi con questa mia.

Non potrò partecipare all’assemblea di domenica prossima.
Meglio risparmiare forze.
Dato che non ho nessuna intenzione di darmi per vinto fino alla data delle elezioni.

A maggior ragione avverto l’esigenza (pur senza poter fumarmi le solite 10 sigarette a post) di stabilire il punto barca (ho tutt’ora una patente nautica) del nostro naviglio : Coalizione Civica per Bologna.

Ho seguito la coda di un dibattito alquanto surreale e molto confuso sulle cosiddette regole in base al quale verranno proposte modifiche allo statuto dell’associazione costituitasi dopo l’appello apparso il 1° Luglio dell’anno scorso.

Personalmente non avvertivo una particolare necessità di cambiare lo statuto dell’Associazione, liberamente e consapevolmente sottoscritto da tutti membri di quel Direttivo che adesso ne propongono la modifica essendosi accorti di non esser d’accordo con sé stessi.

Salvo su di un punto: la possibilità di sottoscrivere l’appello per una coalizione Civica e l’iscrizione all’associazione fino all’ultimo giorno previsto per la votazione del candidato/ a sindaco.
Qui una modifica statutaria è opportuna ai fini di dare la possibilità più ampia a molti di partecipare alla votazione sui candidati il giorno 28 febbraio.

Per il resto la cosa non m’intriga più di tanto.

M’interessa invece capire a che punto siamo.

M’interessa che dal 14 al 28 e in seguito si agisca in piena coerenza con l’idea di offrire alla città un progetto civico e non la solita sbobba arcobalenista.

E qui qualche problema lo vedo anch’io.

L’idea civica è nata dalla volontà di aprire una breccia nel muro del disincanto e dell’abbandono di ogni impegno civile così ben rappresentato dalla clamorosa defezione degli elettori alle ultime elezioni regionali.

Si trattava e ancor si tratta di offrire un’alternativa di progetto ai bolognesi.
Di costruire le condizioni per una risalita alla politica di donne e uomini tra loro diversi per condizione sociale e per esperienza umana ma duramente e giustamente critici nei confronti di una politica e di un’amministrazione ostaggio delle altalenanti vicende e degli interessi del partito della nazione.

Un’alleanza tra cittadini, che muove certo da persone della sinistra ma che , proprio per questo suo voler esser un civico sodalizio, rifiuta le vecchie logiche di alleanze tra partiti morenti e partiti nascenti.

Su questa via nuova si è formato abbastanza rapidamente un primo nucleo di un’alleanza tra cittadini.

Il 21 settembre 2015 dopo una sola estate ci riunimmo e penso di poter dire concordammo un asse progettuale, se non ancora un programma definito.

Da lì partimmo.
Insieme. Speranzosi. Combattivi, ma non incupiti dalla rilevanza della sfida.
Euforici anzi. Allegri persino.
Consapevoli della difficoltà ma felici di poter lavorare tutti insieme e diversi ad un progetto di governo radicalmente alternativo alle principali scelte del PD bolognese che si riassumono nel portar acqua ai soliti vecchi mulini.

Poi venne il tempo (si veda a tal proposito quanto scrissi il 1° novembre su questo blog) del confronto con formazioni (o pezzi di esse) della sinistra residuale per quanto ancora organizzata e con realtà sociali e politiche consolidate in città.

So che questo è stato, per molti, un passaggio critico.
Criticabile.

Tuttavia mi domando.

Doveva esser rifiutato quel confronto cui pure eravamo ripetutamente invitati proprio sulla base del nostro progetto?

Non lo credo.

Si doveva poter contare su di una nuova maturità critica dopo i clamorosi insuccessi del passato anche recente.

E si deve ancora adesso mettere alla prova la volontà di ripartire da un’altra parte con un progetto civico, considerando che ben prima di ogni altro disegno politico nazionale deve venire in primo piano la costruzione, faticosa, processuale di una nuova idea e pratica di cittadinanza attiva.

E’ ciò che altre volte ho chiamato il nostro passaggio a Nord Ovest.

Peraltro in questa prolungata estate di San Martino ognuno vede che il passaggio è ormai libero dai ghiacci del passato. E chi non lo vede, perché guarda solo al proprio ombelico , è senz’altro un imbecille.

A Bologna come altrove dunque , non si tratta di gettare il cuore oltre l’ostacolo, per dar vita ad un qualche nuovo partito bensì di dotarsi di un progetto civico capace di calarsi nella realtà cittadina, interpretando una domanda di riscatto di un’intera comunità.

A Bologna si tratta di vedere se sia davvero possibile liberarsi felicemente da un passato che non passa recuperandone però, accuratamente, i valori ancora attuali. Anzi oggi ancor più attuali mentre aumentano disuguaglianze, e si abiurano diritti faticosamente conquistati.

Lo si fa con una nuova stagione. Che verrà.
Che verrà , dopo e se il progetto civico sarà capace d’innescare una sorta di rivoluzione democratica e civile.

Se questo è l’obiettivo comune, tutto il resto passa in secondo piano.

Se ciò non dovesse avvenire, decidendo ognuno di far valere le proprie microscopiche identità di gruppo o i propri desiderata personali, la coalizione civica si scioglierebbe all’istante.

Io stesso, come ho detto a coloro che mi hanno scritto per denunciare una deriva partitista entro la Coalizione, toglierei il disturbo, tanto per dare l’esempio.

Ma non siamo a questo punto.
Bisogna sapere che i problemi che s’incontrano sono in parte fisiologici , scontati. Connaturati allo sforzo di tener insieme persone, esperienze, persino generazioni diverse.

Ma ce la possiamo fare.

Nessuno faccia scherzi da prete.
Nessuno molli proprio adesso.
Adesso è il momento del massimo impegno.
E tutte le volte che ci sarà da raddrizzare il timone , lo si farà.
Insieme.

Emozioni.

novembre 16, 2015

Non volevo aggiungere il mio sproloquio analitico al cumulo di più o meno sofisticati esami geopolitici compiuti in questi giorni dopo la mattanza di Parigi.

Non voglio farlo neppure adesso.

Però.

Mi son commosso guardano le immagini delle persone che uscivano dallo stadio cantando la marsigliese.

Però.

Prima, nel corso della notte di venerdì, mi son ritrovato a immaginarmi un linciaggio, lungo e doloroso, dei fanatici maiali che hanno fatto il tiro al bersaglio contro una folla inerme.

Però.

Son poi rimasto deluso perché i maiali si son fatti saltare privandomi della possibilità di farli fuori seppur per interposta testa di cuoio.

Dopodiché “l’attacco al nostro modo di vivere” (Renzi ma non solo) , l’attacco alla nostra civiltà (Mattarella ma non solo) mi portano a ricordare.

Come cominciò e perché cominciò la mattanza.

Storia lunga.

L’epoca dei neoliberisti.

Quando.

Uno dei principali guru dei think tank repubblicani made in USA spiegava che: “siamo in grado di condurre due guerre contemporaneamente a distanza di duemila chilometri”.

Quando.

“ E’ nostra responsabilità tener in ordine il mondo” .

Quando.

Prima ancora, i missili stinger abbattevano gli elicotteri sovietici facendo la differenza e portando al potere i talebani. Quelli che, dopo vent’anni, son destinati a ritornarci, in un modo e nell’altro. E se non loro, di certo gli antichi signori della guerra trafficanti di droga e di armi.

Quando.

Dopo l’11 settembre, Colin Powell dal podio dell’ONU agitava una fialetta contenente una polverina di borotalco spacciandola in diretta mondiale per antrace.

Quando.

Due capi di stato e criminali di guerra , facevano impiccare in differita planetaria il dittatore Saddam Hussein dopo aver esposto i corpi dei suoi due figli su di un banco di macellaio previa accurata cosmesi post mortem . Su quest’ultima macabra rappresentazione scrissi pure un articolo per l’Unità.

Quando.

Ad Abu Ghraib soldatesse americane si facevano fotografare mentre tenevano al guinzaglio arabi nudi come vermi.

Quando.

Obama annunciò : “abbiamo ucciso Osama bin Laden, adesso il mondo è un posto migliore”.
Già. Solo che prima la CIA, lo aveva foraggiato e sostenuto con ogni mezzo.

Quando.

Più di recente il mondo esultò di fronte ad un altro dittatore ucciso e poi sodomizzato con un manico di scopa. In Libia.

 

 

Ma questa è solo una breve , sommaria sintesi.

Dicevo allora, assieme a tanti altri e se ne trova più di una traccia nell’archivio di questo blog , che tutto questo avrebbe dato fuoco ad una prateria d’odio.

Un odio che, nel mondo globale, ci sarebbe tornato in casa , con violenza inaudita.

Scrissi anche, dopo averci pensato, che il giorno in cui saremmo stati “noi” contro “loro”, non restava che combatterli e ucciderli fino all’ultimo uomo. Anche perché i fondamentalisti non fanno differenza tra fini analisti, progressisti e di sinistra, e cittadini comuni.
Se possono, ti tagliano la gola a prescindere.

 

 

Solo che.

M’ostino a pensare che quel giorno non è ancora arrivato.

 

 

Solo che.

Nella trappola allestita, con evidente concorso di colpa, (chi più chi meno) nella geopolitica afferente al medio oriente non è obbligatorio cadere.

Non ancora.

 

 

Dopo il massacro di Parigi mi pareva si fosse compreso che il nodo siriano deve esser sciolto e non tagliato.
Da Obama e da Putin.

Oggi però Obama appoggia i bombardamenti di rappresaglia dei francesi su Raqqa.

Pessima idea .

Tutto rischia di tornare in alto mare dopo che Assad ha fatto chiaramente capire(mi sa su consiglio di Putin) di potersi , morbidamente, togliersi di mezzo previo accordo.

 

 

Solo che.

C’è poco da fare , udite, udite, la democrazia è sempre stata affare esclusivamente occidentale.
Fino ad ora. Nella storia.
Bisogna farsene una ragione.

Chi vinse le elezioni in Egitto , monitorate da tutte le istituzioni sovranazionali e dichiarate legittime?
Un tale che oggi è in galera e che ci morirà. E al potere c’è una dittatura militare, con piena soddisfazione di tutte le cancellerie occidentali.

 

E , udite, udite, c’è anche il caso che tra Irak e Siria uno stato islamico sia destinato a sopravvivere e consolidarsi e magari ad aprire ambasciate in giro per l’Europa.

E questo sarà il risultato delle guerre “occidentali” volte a rendere permanente l’intollerabile asimmetria di un mondo plasmato dagli interessi delle signorie del mondo globale.

Imbastardirsi bisogna.

novembre 1, 2015

Il momento è cruciale.

Dal primo luglio ad oggi seicento persone hanno promosso una coalizione civica per Bologna in vista delle elezioni del prossimo anno.

Il 21 settembre scorso una folta assemblea di cittadini ha approvato la proposta, avanzata in quella sede , di costituire un’associazione di scopo denominata Coalizione Civica Bologna per partecipare alle elezioni comunali del prossimo anno.

L’idea dei promotori è semplice. Apprestare uno strumento in grado di accogliere tutti coloro che individualmente e a prescindere da ogni passata appartenenza politica, vogliono rimboccarsi le maniche per costruire un’alternativa al governo del PD.

Un’alternativa civica.

Un’alleanza tra cittadini per risalire dalla rassegnazione e dall’indifferenza attuale alla dimensione della politica e del governo.

Ebbene, a me pare, che quest’idea sia in pieno movimento. Ha acceso speranze, indicato una inedita prospettiva che non ha nulla in comune con le solite liste civiche. E ancor meno con le liste civetta volte a dare una mano al PD in difficoltà.

Cittadini di varia e diversa provenienza e di ogni ceto sociale vogliono inaugurare una nuova stagione per Bologna.
Discutendo insieme un progetto di governo, un’idea di città, poche e chiare linee programmatiche.

Cittadini che non accetterebbero mai e poi mai di rendersi strumento delle vecchie e fallimentari pratiche della sinistra del tempo che fu.
E ancor meno di insufflare un alito di vita nel cadavere insepolto del centrosinistra.

A questo punto , per quanto mi riguarda ogni promessa è debito.

Un debito che anche personalmente sento come un fardello di responsabilità nei confronti di quanti si sono subito impegnati in questa impresa.

Un debito che qualora non potessi saldare con coerenza, chiarezza e lealtà, mi porterebbe a ritornare a curare gli acciacchi tipici della vecchiaia non più incombente ma ormai ahimè sopraggiunta.

Lasciando ad altri l’onere di portare avanti il progetto civico.

Ovvero affossarlo con la costituzione di una bella lista arcobaleno/arlecchino. Alleanza tra mozziconi di morenti e nascenti esperienze politiche.

L’ipocrisia com’è noto non è il mio terreno d’elezione.

E dunque dirò , a tutte e tutti, che sì, ho risposto ad inviti privati , a numerosi colloqui personali (chiedo scusa a quanti non ho ancora potuto incontrare), e anche ad incontri con gruppi, più o meno organizzati, interessati alla proposta di Coalizione Civica.

Bene.

A questo punto il ghiaccio si fa sottile.

Era ed è ancora giusto, logico, necessario parlare con tutti.
Pazienti, tenaci.
Non ingenui.

Ma, cari Koalizzati , accedere alla vecchia pratica delle trattative tra gruppi, considerando la Coalizione come un soggetto politico già costituito tra vari altri, questo no.

Significherebbe negare l’idea stessa di passaggio civico.

Significherebbe solo travestirsi da “civici” per approdare rapidamente ai vecchi giochi politici.

Lo dico io che fui esperto di trattative all’epoca in cui esistevano partiti strutturati a volte persino dotati di una visione del mondo, di peculiare cultura politica, e di organizzazioni largamente rappresentative di forti interessi sociali.

Nel contenitore Coalizione Civica Bologna , giova ripeterlo, non c’è una sola parte ma tante , diverse parti, un pluralità effettiva di cittadini che nulla vogliono sapere di vetuste pratiche.

Io con loro.

Ciò non significa non considerare le ragioni, le idee e le proposte di altri, magari strutturati in gruppi omogenei.

Anche questo non sarebbe giusto e comunque non sarebbe realistico.

Ma c’è un limite invalicabile. Come è scritto sui muri delle caserme.

Per me almeno.

Mi spiego meglio.

Cosa succederebbe della Coalizione Civica se gruppi omogenei decidessero, putacaso, di far valere le proprie identità dentro la Coalizione?

Nel migliore dei casi la campagna elettorale diventerebbe un percorso di guerra interno.

Nel peggiore la Coalizione si dissolverebbe all’istante con somma soddisfazione del PD.

Dunque , riconosciute ed accolte le ragioni di tutti coloro che, singoli o gruppi, mostrano attualmente interesse per la proposta civica si tratta di fare insieme qualcosa che non s’è ancora mai visto, mai fatto.

Mischiare il sangue.

All’aperto.

Fuori dai masi chiusi.

Imbastardirsi.

Senza timore d’infettarsi reciprocamente.

Il futuro è nel meticciato.

O , non è.

Ballo dello sgombero.

ottobre 2, 2015

Avviso ai naviganti di Coalizione Civica Bologna.

Calma e gesso.

La strada l’abbiamo tracciata insieme il 21 settembre.

Ballo dello sgombero.

Indietro non si torna.

Semmai si andrà avanti assieme ad altri.
Spero molti altri.

Diversi ma uniti da un progetto che è insieme politico e sociale e punta a farsi governo della nostra città.

Niente meno di questo.

E’ un progetto civico in un senso particolare.

Affonda le sue radici nella lunga storia di solidarietà e giustizia sociale di Bologna.

Nella sua tradizione laica di libertà, fin da quando Liber Paradisus abolì la schiavitù e liberò i servi della gleba.

Bologna non merita il suo attuale declino. La sua insignificanza nazionale, la rinuncia, nei fatti, ad essere un punto di riferimento in Europa, insieme alla sua sempre affermata apertura al mondo.

Quando la politica è ormai serva di interessi particolari , grandi e piccoli, vuota di ideali, priva di valori forti, incapace di indicare un orizzonte, i cittadini devono reagire.

Un’alleanza tra cittadini di diversa provenienza sociale e fede politica, diversi ma uniti.
Capaci di riprendere in mano il destino di un’intera comunità.

Se la sinistra battuta e dispersa dal vento neoliberista degli ultimi trent’anni potesse a Bologna, per una volta capire la potenzialità di questo disegno, largamente inclusivo , saremmo già a metà dell’opera.

Un’opera che prevede una nuova stagione per Bologna e che si propone come esempio per altri luoghi, territori, comunità.

Ma bisogna voltar la faccia al futuro, gettando alle ortiche senza rimpianti un passato composto di piccole, grinzose e inutilmente grintose identità.

Roba che fa venir l’orticaria al bolognese medio.

E anche a me.

Uso il solito linguaggio oxofordiano che non piace ai piccoli tremebondi burocrati del PD che m’additano al manganello mediatico di Repubblica (e delle procure?) come “cattivo maestro”.
Di tutta sta’ vecchia merce avariata che comprende cantieri da aprire e laboratori cavernosi entro cui pasticciare alla ricerca della pietra filosofale, ne ho piene le palle.

Ne ho più che abbastanza di questi alchimisti della sinistra antagonista esattamente come dei teologi del riformismo che hanno partorito l’ircocervo del PD.

Due facce della stessa medaglia.

Mai teoria (piccolo riferimento storico) fu più sbagliata , sciagurata , fuorviante, opportunistica , ipocrita e ingannevole della enunciazione delle “due sinistre”.
Due parti nella stessa commedia degli equivoci.

Subalterni nella stessa identica misura all’unica ideologia dominante.
Da qui il pragmatismo d’accatto e le narrazioni paracule.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

I bolognesi non son fessi.

Con una vasta coalizione civica si può uscire da questa morta e puzzolente gora.

Spero lo si capisca . Subito.

Se qualcuno pensa ad un cartello di frattaglie della sinistra che fu , beh questa non è la nostra strada.

Se invece come mi par d’intuire (scusate ma son duro di comprendonio) si vuol fare “qualcosa di più grande”, beh lo vogliamo anche noi.

Siamo in campo per questo.

Ma io di trattative con pezzi di partito, lobbies etc non ne faccio.

Sommare un avanzo di politica come me, con le sparse e gracili membra di una residua e inutile sinistra non serve a nulla.
Peggio di un crimine : è un errore.

Ciò non toglie che possiamo e dobbiamo e vogliamo discutere di tutto .

In piena libertà, fuori da steccati e recinti ormai cadenti.
Adesso.

Senza remore, senza desideri di leadership, senza le solite vecchie cazzate.

Siamo (siete) diventati tutti adulti.

Ergo coalizziamoci.
Con i bolognesi.

Più facile a dirsi che a farlo.

Ma si può fare.

PS. Noi non siamo proprietari di nulla. Tranquilli, siamo in affitto dai bolognesi. Loro strumento , insieme a voi , tutti voi .
A noi frega nulla delle vecchie etichette , degli stereotipi della stampa.
Andiamo alla sostanza : un progetto di governo alternativo per Bologna.

A gentile richiesta del mio amico, fratello e compagno Antonio Napoletano , di seguito il mio intervento quasi integrale all’assemblea di Coalizione Civica per Bologna.

settembre 23, 2015

Da stasera , se lo vorrete, la Coalizione civica per Bologna esce dalla sua virtuale clandestinità.

A tal fine chiediamo il mandato a costituire un’associazione volontaria, con i relativi organi direttivi , che avrà il compito di coordinare tutta la campagna elettorale, raccogliere i fondi necessari, indicare il candidato o la candidata, preparare e presentare la lista coalizione civica Bologna.

Entro un mese, giorno più giorno meno, dobbiamo essere operativi a tutti i livelli in ogni quartiere.

Il nostro obiettivo è quello di inaugurare una nuova stagione per Bologna.
Non si tratta solo di sostituire un’amministrazione con un ‘altra. Ma di cambiare la visione stessa del fare amministrazione.

Non è cosa da nulla.

Coi tempi che corrono è come scalare un’alta montagna poiché si tratta di stabilire , dopo un lunghissimo tempo, un rapporto vicinanza e di confronto e dialogo effettivi tra amministratori e cittadini.
Nella condivisione di tante difficoltà e problemi.

Cittadini consapevoli e attivi. Non pura merce da mercato elettorale.

Ma soggetti di un’attenzione e di una vicinanza costante.

Noi, , tutti noi, al di là di ciò che fummo, nel bene e anche nel male, siamo anzitutto cittadini.
Avvertiamo acutamente la sofferenza della nostra comunità a partire dalla sua parte più esposta e debole.
E ce ne vogliamo fare carico ricostruendo il senso di una piena cittadinanza.

Da molti anni ormai in questa nostra città è tutto un fare e disfare, un dire e disdire.
Un andazzo intollerabile causato dalla schizofrenia di un ceto politico che ha portato Bologna , prima sull’orlo di una crisi di nervi e poi ad un amaro disincanto con una comunità che si rinchiude su sé stessa e cerca altrove , fuori e contro la politica di sbarcare il lunario quotidiano.

Questo perché da troppo tempo chi amministra si limita a contrattualizzare , di volta in volta, rapporti con associazioni, poteri economici e lobbies varie in una mera logica di scambio politico.
E’ ciò che sta accadendo anche in questi giorni.
Al di fuori e al di là di un nitido quadro di riferimento pubblico.

Fai quel che vuoi entro la gabbietta che ti concedo, ma restituiscimi consenso nel momento elettorale.
Tale è il devastante messaggio della politica ai cittadini comuni.

Chi è eletto pensa solo ad essere rieletto, non importa se in un deserto partecipativo.

Non importa la quantità e qualità del consenso come dimostra in modo clamoroso l’esperienza delle elezioni regionali.
Importa solo permanere in un posto di comando.
Ormai perlopiù fittizio,da quando la politica, nel tempo della post democrazia, s’è liquefatta.

Il potere decisionale si è spostato altrove.

Ciò ha comportato a partire dal livello locale , a Bologna come altrove, un degrado progressivo del sistema pubblico cioè dello strumento principale per promuovere , difendere e innovare un welfare universalistico.

Nulla, di fatto, hanno potuto opporre la sinistra cosiddetta riformista , né quella cosiddetta antagonista.

I partiti , tutti i partiti , sono ormai solo pallide ombre di ciò che furono nel tempo storico in cui più ci si avvicinò all’utopia sottesa all’ideale democratico : il governo del popolo.

Da qui la nostra impresa.

Ripartire – in direzione opposta e contraria- nella ricerca di una cittadinanza piena, quindi da un’alleanza tra cittadini il cui scopo è quello di recuperare rappresentanza politica per un’intera comunità.

E’ questo ciò che noi chiamiamo Coalizione civica per Bologna.

Niente a che vedere con le vecchie liste civiche, o con tentazioni populistiche a buon mercato o con le liste civetta che a Bologna si preannunciano come foglie di fico per coprire le terga del partito post – democratico.

Gli arruffati tentativi cosmetici del Pd, mentre s’avverte una possibilità di cambiamento del clima in Europa , non c’ingannano.

Più delle parole contano i fatti.

C’è un sipario, di propaganda bugiarda che va strappato.

A tal fine conviene, in premessa, esser chiari di fronte ai bolognesi.

Noi non abbiamo nessuna propensione alla logica ricattatoria del voto utile.

Il sindaco Merola ci chiede di “pensarci bene se davvero vogliamo arrivare al ballottaggio”.

Per conto mio ci ho ben pensato.
A lungo.

Sindaco Merola : noi siamo qui per fare il ballo dello sgombero .
Non ci muoviamo per meno di questo.
Possiamo riuscirci oppure no.
Ma questa è la nostra ferma intenzione.
Non siamo in cerca di strapuntini.
Vogliamo vincere insieme ai cittadini.
Se i bolognesi lo vorranno.

In quest’avventura ci leghiamo all’albero maestro .
Non ci saranno sirene in grado di smuoverci.

Ciò chiarito, tanto per non lasciar spazio ad equivoci di sorta, nei prossimi giorni e mesi e nel corso della campagna elettorale vera e propria avanzeremo cinque idee forza per Bologna nel momento in cui i dogmi liberisti cominciano , finalmente ad esser messi in discussione da più parti.

Io qui , anche a rischio d’esser largamente approssimativo, posso solo avanzare quella che considero l’idea di fondo, che motiva la nostra impresa.

In qualche modo il filo d’Arianna per uscire dal labirinto di una decadenza e di un degrado insopportabili della politica e dell’amministrazione cittadina.

Direzione opposta e contraria, ho detto poc’anzi.

Cosa significa , esattamente?
Vediamo se siamo tutti d’accordo, poiché questo deve divenire l’asse di tutto il nostro impegno.

Si tratta nientemeno che di stabilire la priorità assoluta delle politiche pubbliche.

C’è un vuoto drammatico che a partire da Bologna va colmato.
È lo spazio cha resta aperto tra mecenatismo illuminato e solidarietà caritatevole.

E’ lo spazio che dovrebbe esser riempito da politiche sociali pubbliche mentre nel divorzio tra politica e potere decisionale questo spazio diventa luogo di svendita all’incanto di interi pezzi del welfare cittadino.

Per me è invece giunto il momento di ridare ruolo ad un sistema pubblico sia pure fortemente ristrutturato , flessibile , adeguato a nuove domande, bisogni, necessità tanto di gruppi sociali che di singoli individui.

E ciò non sminuisce affatto , anzi deve aiutare la costruzioni di reti di solidarietà orizzontali tra cittadini.
Cittadini che si tengono per mano.
Guidati da un’idea di libertà che s’associa sempre alla solidarietà.

Questa per noi è la via maestra.

Questa la base ideale del nostro ingaggio.

Il sistema pubblico deve divenire lo strumento più forte nelle mani dei cittadini per opporsi allo smantellamento progressivo delle politiche sociali.

Questa è la condizione primaria per affermare una cittadinanza politica piena.

Al contrario, oggi le politiche sociali sono spesso oggetto di una vera e propria commercializzazione , mentre si privatizzano in tutto o in parte aziende strategiche il cui compito dovrebbe essere quello di difendere e valorizzare i beni comuni.

Il paradigma neoliberista ha fatto scuola anche a Bologna.

Anzi a Bologna, paradossalmente, si è cercato di svolgere il ruolo di primi della classe in omaggio al cambia verso renzista, salvo cercare di accreditare una repentina svolta sociale alla venticinquesima ora.

A qualcuno può girar un po’ la testa con tutti questi giri di valzer.
Non a noi.

Noi guardiamo anzitutto alle nostre periferie caratterizzate da una condizione di insicurezza generalizzata.

Laddove la gente vede, tocca con mano, che la politica non guida : s’accorge che al volante non c’è più nessuno.
Laddove i cittadini percepiscono il carattere imbelle, incerto e subalterno dell’attuale amministrazione.

E così aumentano rassegnazione, sfiducia, e alla fine passività.

Votare diventa inutile mentre i partiti si assomigliano come gocce d’acqua e forniscono con parole diverse le stesse ricette.

Il sistema pubblico sottoposto al prolungato waterboarding delle dottrine liberiste subisce un netto crollo di autostima.

E’ una profezia che si autoavvera.

A forza di bastonare quel cane , considerando il pubblico, sempre e comunque , sinonimo di spreco e inefficienza e appaltandone funzioni strategiche, l’inefficienza subentra inevitabilmente insieme alla demotivazione di ogni operatore pubblico.

Alla lunga, esternalizzando la gestione di servizi pubblici e sociali a tutto vantaggio del privato e della sua ricerca di profitto, magari con contratti d’appalto a lunga scadenza, è ovvio che quest’ultimo diviene sempre più “competente” succhiando linfa, come un vampiro, dalla lunga esperienza degli operatori pubblici.
Con la conseguenza di erodere e consumare la stessa nozione di cittadinanza dato che i cittadini fruitori dei servizi pubblici essenziali non hanno più come riferimento l’ente pubblico ma entità aziendali private. Situate in un altrove nebbioso, non raggiungibile.

Dunque per noi il sistema pubblico locale va riqualificato in profondità e poi rinvigorito e rilanciato come strumento essenziale per il perseguimento dell’interesse generale e del bene comune.
Solo allora il rapporto con il privato, a tutti i livelli potrà avvenire su di un piede di parità, salvaguardando rigorosamente l’interesse generale della comunità. bolognese. Fuori finalmente da mascherature e illusionismi tanto più provinciali e ingannevoli quanto più tradotti in inglese.
Il Project financing è sempre una fregatura. Il People Mover rimane un costoso trenino volante di cui non s’avverte la necessità. Il global service con contratto novennale serve solo a stabilire una inattaccabile situazione di monopolio.
Non capisco perché non hanno tradotto in anglo anche il Passante Nord che serve solo a coprire la vergogna di non avere un’idea e una proposta sull’adeguamento della tangenziale dopo un cinquantennio.

Ne abbiamo abbastanza di tutto questo e di molto altro che per brevità vi risparmio.

Ridare forza e dignità ed efficacia sociale al Comune .

Primo compito dell’alleanza tra bolognesi che proponiamo.

Ma c’è un secondo obiettivo collegato al primo che deve caratterizzare il nostro impegno.

Infatti alla costruzione di un forte potere locale , che il Comune deve incarnare come istituzione di governo generale,eletta a suffragio universale si oppone una politica governativa con tutta evidenza protesa a riservare al solo governo centrale ogni capacità di residua manovra finanziaria .

Il combinato disposto della legge elettorale nazionale, del senato non elettivo e della manomissione sottotraccia del titolo V della costituzione punta a sfigurare per sempre tutto il sistema delle autonomie locali. Si rubano letteralmente, nottetempo, all’insaputa dei cittadini elettori competenze , funzioni e risorse da mettere in capo ad uno Stato fortemente centralizzato.
Dopo la buffonesca e straniante abolizione delle Province tocca alle Regioni da quella via che son sputtanate da rimborso poli e tocca anche ai Comuni.

Così il partito post – democratico allontana ciò che rimane del potere pubblico dai cittadini ancora di più.

Le ragioni politiche sono ovvie.
Ci può essere solo un sindaco d’ Italia: il capo del governo eletto da un parlamento di nominati.
Detta in modo prosaico : a Renzi servono poteri esclusivi e risorse per farsi bello in TV e andare a voti.
In modo meno prosaico a me che son anziano ricorda inevitabilmente ciò che si proponeva un vecchio progetto: si chiamava Piano di rinascita democratica.

Nel progetto attualizzato ai giorni nostri ai comuni viene carinamente riservato il ruolo di discarica dei problemi: si parli di tassazione, di lavoro, di casa, d’immigrazione o di ambiente.

Ciò mentre i sindaci del PD di tutta la l’area metropolitana bolognese (istituzione peraltro del tutto fantasmatica) non trovano di meglio che dilettarsi a giocare ad X Factor alla Festa de L’unità.

E Fassino all’ANCI fa da palo a Renzi.

Da qui la seconda caratteristica della Coalizione Civica : quella di far crescere un’alleanza tra territori indispensabile per reagire nel più vasto campo nazionale alla subdola operazione in corso.

O vogliamo lasciare che la Lega s’intesti questa sacrosanta reazione?

Lo faremo a partire dalla contestazione radicale del cosiddetto patto di stabilità interno, diretta conseguenza di quello sciagurato fiscal compact europeo i cui devastanti risultati sociali sono sotto gli occhi di tutti.

A questo punto dovrei parlarvi di tante altre cose.

Dal governo della città metropolitana già pregiudicato da una proposta di riforma dei quartieri di fronte alla quale non si sa se ridere o piangere. Di una nuova progettualità e gestione nel campo della manutenzione fisica e civile della civile Bologna.

Il diavolo s’ annida nei dettagli anche a Bologna. E qui abbiamo già messo in fila un lungo elenco di proposte volte ad alleviare le pene dei cittadini a rendere meno difficile la loro vita .

Le renderemo note , lungo tutto il corso della campagna elettorale che per noi inizia stasera.

Ma non basta.
Avverto l’esigenza di rompere con lo schema delle solite campagne elettorali.
Bisogna interrogarsi su questa necessità se si vogliono riportare cittadini alle urne.
Per esempio.
Forse conviene valutare tempi e modi per svolgere incontri pubblici con i bolognesi per dare loro la parola ,senza rete, senza istruttorie ingessate, senza remore ad ascoltare critiche e proposte. Senza relazione, senza slogan , senza conclusioni. Senza vana chiacchiera propagandistica.

Perché c’è un altro muro a Bologna che va abbattuto oltre a quello d’Ungheria , Sindaco Merola : è quello del silenzio amaro e rassegnato dei cittadini comuni, di quelli che non han più voce , che non sono coinvolti in nessuna associazione o gruppo di pressione.
Un muro costituito da tante pietre di solitudine individuale, soprattutto delle persone più anziane.

Sarà perché invecchio, ma quando entro in una farmacia o in un bar di periferia vedo lì raccolta un’umanità dolente e silente.
Gente che sembra come gettata in un canto.
Dimenticata.

Non so se riusciremo a ridar loro la parola.
So. Lo so per certo che val la pena tentare.
Così ricostruendo, passo dopo passo, un’idea di comunità .
Destini che s’intrecciano, tra generazioni e origini diverse.
Il presente e il futuro dei bolognesi di oggi.

Anche per questo , lo voglio avvertire , noi proporremo nei prossimi mesi un vero e proprio progetto di sviluppo, radicalmente alternativo all’andazzo attuale, che ricollochi la lunga tradizione sociale di Bologna, a partire dal mondo del lavoro, in modo nuovo nel panorama nazionale ed europeo.

Ne parleremo in seguito. Nel dettaglio.

Adesso devo avviarmi a concludere inviando un messaggio che spero giunga forte e chiaro ai destinatari.

Vi sono , com’è noto, lavori in corso in campo nazionale il cui nobile e commendevole scopo è quello di costruire un’alternativa politica al partito della nazione.

Personalmente guardo con rispetto e simpatia a questo tentativo.

Non sarei sincero tuttavia se non avvertissi che le elezioni comunali della prossima primavera a Bologna non sono la miglior occasione per testare un progetto di questa portata e ambizione.

In ogni caso nella nostra città a me sembra semplicemente obbligatorio riportare, preventivamente, i cittadini alla politica, al di là delle passate appartenenze partitiche, attraverso un passaggio autenticamente civico.

Troppe occasioni mancate , prove fallite, attestano questa necessità.

Il mio invito è dunque quello a sostenere e confluire individualmente in questo passaggio civico: una sorta di passaggio a Nord Ovest, ponte verso una riappropriazione della politica da parte di un’intera comunità che si ritrova libera e per questo solidale ad esercitare, nel momento elettorale, una piena cittadinanza.

Spero che quest’invito venga inteso nel modo giusto.

Per quanto ci riguarda, noi ci lasciamo alle spalle ogni fardello.

Per noi un’intera stagione è conclusa definitivamente.

Si tratta di inaugurarne una nuova.

Basta dunque con le solite solfe di una sinistra piagnona, cerchiamo di andare liberi, veloci e scaltri verso la mèta.

Leggeri.

La leggerezza di chi non ha interessi particolari da difendere se non quelli che riguardano i beni comuni, tra i quali il patrimonio di esperienza umana, di cultura, di lavoro e di partecipazione attiva e critica di un’intera comunità.

Proposito ambizioso. Certo.
Qualcuno potrebbe dire : vaste programme.
Resta fermo che noi, non ci muoviamo per meno di questo.
Per Bologna.

PS. Nonostante il mio chiaro proposito più volte reiterato anche a mezzo stampa c’è ancora qualcuno che mormora di una mia nascosta intenzione. Quella, alla fine di candidarmi. Il solito Zani , in agguato dietro la siepe. Un tipaccio rancoroso. Uno che vuol fare un dispetto al PD.
Se c’è ancora qualcuno che pensa così, delle due l’una , o è un ingenuo in buona fede o è un cretino.

Dato che , con ogni evidenza non può certo capeggiare una Coalizione civica un avanzo di politica qual io sono.
Fiero di esserlo, naturalmente.

Il Sindaco.

agosto 7, 2015

1)Il sindaco a volte m’invitava a colazione. Difficile rifiutare.
Più che un invito , una convocazione.
Bisognava andare preparati all’evento.
Erano colazioni di lavoro. Ma l’ordine del giorno spuntava, rapido e sornione, solo al momento del caffè.
Prima di alzarsi dal tavolo.
Zangheri (non mi è mai venuto di chiamarlo Renato) era una buona forchetta. A volte spazzolava tra una chiacchiera e l’altra anche il mio piatto.

Mauro ….cominciava . Mmh, se ti chiamava confidenzialmente per nome vuol dire che ti proponeva qualcosa che non ti sarebbe del tutto piaciuto. Ma che avresti comunque fatto.

Noi ragazzi del ’49 facenti parte del Comitato cittadino del PCI rivendicavamo sull’esempio di Aroldo Tolomelli – cui indegnamente subentrai per ragioni che non ho mai capito del tutto – una certa autonomia del Partito nei confronti dell’amministrazione .

Eravamo spesso in rotta di collisione anche con i membri della giunta comunale. Quasi sempre sollecitati da questo o quel problema sorto in questo o quel quartiere, che ci veniva proposto da militanti, elettori, e sezioni di partito.
Ditelo a Zangheri.
See, facile…

Ci si poteva anche provare, ma il Sindaco dirottava con autorevole abilità il discorso su altri lidi.
O magari ti avanzava lui la proposta di fare una riunione sul tema chiarendo, con breve ,conciso giro parole quale doveva essere il risultato.

2) Le riunioni di segreteria federale , quando raramente arrivava Zangheri.

Dovevano sempre concludersi con un comunicato ufficiale da diffondere alla stampa.
Zangheri non amava perdere tempo.
Si discuteva per il lungo e per il largo e poi il Sindaco tirava fuori la penna.
“Potremmo dire così” e cominciava a scrivere lentamente ,con quella scrittura ordinata ed essenziale. Un piccolo foglietto con l’intestazione del Comune di Bologna sul quale vergava, rigorosamente fronte e retro, il pensiero del Partito.
Mica il suo.

Annunciava ciò che scriveva in modo che alla fine potevamo esser tutti soddisfatti di quel lavoro collegiale.
Poi , immancabilmente aveva un altro impegno, pubblico, e s’alzava lasciando con studiata nonchalance il foglietto su quel tavolo rotondo , attorno al quale imparammo i farci il culo quadro fin da giovani.

3) Una lunga notte del 1974 la passammo in casa del partigiano Leo.
Doveva, poteva esserci il “golpe democratico” di Edgardo Sogno?
Forse.
O forse no.
Ma all’epoca non si trascuravano le indicazioni di Botteghe Oscure.

Non ricordo in quanti eravamo , forse dieci o dodici.
Non descriverò quella graziosa villetta fuori Ozzano all’uopo organizzata in piccola fortezza. Taluni dettagli vanno consegnati ormai, se non alla storia patria, alla memoria dei sopravvissuti.
Né è necessario ricordare tutti i nomi e le cariche dei convenuti.
Cenammo a base di un’enorme varietà di cacciagione nella tavernetta di Leo.
Tolomelli sereno pronto alla battaglia, Zangheri ironico e sorridente a gustare la libagione.
Io giovane sovraeccitato e sconsiderato: finalmente si esce dalla routine.
Poi c’era un altro che s’aggirò nervosamente tutta la notte spiando porte e finestre.
Il sindaco fu il primo a mettersi a letto.
Svegliatemi se è proprio indispensabile.
Due minuti dopo russava beato.

Lavori in corso.

luglio 10, 2015

Guardo ai lavori in corso in campo nazionale per una alternativa da sinistra al PD con molto interesse.

Del resto l’ho auspicata da molto tempo a questa parte.
Tanto tempo.
Appunto.
Forse troppo.

Nel tempo trascorso , da quando è nato il partito malnato, la disaffezione nei confronti dei partiti e della politica ha raggiunto una soglia critica.

Per molti, addirittura un punto di non ritorno.

Conviene riflettere con attenzione su questo inedito stato di fatto.

Inedito. Anche alla luce dell’enorme astensione elettorale che si è verificata in Emilia-Romagna.
Da nessuno prevista in quelle dimensioni.

Conviene misurarsi con uno stato d’animo assai diffuso e con convinzioni profonde , sedimentate in un tempo lungo,  intorno all’irriformabilità della politica che vanno a costituire un humus psicologico, tutt’altro che passeggero.

Troppe e ripetute le delusioni del passato.
Grande lo scetticismo , quando non l’aperta sfiducia anche nei confronti di tutta la sinistra che residua. Dopo la subalternità culturale e politica al cosiddetto pensiero unico che ha dominato almeno gli ultimi vent’anni.

Una sfiducia che in molti si traduce in aperto, amaro dileggio, se non disprezzo, di fronte all’attuale pessima prova dell’intero socialismo europeo sulla questione greca.

S’ è fatto tardi. Molto tardi.

Il rischio che qualsiasi nuova operazione nazionale a sinistra sia considerata come parte di un vecchio mondo è elevatissimo.

Bisogna per questo rinunciare?
Penso di no.

Ma c’è modo e modo.

Il modo sbagliato è dare l’impressione di voler unire quel poco che è rimasto al quell’ancora poco che risulta dalla diaspora nel PD.
Non ci son pezzi da appiccicare in un affrettato puzzle.

C’è da ricostruire.
Con un lavoro di lunga lena le ragioni attuali, la cultura politica, gli ideali e gli imperativi etici(sissignore) di una sinistra del XXI secolo.

E se certo vanno riscoperte e in parte curate e ripiantate alcune radici troppo in fretta divelte nella furia iconoclasta di un nuovismo tanto ipocrita , quanto imbelle alla prova dei fatti e dei misfatti.

E’ utile sapere che non basta.

Va immaginato, progettato e infine realizzato nel tempo, ciò che ancora , in Italia, non è mai stato immaginato, progettato e tantomeno realizzato.

E’ affar nostro.
Ne Greco , né spagnolo.

La peculiarità della nostra vicenda nazionale, sotto il profilo storico e politico , si erge tutta intera davanti a quanti intendono costruire un nuovo soggetto politico: un partito della sinistra, insomma.

Qui e ora non c’è da gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Si sbatterebbe la testa contro l’alto muro di una diffidenza aspra.
Del tutto giustificata.

A vincere la quale son necessarie prove concrete.
Atti politici dirimenti e radicali.
E, prima di tutto comportamenti coerenti e rigorosi che dovranno essere progressivamente e personalmente incarnati dal primo nucleo di un nuovo ceto politico.

Se diamo ancora una volta l’impressione che c’è un passato che non passa nella sinistra, beh allora la festa finisce prima ancora di cominciare.

Forse una tale consapevolezza ( ma mica lo so per certo) spinge Landini a perorare la “coalizione sociale”.

Ciò che so per certo e che qui, a Bologna, ci è venuta in testa l’idea di ripartire da un’altra parte.
In un altro modo.
Con altro approccio.
Con altre modalità.

 

La gente – mi scuso per questo spregevole termine populista così alieno dall’esprit de finesse che ha caratterizzato tanti leader della sinistra – la gente normale che fatica a sbarcare il lunario non ne vuole mezza di operazioni salvifiche che appaiano cadute dall’alto.
Dall’empireo della politica.

Il disincanto che comincia a dilagare nei confronti del bullo fiorentino lo dimostra appieno.

Da qui l’idea di riconsegnare nelle mani dei cittadini , politica e amministrazione del bene comune.
Condizione oggi imprescindibile per risalire alla politica.
La politica : pre-condizione per una cosa che si chiama sinistra.

Scelta demagogica, proposta populista, propensione grillesca, la nostra?

No.
Non credo proprio.

Consapevolezza piena piuttosto di un contesto ormai profondamente cambiato. Segnato  da una sfiducia dura.
Col conseguente e coerente tentativo di far appello alle tante energie vitali di una città che fece della partecipazione alla politica e alla amministrazione un modello di governo (non di governance) da imitare.

Passatismo, nostalgia?
Ancora una volta no.
Semmai rinascita.
Da cercare per vie nuove.

Una coalizione civica è questo essenzialmente.
L’ho già detto. Ma ripetere forse può giovare.

Una lista di coalizione civica è oggi un  mezzo per forzare il nostro passaggio a nord- ovest.
Per risalire la corrente impetuosa della antipolitica a partire dai territori.

Dal loro carico di storia. Dalla loro esperienza sociale ed umana. Dalle attuali condizioni di sofferenza. Dalle recenti disillusioni. Dalla fatica della vita quotidiana che riguarda la stragrande maggioranza delle persone.
Dai più giovani, alla popolazione anziana, alle famiglie.

A me sembra un passaggio , quello dell’alleanza tra cittadini, indispensabile per poter anche solo immaginare una sinistra degna di questo nome negli anni a venire.

 

Par quasi che a Bologna , noi della coalizione civica, facciamo un passo indietro.
Già.
E se in un futuro non lontano ne facessimo due avanti?

 

Chi vuol capire , a sinistra, capisca.
Sarebbe d’uopo.
Anche al fine di non ripetere gli errori del più recente passato.

 

 

 

PS. Mi piacerebbe che a Bologna dove è in atto questo nostro progetto, volto a riscattare la politica dalla miseria in cui versa da tanto tempo, coloro che lavorano per ricostruire la sinistra in Italia ne comprendessero tutte le potenzialità. Ai loro stessi fini. E interagissero , positivamente con esso. Del resto (mi scuso per la sommaria e ineducata conclusione) a Bologna , altra strada non c’è.

Madama la marchesa.

giugno 28, 2015

In attesa che arrivi il gran caldo e con esso i funghi, compulso le cronache cittadine della domenica.

Lettura incrociata di Repubblica e del Corriere.
Istruttiva.
Si apprezzano differenze.
Di poco conto.

Madama la marchesa: da quando si parla di una lista di coalizione civica per il 2016, a Bologna va tutto bene.

“Non vorrei peccare di eccesivo ottimismo” esordisce Aldo Balzanelli (ciao Aldo), per poi lanciarsi arditamente in una lode alla città del sole.

Utopia realizzata in poche righe.

La fulgida figura di mecenate della Seragnoli, la cui famiglia ha offerto a Bologna un contributo straordinario, giustamente riconosciutale dall’università ancora per poco dionigiaca.

Golinelli che ha presentato “il suo regalo” alla città con l’opificio nell’area ex Sabiem.

E , infine, ciliegina sulla torta, “il matrimonio d’interesse” (cui anche chi scrive ha contribuito) di Morgantini con il suo progetto , come sempre coerentemente rivolto ai poveri.

“Sarebbe bello che anche altri” seguissero l’esempio dedicandosi alla beneficienza, conclude Aldo.

Già.

Sarebbe bello.
Persino moralmente doveroso.

Per quanto , come approccio ai problemi sociali, si torni all’inizio del secolo scorso.
Dopo aver liquidato ogni diritto costituzionalmente sancito, si torna alla beneficienza e alle opere di carità.

Ma che bella città.

Una città com’è scritto nell’editoriale del Corriere dove “Bologna è ancora Bologna, dove la vetrina infranta ogni volta trova il modo di rimettere insieme i suoi pezzi ricombinandoli con nuove forme”.

Evvai.

Una città dove il Mast e l’Opificio sono i “due solidissimi pilastri su cui investire , in cui credere , da cui partire per fare in modo che quest’onda cresca e non si fermi più”.

Quale onda esattamente?

Non si scorge da una periferia sempre più degradata. Laddove vive la maggioranza dei bolognesi.

Non si scorge nel deserto di solitudine e spesso di disperazione della popolazione anziana.

E neppure tra i più giovani costretti a lavori servili spesso umilianti e lesivi d’ogni umana dignità.

Non la vedo nel bar sotto casa mia alla Casaralta. Dove non si parla di Mast , né di Opificio, ma solo degli interminabili tempi di attesa per accedere alla sanità pubblica sempre più inefficiente. E dei conseguenti sacrifici per ricorrere a quella privata.
O dove si discute del costo degli asili nido, delle bollette del gas, dell’acqua e del rusco.

Forse una permanenza di qualche mese in alcune vaste zone della periferia di Bologna sarebbe utile a capire che non c’è onda di benessere da surfare allegramente.

E’ piuttosto palude stagnante.

Di povertà.
Sissignore.
Normale povertà.
Dignitosa, ancora.
Ma povertà.

La faticosa povertà di tante famiglie che sbarcano il lunario per arrivare a fine mese.

Fatto questo stage, beninteso gratuitamente, si potrebbe forse arrivare a capire che a Bologna da troppo tempo con una mano si regala e con l’altra si prende.

Semmai dovesse davvero nascere una lista di Coalizione civica bisognerà presentare bene i conti nel dettaglio.
Tra il dare e il prendere.

Si tratterebbe di un calcolo costi benefici che nulla toglie al merito di chi ha dato, ma che forse potrà illuminarci su chi ha preso senza mai dare.

E forse coloro che han preso e prenderanno, che non sono quelli che han dato, azzereranno di gran lunga il generoso contributo di questi ultimi.

Basti citare l’operazione “treno volante” che, tanto per gettar sabbia negli occhi ai cittadini si denomina People Mover. Progetto totalmente inutile ma di forte valenza simbolica innovativa. Partito, grosso modo, all’insegna del project financing.

Quando trovate queste due paroline anglo diffidate , cittadini. Diffidate.

In Italia vuol dire soldi pubblici e ricavi privati.

Un po’ come il FICO. Anche se l’acronimo non parla inglese.

Un momento.
Dietro la foglia del FICO c’è pur sempre Eataly World. Come al mercato di mezzo.
Può mancare il renzista Farinetti a Bologna?
Certo che no.

Sembra abbia detto: “datemi 100 milioni di euro e vi porto nell’area ex Caab milioni di persone, la Disneyland del cibo”.

Va mo’ là.

E , infatti i 100 milioni son arrivati.

Più della metà dal comune di Bologna. A Bologna, da qualche tempo a questa parte, Pantalone paga sempre . Il resto da Fondazioni e coop, fondamentalmente.

C’è da domandarsi se con quei soldi l’amministrazione cittadina avrebbe potuto alleviare almeno in parte la fatica del vivere quotidiano della popolazione più svantaggiata.

Penso di sì.
Ma vuoi mettere? FICO è meglio.

E Farinetti nel FICO?

Beh lui ci ha messo le ossa della polenta.
Figurativamente un milione ma forse molto meno.

Dice, dicono, che al FICO si presenteranno dai sei ai dieci milioni di visitatori paganti all’anno.

See… coda lunga.

Un po’ come tutti quei passeggeri del treno volante che nel frattempo son stati ridimensionati assai.

Ecco questa in breve, è solo una parte dell’altra faccia della luna .
Quella dei Grandi Progetti per Grandi Cittadini.
La minoranza che conta.

Ma l’elenco è lungo assai.
E forse in campagna elettorale sarà illustrato da chi ne sa molto più di me.

Me lo auguro.
Per quel bene comune che non può essere affidato solo alla carità privata.

Bensì ad una decisa ripresa di ruolo del sistema pubblico al totale e pieno servizio dei cittadini. Quelli piccoli e normali.

Non dei vari potentati.

Lista civica.

maggio 29, 2015

Dopo il voto regionale in Emilia –Romagna mi son consolidato ancor più nella idea che non c’è altra strada, nelle prossime amministrative a Bologna, che quella di una lista civica.

Non una delle tante.

La denuncia e la protesta insieme alla sfiducia e alla rassegnazione sono già ampiamente evidenziate nell’altissima astensione dal voto.

Non si tratta di semplicemente di lucrare qualche voto o posto in consiglio comunale raccogliendo genericamente il disagio sotteso a questa diffusa protesta . Tanto per far un dispetto ai ragazzi dello zoo di via Rivani. Che, i dispetti se li fanno già per conto loro.

Al di là e ben prima delle ragioni contingenti che hanno contribuito all’astensionismo, anche di ampi settori dell’elettorato del PD (in primo luogo l’affaire di rimborsopoli ) conviene prendere in considerazione un ambito storico , politico più ampio.

Il tempo in cui viviamo.

Il tempo del precariato diffuso a tutta la società. Senza eccezioni.

Il tempo in cui del doman non c’è certezza. Nel presente si sbarca un faticoso lunario. L’un contro l’altro armati. Condizione resa necessaria dall’assenza di qualsiasi patto sociale.
Tipica la messa in discussione radicale dei diritti acquisiti spacciata come opera riparatrice di giustizia sociale. Non diamo diritti a chi non li ha. Togliamoli a coloro che li hanno ottenuti. Così tutti saranno ugualmente nella merda. Giusto. No?

E’ il discorsetto puerile e infingardo che ci propinano ormai da vent’anni.
Serve a coprire un semplice e duro stato di fatto.

Lo stato nazionale ai tempi della globalizzazione e delle compatibilità finanziarie non è più in grado di mantenere la parola data.

Ogni garanzia , ogni promessa, ogni contratto (compresi quelli nazionali di lavoro) diventano carta straccia.

Generando una condizione esistenziale di permanente insicurezza.
C’è chi parla di uno stato di crisi permanente. Fisiologico. Da accettare. Col quale convivere.

In un tempo indefinito.

Siamo tutti (chi più chi meno) su di un ponte gettato verso il nulla.

Non abbiamo la più pallida idea di ciò che può riservarci il futuro.

Qualcuno interpreta questa generale incertezza, con la relativa angoscia sociale che l’accompagna, come uno stato di transizione.
Una classica fase di passaggio.

Sì ma verso dove?

Potete leggere tutti i libri che volete. Nessuno davvero lo sa e può saperlo.

Solo uno che potesse vivere nel futuro potrebbe voltarsi indietro e spiegarci cosa sta davvero avvenendo adesso e cosa ci riserverà la sorte.
E a che cosa sia finalizzata l’anarchia liberista ordinata da interessi monopolisti di livello globale che c’impone una governabilità improntata a compatibilità economiche che fanno a pugni con bisogni, diritti, necessità umane.

Ma qualcosa del presente sappiamo.

E quel qualcosa dovrebbe servire a almeno a cercar d’incidere sul futuro.

Sappiamo, ad esempio che la vecchia favola che stabiliva un nesso stretto tra capitalismo e democrazia, l’uno condizione dell’altra, ha mostrato da molto tempo a questa parte il suo carattere puramente ideologico.

Sappiamo , ad esempio che il divorzio tra potere e politica nell’epoca del capitalismo di finanza è del tutto compiuto.

Il potere economico decide .

E’ un potere globale di cui non conosciamo nei dettagli neppure i suoi interni meccanismi di funzionamento.
La sua razionalità interna però si fonda sull’accrescimento all’infinito del profitto privato. Perciò ha bisogno di omertà da parte della politica per situarsi in un altrove.
Indistinto. Nebbioso. Inafferrabile .

Un altrove che pur esiste.
S’è costituito sullo spiazzamento degli stati nazionali. Detta le sue leggi non scritte. Orienta anche l’esperimento europeo ormai del tutto incapace di tagliare le unghie al Leviatano globale.

C’è chi come la Germania cerca di sfruttare quest’impotenza per costituirsi in una sorta di Quarto Reich con i paesi nordici al fine di ritagliarsi ,proprio tramite l’Europa, una stabile posizione di rendita nel contesto globale.

C’è chi , come il governo di Renzi cerca di porsi , comunicativamente, (e con qualche successo d’immagine) come restauratore della decisione politica.
Operazione del tutto ingannevole. Perfida. Colpevole.

Tipico il cosiddetto jobs act.

Si fa esattamente ciò che il potere economico vuole. Si stabilizza per legge il precariato. Facendo finta di superarlo.
Tale è la mistificazione di un contratto a “tutele crescenti” che non concede più alcuna tutela. Lavoro servile più che altro.

Ancor più significativa , in prospettiva, la riforma elettorale unita a quella costituzionale. Quest’ultima chiesta direttamente, senza infingimento alcuno, anche da una delle più grandi banche d’affari USA.

L’idea è quella di una “democrazia maggioritaria”.
La negazione in radice d’ogni accettato concetto di democrazia che privilegi, tuteli, garantisca e promuova la rappresentanza politica.

Da tempo è ormai è affermato lo scambio perverso tra rappresentanza e governabilità. Quando dovrebbe esser chiaro, e l’esperienza lo dimostra, che senza effettiva rappresentanza politica non c’è governo democratico possibile.

In verità la governabilità è uno pseudo concetto che prende atto dell’impossibilità, al tempo del potere finanziario globale, di decidere cosa fare, quando farlo e come farlo.
La governabilità anche quando come in Italia assume la forma del decisionismo politico corrisponde ad una resa senza condizioni.

La politica non conta. Non decide mai veramente. Non si costituisce come potere autonomo legittimato dalla delega dei cittadini elettori .
E’ serva del potere economico e delle ragioni del mercato.

Se questo scenario, sommariamente richiamato corrisponde anche solo in parte al presente in cui viviamo si capisce anche perché, particolarmente in Emilia- Romagna, l’astensionismo raggiunga vette così elevate.

Qui la politica in passato era più forte che altrove. Insieme al sistema pubblico. Interpretava più che altrove le domande dei cittadini, che sono sempre richieste di maggiore sicurezza, e relativa e ragionevole tranquillità sul futuro , tramite l’acquisizione di maggiori diritti civili e sociali.

Si può certo revisionisticamente discutere su questo giudizio.
Più opportunamente si potrebbe inserire criticamente questo stato di fatto entro un periodo storico determinato.
All’opposizione nazionale fu garantita per lungo tempo una quota parte di risorse certe da gestire negli ambiti territoriali di propria “competenza”.

Quel che è sicuro è che con il governo del PD di Renzi avviene l’esatto opposto.
Quel decisionismo che serve a Renzi per guadagnare consensi deve , di necessità, scaricare la più gran quantità di problemi in ambito locale. E magari proprio laddove governa il PD di cui lui può disporre a piacimento nella sua qualità di comandante in capo.

Dopo l’abolizione dell’elezione delle province, tanto le regioni che i comuni si avviano a divenire una sorta di discarica dei problemi che Renzi intende schivare.
Dalla scuola, alla casa, all’immigrazione, all’ambiente. E questo mentre si opera un formidabile riaccentramento di funzioni e risorse in capo al governo nazionale.

Dei sindaci d’Italia ce ne può esser uno solo.
E deve poter manovrare lestamente nelle pieghe di un bilancio sempre più scarno in ossequio alle compatibilità del potere economico globale che s’è ormai stabilmente insediato a Bruxelles.

Stante questa situazione anche a Bologna, direi soprattutto a Bologna, il PD non è più in grado di garantire alcunché.
Non lo sarebbe peraltro alcun altro partito, anche quando dovesse continuare a chiamarsi “movimento”.

I Partiti del tempo in cui viviamo si sono liquefatti in gruppi di potere e in logiche puramente personalistiche, quando non apertamente affaristiche, non appena la politica si è arresa al potere.

Chi ha a cuore una democrazia dei partiti volontariamente costituiti dai cittadini, come me, non può che prendere atto dell’attuale disfatta.

E da qui ripartire.

Ripartire dai territori e dalle comunità locali.
Non vedo molte altre possibilità. Non vedo, in particolare la possibilità di ripartire dall’alto.

In questo passaggio verso non si sa dove, in questa transizione, in questo “Stato di crisi” (Bauman) non ci si deve attendere un imput risolutivo dall’alto.

Forse da questa constatazione muove anche l’idea di Landini della coalizione sociale.

Per questo penso che a Bologna verso il 2016 va apprestata una coalizione di cittadini nella paziente e tenace ricostruzione di un legame fiduciario tra di essi. All’insegna di una chiara identificazione di un bene comune e di un interesse generale.

Una lista civica serve a questo o non serve,

Serve a coalizzare persone consapevoli che non ci son più ripari , né garanzie , né sicurezze, né umana dignità nel mare magnum del precariato generalizzato.

Solo diritti aboliti in nome di altri diritti che non ci saranno nell’assenza di nuova rappresentanza politica .

Recuperare rappresentanza politica su basi alternative rispetto al dominante pensiero liberista.

A questo deve servire una lista civica.
Muovendo dai significativi momenti di aggregazione e di proposta, contro l’ulteriore privatizzazione di beni e servizi pubblici essenziali, che a Bologna già influenzano settori importanti dell’opinione pubblica e dell’elettorato dello stesso PD.

Il contrario dell’antipolitica speculativa e parassitaria. Altra faccia dell’impotenza mascherata da decisionismo.

Aggiungo solo che a me sembra di vedere in tutto ciò che già si muove a Bologna , fuori da un establishment ormai decrepito, un primo nucleo di una futura e possibile classe dirigente locale.

Mi par si possa e comunque che si debba compiere un primo passo per ricostruire, nel tempo, le ragioni civili ed etiche di un riscatto della politica.

Da Bologna.
Da dove sennò?

OTTO. (Poi si torna alla politica.Cose da fare a Bologna)

maggio 27, 2015

Trentasei ore . Viaggio compreso. Un battito di ciglia nella naja.

Lavo la mimetica. Con un pezzo di sapone di Marsiglia. Grazie a Mannaja che me l’ha procurato.
Il minimo. Dopo avermi spedito dal maresciallo F.
Ma siam sempre in buoni rapporti.
Proletario e lumpen.
Lana caprina. Roba da studenti fighetti.
Fa poca differenza . Qui.

Ho altro cui pensare.
Lavo e rilavo.
Puzza sempre.

Fortuna che si parte. A far prendere un po’ d’aria. Alla mimetica.
Per la temuta “marcia celere”.

Ingiustamente temuta.

Si viaggia leggeri. Quaranta chilometri. Andata e ritorno.
Niente cappello piumato. Solo fez. Mimetica. Fucile a spallarm.
Fila indiana al margine della strada. Fossi . Odore d’erba. Alberature.
Mondo esterno. Trattori. Contadini. Massaie in bicicletta. Galline nei cortili.
C’è vita. Scorre qua fuori.

Unica sfiga. Il transito dai centri abitati. Di corsa. Fucile a bilanciarm . Al suono della fanfara.

Fanara  in testa. Si volta correndo all’indietro. Sua specialità. Per incitare i “suoi uomini”.
Grido di battaglia: Tigri, tigri, tigri.
Ma va bene.

A parte i cani da pastore. A sorvegliar le tigri.

Sergenti coi controcazzi. Secondo loro.  Ti abbaiano nelle orecchie appena rallenti il passo.
Odiamo i sottoufficiali molto più degli ufficiali.

Li prendiamo per il culo. Dapprima mormorando e poi intonando, a voce a tratti udibile, il nostro inno.

Senti che puzza che c’è per la via/ dev’esser passata la fanteria / della marina ce ne freghiamo un anno prima ci congediamo/ passo di corsa siam bersaglier/ gente che non fa niente che non ha voglia di lavorar/ specialità dell’arma sotto le piante a far l’amor.

Subito seguito da un altro must .

Questa è una corsa di resistenza/chi non resiste non va in licenza/ e chi resiste è un grande fesso/perché in licenza non va lo stesso…

I cani si sguinzagliano lungo la fila cercando d’azzannare qualcuno.
Impossibile per i kapò firmaioli selezionare i reprobi.

Siam solidali.
Solidarietà felina. Contro aggressività canina.

Vogliono farci cantare Il reggimento di papà.

Una puttanata.
Inizia così.

Parte il reggimento , il reggimento di papà/ alto il vessillo al vento che un dì la gloria bacerà…

E finisce così. Più o meno.

Torna il reggimento/ma non torna più papà.

E chissenefrega. Stronzi. Mica siamo in colonia. Siam grandicelli. Duri perfino. Ormai. E la fila è troppo lunga da governare.

Partono mugugni all’unisono.

-state tutti puniti.

See. Un’intera compagnia…
Vallo a dire a Fanara che fa finta di non sentire.

E’ spirito di corpo. Coglioni.
Non vale il testo. Quanto il contesto.

E il contesto siamo noi. Qui a marciare. Celeri. Ginnici. Adrenalinici. Contenti perfino.
Non la daremo vinta alla fatica.
Non perché ce lo dite voi. Perché lo vogliamo noi.
Per far il culo a voi.

Siete stanchi di correre abbaiando?
Noi no.
Pronti ad andare in capo al mondo.

Dopo otto mesi di corsa , per andare al cesso, allo spaccio, in camerata, alla mensa . Al netto della corsa del mattino e del pomeriggio. Cazzo frega a noi?

Noi , a differenza di voi, corriamo verso l’alba.

E infatti i “politici” dell’Alta Italia ’68 intonano a tratti la sempreverde, mutuata dal ritorno delle mondine.

Macchinista, macchinista del vapore/metti l’olio agli stantuffi/ della naja siamo stufi/ ed a casa vogliam andar…

E noi a casa c’andremo.
Voi no.

Voi , firme, dovete morire.

Tu, in particolare. Sergente firmaiolo della 120 .

Corre voce abbia solo diciassette anni. Alto un metro e un cazzo. Sdentato.

A te, sergentucolo l’alba è preclusa.
Sei morto.
Peggio. Sepolto vivo .

E non lo sai.

Non lo sai quando mi urli in faccia spruzzandomi di saliva.
Figlio di grandissima vacca. Dopo tutte le flessioni che mi hai fatto fare potrei strozzarti con la mano sinistra.

E invece, saprò che lo sai.

Me lo dirai tu stesso.

Quando avrò già preparato lo zaino alpino per andarmene in “congedo illimitato ”.

Mi vien il magone , bastardo, mentre mi racconti la cruda vicenda umana che t’ha imposto quella firma.
Mi rimprovero di razzismo quando mi stringi la mano prima di valicare con l’ultima corsetta la porta della Garibaldi.

 

M’auguro ti sia andata bene. Sergente.


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