Il Sindaco.

agosto 7, 2015

1)Il sindaco a volte m’invitava a colazione. Difficile rifiutare.
Più che un invito , una convocazione.
Bisognava andare preparati all’evento.
Erano colazioni di lavoro. Ma l’ordine del giorno spuntava, rapido e sornione, solo al momento del caffè.
Prima di alzarsi dal tavolo.
Zangheri (non mi è mai venuto di chiamarlo Renato) era una buona forchetta. A volte spazzolava tra una chiacchiera e l’altra anche il mio piatto.

Mauro ….cominciava . Mmh, se ti chiamava confidenzialmente per nome vuol dire che ti proponeva qualcosa che non ti sarebbe del tutto piaciuto. Ma che avresti comunque fatto.

Noi ragazzi del ’49 facenti parte del Comitato cittadino del PCI rivendicavamo sull’esempio di Aroldo Tolomelli – cui indegnamente subentrai per ragioni che non ho mai capito del tutto – una certa autonomia del Partito nei confronti dell’amministrazione .

Eravamo spesso in rotta di collisione anche con i membri della giunta comunale. Quasi sempre sollecitati da questo o quel problema sorto in questo o quel quartiere, che ci veniva proposto da militanti, elettori, e sezioni di partito.
Ditelo a Zangheri.
See, facile…

Ci si poteva anche provare, ma il Sindaco dirottava con autorevole abilità il discorso su altri lidi.
O magari ti avanzava lui la proposta di fare una riunione sul tema chiarendo, con breve ,conciso giro parole quale doveva essere il risultato.

2) Le riunioni di segreteria federale , quando raramente arrivava Zangheri.

Dovevano sempre concludersi con un comunicato ufficiale da diffondere alla stampa.
Zangheri non amava perdere tempo.
Si discuteva per il lungo e per il largo e poi il Sindaco tirava fuori la penna.
“Potremmo dire così” e cominciava a scrivere lentamente ,con quella scrittura ordinata ed essenziale. Un piccolo foglietto con l’intestazione del Comune di Bologna sul quale vergava, rigorosamente fronte e retro, il pensiero del Partito.
Mica il suo.

Annunciava ciò che scriveva in modo che alla fine potevamo esser tutti soddisfatti di quel lavoro collegiale.
Poi , immancabilmente aveva un altro impegno, pubblico, e s’alzava lasciando con studiata nonchalance il foglietto su quel tavolo rotondo , attorno al quale imparammo i farci il culo quadro fin da giovani.

3) Una lunga notte del 1974 la passammo in casa del partigiano Leo.
Doveva, poteva esserci il “golpe democratico” di Edgardo Sogno?
Forse.
O forse no.
Ma all’epoca non si trascuravano le indicazioni di Botteghe Oscure.

Non ricordo in quanti eravamo , forse dieci o dodici.
Non descriverò quella graziosa villetta fuori Ozzano all’uopo organizzata in piccola fortezza. Taluni dettagli vanno consegnati ormai, se non alla storia patria, alla memoria dei sopravvissuti.
Né è necessario ricordare tutti i nomi e le cariche dei convenuti.
Cenammo a base di un’enorme varietà di cacciagione nella tavernetta di Leo.
Tolomelli sereno pronto alla battaglia, Zangheri ironico e sorridente a gustare la libagione.
Io giovane sovraeccitato e sconsiderato: finalmente si esce dalla routine.
Poi c’era un altro che s’aggirò nervosamente tutta la notte spiando porte e finestre.
Il sindaco fu il primo a mettersi a letto.
Svegliatemi se è proprio indispensabile.
Due minuti dopo russava beato.

Lavori in corso.

luglio 10, 2015

Guardo ai lavori in corso in campo nazionale per una alternativa da sinistra al PD con molto interesse.

Del resto l’ho auspicata da molto tempo a questa parte.
Tanto tempo.
Appunto.
Forse troppo.

Nel tempo trascorso , da quando è nato il partito malnato, la disaffezione nei confronti dei partiti e della politica ha raggiunto una soglia critica.

Per molti, addirittura un punto di non ritorno.

Conviene riflettere con attenzione su questo inedito stato di fatto.

Inedito. Anche alla luce dell’enorme astensione elettorale che si è verificata in Emilia-Romagna.
Da nessuno prevista in quelle dimensioni.

Conviene misurarsi con uno stato d’animo assai diffuso e con convinzioni profonde , sedimentate in un tempo lungo,  intorno all’irriformabilità della politica che vanno a costituire un humus psicologico, tutt’altro che passeggero.

Troppe e ripetute le delusioni del passato.
Grande lo scetticismo , quando non l’aperta sfiducia anche nei confronti di tutta la sinistra che residua. Dopo la subalternità culturale e politica al cosiddetto pensiero unico che ha dominato almeno gli ultimi vent’anni.

Una sfiducia che in molti si traduce in aperto, amaro dileggio, se non disprezzo, di fronte all’attuale pessima prova dell’intero socialismo europeo sulla questione greca.

S’ è fatto tardi. Molto tardi.

Il rischio che qualsiasi nuova operazione nazionale a sinistra sia considerata come parte di un vecchio mondo è elevatissimo.

Bisogna per questo rinunciare?
Penso di no.

Ma c’è modo e modo.

Il modo sbagliato è dare l’impressione di voler unire quel poco che è rimasto al quell’ancora poco che risulta dalla diaspora nel PD.
Non ci son pezzi da appiccicare in un affrettato puzzle.

C’è da ricostruire.
Con un lavoro di lunga lena le ragioni attuali, la cultura politica, gli ideali e gli imperativi etici(sissignore) di una sinistra del XXI secolo.

E se certo vanno riscoperte e in parte curate e ripiantate alcune radici troppo in fretta divelte nella furia iconoclasta di un nuovismo tanto ipocrita , quanto imbelle alla prova dei fatti e dei misfatti.

E’ utile sapere che non basta.

Va immaginato, progettato e infine realizzato nel tempo, ciò che ancora , in Italia, non è mai stato immaginato, progettato e tantomeno realizzato.

E’ affar nostro.
Ne Greco , né spagnolo.

La peculiarità della nostra vicenda nazionale, sotto il profilo storico e politico , si erge tutta intera davanti a quanti intendono costruire un nuovo soggetto politico: un partito della sinistra, insomma.

Qui e ora non c’è da gettare il cuore oltre l’ostacolo.
Si sbatterebbe la testa contro l’alto muro di una diffidenza aspra.
Del tutto giustificata.

A vincere la quale son necessarie prove concrete.
Atti politici dirimenti e radicali.
E, prima di tutto comportamenti coerenti e rigorosi che dovranno essere progressivamente e personalmente incarnati dal primo nucleo di un nuovo ceto politico.

Se diamo ancora una volta l’impressione che c’è un passato che non passa nella sinistra, beh allora la festa finisce prima ancora di cominciare.

Forse una tale consapevolezza ( ma mica lo so per certo) spinge Landini a perorare la “coalizione sociale”.

Ciò che so per certo e che qui, a Bologna, ci è venuta in testa l’idea di ripartire da un’altra parte.
In un altro modo.
Con altro approccio.
Con altre modalità.

 

La gente – mi scuso per questo spregevole termine populista così alieno dall’esprit de finesse che ha caratterizzato tanti leader della sinistra – la gente normale che fatica a sbarcare il lunario non ne vuole mezza di operazioni salvifiche che appaiano cadute dall’alto.
Dall’empireo della politica.

Il disincanto che comincia a dilagare nei confronti del bullo fiorentino lo dimostra appieno.

Da qui l’idea di riconsegnare nelle mani dei cittadini , politica e amministrazione del bene comune.
Condizione oggi imprescindibile per risalire alla politica.
La politica : pre-condizione per una cosa che si chiama sinistra.

Scelta demagogica, proposta populista, propensione grillesca, la nostra?

No.
Non credo proprio.

Consapevolezza piena piuttosto di un contesto ormai profondamente cambiato. Segnato  da una sfiducia dura.
Col conseguente e coerente tentativo di far appello alle tante energie vitali di una città che fece della partecipazione alla politica e alla amministrazione un modello di governo (non di governance) da imitare.

Passatismo, nostalgia?
Ancora una volta no.
Semmai rinascita.
Da cercare per vie nuove.

Una coalizione civica è questo essenzialmente.
L’ho già detto. Ma ripetere forse può giovare.

Una lista di coalizione civica è oggi un  mezzo per forzare il nostro passaggio a nord- ovest.
Per risalire la corrente impetuosa della antipolitica a partire dai territori.

Dal loro carico di storia. Dalla loro esperienza sociale ed umana. Dalle attuali condizioni di sofferenza. Dalle recenti disillusioni. Dalla fatica della vita quotidiana che riguarda la stragrande maggioranza delle persone.
Dai più giovani, alla popolazione anziana, alle famiglie.

A me sembra un passaggio , quello dell’alleanza tra cittadini, indispensabile per poter anche solo immaginare una sinistra degna di questo nome negli anni a venire.

 

Par quasi che a Bologna , noi della coalizione civica, facciamo un passo indietro.
Già.
E se in un futuro non lontano ne facessimo due avanti?

 

Chi vuol capire , a sinistra, capisca.
Sarebbe d’uopo.
Anche al fine di non ripetere gli errori del più recente passato.

 

 

 

PS. Mi piacerebbe che a Bologna dove è in atto questo nostro progetto, volto a riscattare la politica dalla miseria in cui versa da tanto tempo, coloro che lavorano per ricostruire la sinistra in Italia ne comprendessero tutte le potenzialità. Ai loro stessi fini. E interagissero , positivamente con esso. Del resto (mi scuso per la sommaria e ineducata conclusione) a Bologna , altra strada non c’è.

Madama la marchesa.

giugno 28, 2015

In attesa che arrivi il gran caldo e con esso i funghi, compulso le cronache cittadine della domenica.

Lettura incrociata di Repubblica e del Corriere.
Istruttiva.
Si apprezzano differenze.
Di poco conto.

Madama la marchesa: da quando si parla di una lista di coalizione civica per il 2016, a Bologna va tutto bene.

“Non vorrei peccare di eccesivo ottimismo” esordisce Aldo Balzanelli (ciao Aldo), per poi lanciarsi arditamente in una lode alla città del sole.

Utopia realizzata in poche righe.

La fulgida figura di mecenate della Seragnoli, la cui famiglia ha offerto a Bologna un contributo straordinario, giustamente riconosciutale dall’università ancora per poco dionigiaca.

Golinelli che ha presentato “il suo regalo” alla città con l’opificio nell’area ex Sabiem.

E , infine, ciliegina sulla torta, “il matrimonio d’interesse” (cui anche chi scrive ha contribuito) di Morgantini con il suo progetto , come sempre coerentemente rivolto ai poveri.

“Sarebbe bello che anche altri” seguissero l’esempio dedicandosi alla beneficienza, conclude Aldo.

Già.

Sarebbe bello.
Persino moralmente doveroso.

Per quanto , come approccio ai problemi sociali, si torni all’inizio del secolo scorso.
Dopo aver liquidato ogni diritto costituzionalmente sancito, si torna alla beneficienza e alle opere di carità.

Ma che bella città.

Una città com’è scritto nell’editoriale del Corriere dove “Bologna è ancora Bologna, dove la vetrina infranta ogni volta trova il modo di rimettere insieme i suoi pezzi ricombinandoli con nuove forme”.

Evvai.

Una città dove il Mast e l’Opificio sono i “due solidissimi pilastri su cui investire , in cui credere , da cui partire per fare in modo che quest’onda cresca e non si fermi più”.

Quale onda esattamente?

Non si scorge da una periferia sempre più degradata. Laddove vive la maggioranza dei bolognesi.

Non si scorge nel deserto di solitudine e spesso di disperazione della popolazione anziana.

E neppure tra i più giovani costretti a lavori servili spesso umilianti e lesivi d’ogni umana dignità.

Non la vedo nel bar sotto casa mia alla Casaralta. Dove non si parla di Mast , né di Opificio, ma solo degli interminabili tempi di attesa per accedere alla sanità pubblica sempre più inefficiente. E dei conseguenti sacrifici per ricorrere a quella privata.
O dove si discute del costo degli asili nido, delle bollette del gas, dell’acqua e del rusco.

Forse una permanenza di qualche mese in alcune vaste zone della periferia di Bologna sarebbe utile a capire che non c’è onda di benessere da surfare allegramente.

E’ piuttosto palude stagnante.

Di povertà.
Sissignore.
Normale povertà.
Dignitosa, ancora.
Ma povertà.

La faticosa povertà di tante famiglie che sbarcano il lunario per arrivare a fine mese.

Fatto questo stage, beninteso gratuitamente, si potrebbe forse arrivare a capire che a Bologna da troppo tempo con una mano si regala e con l’altra si prende.

Semmai dovesse davvero nascere una lista di Coalizione civica bisognerà presentare bene i conti nel dettaglio.
Tra il dare e il prendere.

Si tratterebbe di un calcolo costi benefici che nulla toglie al merito di chi ha dato, ma che forse potrà illuminarci su chi ha preso senza mai dare.

E forse coloro che han preso e prenderanno, che non sono quelli che han dato, azzereranno di gran lunga il generoso contributo di questi ultimi.

Basti citare l’operazione “treno volante” che, tanto per gettar sabbia negli occhi ai cittadini si denomina People Mover. Progetto totalmente inutile ma di forte valenza simbolica innovativa. Partito, grosso modo, all’insegna del project financing.

Quando trovate queste due paroline anglo diffidate , cittadini. Diffidate.

In Italia vuol dire soldi pubblici e ricavi privati.

Un po’ come il FICO. Anche se l’acronimo non parla inglese.

Un momento.
Dietro la foglia del FICO c’è pur sempre Eataly World. Come al mercato di mezzo.
Può mancare il renzista Farinetti a Bologna?
Certo che no.

Sembra abbia detto: “datemi 100 milioni di euro e vi porto nell’area ex Caab milioni di persone, la Disneyland del cibo”.

Va mo’ là.

E , infatti i 100 milioni son arrivati.

Più della metà dal comune di Bologna. A Bologna, da qualche tempo a questa parte, Pantalone paga sempre . Il resto da Fondazioni e coop, fondamentalmente.

C’è da domandarsi se con quei soldi l’amministrazione cittadina avrebbe potuto alleviare almeno in parte la fatica del vivere quotidiano della popolazione più svantaggiata.

Penso di sì.
Ma vuoi mettere? FICO è meglio.

E Farinetti nel FICO?

Beh lui ci ha messo le ossa della polenta.
Figurativamente un milione ma forse molto meno.

Dice, dicono, che al FICO si presenteranno dai sei ai dieci milioni di visitatori paganti all’anno.

See… coda lunga.

Un po’ come tutti quei passeggeri del treno volante che nel frattempo son stati ridimensionati assai.

Ecco questa in breve, è solo una parte dell’altra faccia della luna .
Quella dei Grandi Progetti per Grandi Cittadini.
La minoranza che conta.

Ma l’elenco è lungo assai.
E forse in campagna elettorale sarà illustrato da chi ne sa molto più di me.

Me lo auguro.
Per quel bene comune che non può essere affidato solo alla carità privata.

Bensì ad una decisa ripresa di ruolo del sistema pubblico al totale e pieno servizio dei cittadini. Quelli piccoli e normali.

Non dei vari potentati.

Lista civica.

maggio 29, 2015

Dopo il voto regionale in Emilia –Romagna mi son consolidato ancor più nella idea che non c’è altra strada, nelle prossime amministrative a Bologna, che quella di una lista civica.

Non una delle tante.

La denuncia e la protesta insieme alla sfiducia e alla rassegnazione sono già ampiamente evidenziate nell’altissima astensione dal voto.

Non si tratta di semplicemente di lucrare qualche voto o posto in consiglio comunale raccogliendo genericamente il disagio sotteso a questa diffusa protesta . Tanto per far un dispetto ai ragazzi dello zoo di via Rivani. Che, i dispetti se li fanno già per conto loro.

Al di là e ben prima delle ragioni contingenti che hanno contribuito all’astensionismo, anche di ampi settori dell’elettorato del PD (in primo luogo l’affaire di rimborsopoli ) conviene prendere in considerazione un ambito storico , politico più ampio.

Il tempo in cui viviamo.

Il tempo del precariato diffuso a tutta la società. Senza eccezioni.

Il tempo in cui del doman non c’è certezza. Nel presente si sbarca un faticoso lunario. L’un contro l’altro armati. Condizione resa necessaria dall’assenza di qualsiasi patto sociale.
Tipica la messa in discussione radicale dei diritti acquisiti spacciata come opera riparatrice di giustizia sociale. Non diamo diritti a chi non li ha. Togliamoli a coloro che li hanno ottenuti. Così tutti saranno ugualmente nella merda. Giusto. No?

E’ il discorsetto puerile e infingardo che ci propinano ormai da vent’anni.
Serve a coprire un semplice e duro stato di fatto.

Lo stato nazionale ai tempi della globalizzazione e delle compatibilità finanziarie non è più in grado di mantenere la parola data.

Ogni garanzia , ogni promessa, ogni contratto (compresi quelli nazionali di lavoro) diventano carta straccia.

Generando una condizione esistenziale di permanente insicurezza.
C’è chi parla di uno stato di crisi permanente. Fisiologico. Da accettare. Col quale convivere.

In un tempo indefinito.

Siamo tutti (chi più chi meno) su di un ponte gettato verso il nulla.

Non abbiamo la più pallida idea di ciò che può riservarci il futuro.

Qualcuno interpreta questa generale incertezza, con la relativa angoscia sociale che l’accompagna, come uno stato di transizione.
Una classica fase di passaggio.

Sì ma verso dove?

Potete leggere tutti i libri che volete. Nessuno davvero lo sa e può saperlo.

Solo uno che potesse vivere nel futuro potrebbe voltarsi indietro e spiegarci cosa sta davvero avvenendo adesso e cosa ci riserverà la sorte.
E a che cosa sia finalizzata l’anarchia liberista ordinata da interessi monopolisti di livello globale che c’impone una governabilità improntata a compatibilità economiche che fanno a pugni con bisogni, diritti, necessità umane.

Ma qualcosa del presente sappiamo.

E quel qualcosa dovrebbe servire a almeno a cercar d’incidere sul futuro.

Sappiamo, ad esempio che la vecchia favola che stabiliva un nesso stretto tra capitalismo e democrazia, l’uno condizione dell’altra, ha mostrato da molto tempo a questa parte il suo carattere puramente ideologico.

Sappiamo , ad esempio che il divorzio tra potere e politica nell’epoca del capitalismo di finanza è del tutto compiuto.

Il potere economico decide .

E’ un potere globale di cui non conosciamo nei dettagli neppure i suoi interni meccanismi di funzionamento.
La sua razionalità interna però si fonda sull’accrescimento all’infinito del profitto privato. Perciò ha bisogno di omertà da parte della politica per situarsi in un altrove.
Indistinto. Nebbioso. Inafferrabile .

Un altrove che pur esiste.
S’è costituito sullo spiazzamento degli stati nazionali. Detta le sue leggi non scritte. Orienta anche l’esperimento europeo ormai del tutto incapace di tagliare le unghie al Leviatano globale.

C’è chi come la Germania cerca di sfruttare quest’impotenza per costituirsi in una sorta di Quarto Reich con i paesi nordici al fine di ritagliarsi ,proprio tramite l’Europa, una stabile posizione di rendita nel contesto globale.

C’è chi , come il governo di Renzi cerca di porsi , comunicativamente, (e con qualche successo d’immagine) come restauratore della decisione politica.
Operazione del tutto ingannevole. Perfida. Colpevole.

Tipico il cosiddetto jobs act.

Si fa esattamente ciò che il potere economico vuole. Si stabilizza per legge il precariato. Facendo finta di superarlo.
Tale è la mistificazione di un contratto a “tutele crescenti” che non concede più alcuna tutela. Lavoro servile più che altro.

Ancor più significativa , in prospettiva, la riforma elettorale unita a quella costituzionale. Quest’ultima chiesta direttamente, senza infingimento alcuno, anche da una delle più grandi banche d’affari USA.

L’idea è quella di una “democrazia maggioritaria”.
La negazione in radice d’ogni accettato concetto di democrazia che privilegi, tuteli, garantisca e promuova la rappresentanza politica.

Da tempo è ormai è affermato lo scambio perverso tra rappresentanza e governabilità. Quando dovrebbe esser chiaro, e l’esperienza lo dimostra, che senza effettiva rappresentanza politica non c’è governo democratico possibile.

In verità la governabilità è uno pseudo concetto che prende atto dell’impossibilità, al tempo del potere finanziario globale, di decidere cosa fare, quando farlo e come farlo.
La governabilità anche quando come in Italia assume la forma del decisionismo politico corrisponde ad una resa senza condizioni.

La politica non conta. Non decide mai veramente. Non si costituisce come potere autonomo legittimato dalla delega dei cittadini elettori .
E’ serva del potere economico e delle ragioni del mercato.

Se questo scenario, sommariamente richiamato corrisponde anche solo in parte al presente in cui viviamo si capisce anche perché, particolarmente in Emilia- Romagna, l’astensionismo raggiunga vette così elevate.

Qui la politica in passato era più forte che altrove. Insieme al sistema pubblico. Interpretava più che altrove le domande dei cittadini, che sono sempre richieste di maggiore sicurezza, e relativa e ragionevole tranquillità sul futuro , tramite l’acquisizione di maggiori diritti civili e sociali.

Si può certo revisionisticamente discutere su questo giudizio.
Più opportunamente si potrebbe inserire criticamente questo stato di fatto entro un periodo storico determinato.
All’opposizione nazionale fu garantita per lungo tempo una quota parte di risorse certe da gestire negli ambiti territoriali di propria “competenza”.

Quel che è sicuro è che con il governo del PD di Renzi avviene l’esatto opposto.
Quel decisionismo che serve a Renzi per guadagnare consensi deve , di necessità, scaricare la più gran quantità di problemi in ambito locale. E magari proprio laddove governa il PD di cui lui può disporre a piacimento nella sua qualità di comandante in capo.

Dopo l’abolizione dell’elezione delle province, tanto le regioni che i comuni si avviano a divenire una sorta di discarica dei problemi che Renzi intende schivare.
Dalla scuola, alla casa, all’immigrazione, all’ambiente. E questo mentre si opera un formidabile riaccentramento di funzioni e risorse in capo al governo nazionale.

Dei sindaci d’Italia ce ne può esser uno solo.
E deve poter manovrare lestamente nelle pieghe di un bilancio sempre più scarno in ossequio alle compatibilità del potere economico globale che s’è ormai stabilmente insediato a Bruxelles.

Stante questa situazione anche a Bologna, direi soprattutto a Bologna, il PD non è più in grado di garantire alcunché.
Non lo sarebbe peraltro alcun altro partito, anche quando dovesse continuare a chiamarsi “movimento”.

I Partiti del tempo in cui viviamo si sono liquefatti in gruppi di potere e in logiche puramente personalistiche, quando non apertamente affaristiche, non appena la politica si è arresa al potere.

Chi ha a cuore una democrazia dei partiti volontariamente costituiti dai cittadini, come me, non può che prendere atto dell’attuale disfatta.

E da qui ripartire.

Ripartire dai territori e dalle comunità locali.
Non vedo molte altre possibilità. Non vedo, in particolare la possibilità di ripartire dall’alto.

In questo passaggio verso non si sa dove, in questa transizione, in questo “Stato di crisi” (Bauman) non ci si deve attendere un imput risolutivo dall’alto.

Forse da questa constatazione muove anche l’idea di Landini della coalizione sociale.

Per questo penso che a Bologna verso il 2016 va apprestata una coalizione di cittadini nella paziente e tenace ricostruzione di un legame fiduciario tra di essi. All’insegna di una chiara identificazione di un bene comune e di un interesse generale.

Una lista civica serve a questo o non serve,

Serve a coalizzare persone consapevoli che non ci son più ripari , né garanzie , né sicurezze, né umana dignità nel mare magnum del precariato generalizzato.

Solo diritti aboliti in nome di altri diritti che non ci saranno nell’assenza di nuova rappresentanza politica .

Recuperare rappresentanza politica su basi alternative rispetto al dominante pensiero liberista.

A questo deve servire una lista civica.
Muovendo dai significativi momenti di aggregazione e di proposta, contro l’ulteriore privatizzazione di beni e servizi pubblici essenziali, che a Bologna già influenzano settori importanti dell’opinione pubblica e dell’elettorato dello stesso PD.

Il contrario dell’antipolitica speculativa e parassitaria. Altra faccia dell’impotenza mascherata da decisionismo.

Aggiungo solo che a me sembra di vedere in tutto ciò che già si muove a Bologna , fuori da un establishment ormai decrepito, un primo nucleo di una futura e possibile classe dirigente locale.

Mi par si possa e comunque che si debba compiere un primo passo per ricostruire, nel tempo, le ragioni civili ed etiche di un riscatto della politica.

Da Bologna.
Da dove sennò?

OTTO. (Poi si torna alla politica.Cose da fare a Bologna)

maggio 27, 2015

Trentasei ore . Viaggio compreso. Un battito di ciglia nella naja.

Lavo la mimetica. Con un pezzo di sapone di Marsiglia. Grazie a Mannaja che me l’ha procurato.
Il minimo. Dopo avermi spedito dal maresciallo F.
Ma siam sempre in buoni rapporti.
Proletario e lumpen.
Lana caprina. Roba da studenti fighetti.
Fa poca differenza . Qui.

Ho altro cui pensare.
Lavo e rilavo.
Puzza sempre.

Fortuna che si parte. A far prendere un po’ d’aria. Alla mimetica.
Per la temuta “marcia celere”.

Ingiustamente temuta.

Si viaggia leggeri. Quaranta chilometri. Andata e ritorno.
Niente cappello piumato. Solo fez. Mimetica. Fucile a spallarm.
Fila indiana al margine della strada. Fossi . Odore d’erba. Alberature.
Mondo esterno. Trattori. Contadini. Massaie in bicicletta. Galline nei cortili.
C’è vita. Scorre qua fuori.

Unica sfiga. Il transito dai centri abitati. Di corsa. Fucile a bilanciarm . Al suono della fanfara.

Fanara  in testa. Si volta correndo all’indietro. Sua specialità. Per incitare i “suoi uomini”.
Grido di battaglia: Tigri, tigri, tigri.
Ma va bene.

A parte i cani da pastore. A sorvegliar le tigri.

Sergenti coi controcazzi. Secondo loro.  Ti abbaiano nelle orecchie appena rallenti il passo.
Odiamo i sottoufficiali molto più degli ufficiali.

Li prendiamo per il culo. Dapprima mormorando e poi intonando, a voce a tratti udibile, il nostro inno.

Senti che puzza che c’è per la via/ dev’esser passata la fanteria / della marina ce ne freghiamo un anno prima ci congediamo/ passo di corsa siam bersaglier/ gente che non fa niente che non ha voglia di lavorar/ specialità dell’arma sotto le piante a far l’amor.

Subito seguito da un altro must .

Questa è una corsa di resistenza/chi non resiste non va in licenza/ e chi resiste è un grande fesso/perché in licenza non va lo stesso…

I cani si sguinzagliano lungo la fila cercando d’azzannare qualcuno.
Impossibile per i kapò firmaioli selezionare i reprobi.

Siam solidali.
Solidarietà felina. Contro aggressività canina.

Vogliono farci cantare Il reggimento di papà.

Una puttanata.
Inizia così.

Parte il reggimento , il reggimento di papà/ alto il vessillo al vento che un dì la gloria bacerà…

E finisce così. Più o meno.

Torna il reggimento/ma non torna più papà.

E chissenefrega. Stronzi. Mica siamo in colonia. Siam grandicelli. Duri perfino. Ormai. E la fila è troppo lunga da governare.

Partono mugugni all’unisono.

-state tutti puniti.

See. Un’intera compagnia…
Vallo a dire a Fanara che fa finta di non sentire.

E’ spirito di corpo. Coglioni.
Non vale il testo. Quanto il contesto.

E il contesto siamo noi. Qui a marciare. Celeri. Ginnici. Adrenalinici. Contenti perfino.
Non la daremo vinta alla fatica.
Non perché ce lo dite voi. Perché lo vogliamo noi.
Per far il culo a voi.

Siete stanchi di correre abbaiando?
Noi no.
Pronti ad andare in capo al mondo.

Dopo otto mesi di corsa , per andare al cesso, allo spaccio, in camerata, alla mensa . Al netto della corsa del mattino e del pomeriggio. Cazzo frega a noi?

Noi , a differenza di voi, corriamo verso l’alba.

E infatti i “politici” dell’Alta Italia ’68 intonano a tratti la sempreverde, mutuata dal ritorno delle mondine.

Macchinista, macchinista del vapore/metti l’olio agli stantuffi/ della naja siamo stufi/ ed a casa vogliam andar…

E noi a casa c’andremo.
Voi no.

Voi , firme, dovete morire.

Tu, in particolare. Sergente firmaiolo della 120 .

Corre voce abbia solo diciassette anni. Alto un metro e un cazzo. Sdentato.

A te, sergentucolo l’alba è preclusa.
Sei morto.
Peggio. Sepolto vivo .

E non lo sai.

Non lo sai quando mi urli in faccia spruzzandomi di saliva.
Figlio di grandissima vacca. Dopo tutte le flessioni che mi hai fatto fare potrei strozzarti con la mano sinistra.

E invece, saprò che lo sai.

Me lo dirai tu stesso.

Quando avrò già preparato lo zaino alpino per andarmene in “congedo illimitato ”.

Mi vien il magone , bastardo, mentre mi racconti la cruda vicenda umana che t’ha imposto quella firma.
Mi rimprovero di razzismo quando mi stringi la mano prima di valicare con l’ultima corsetta la porta della Garibaldi.

 

M’auguro ti sia andata bene. Sergente.

Sette.

maggio 25, 2015

Mannaja è un lungagnone calabrese .

Testa a pera . Non riesce ad imprimere al fez il necessario effetto sturacessi che lo tiene incollato alla nuca.
Se lo piazza dritto in cima alla testa. Se ne frega dei continui cazziatoni.
Lo incontro mentre ritorna dall’officina. Assegnato alla manutenzione dei mezzi.
Manovale meccanico.
Giustamente. Nella vita fa il falegname.
Razionalità imperscrutabile dell’E.I.

-mannaja la madonna come sei pallido.

In effetti non mi son del tutto rimesso. Poco appetito. Fiatella con sentore di ruta.

Parliamo.
M’è simpatico con quel suo intercalare.

Sa tutto ciò che bisogna sapere intorno alla sopravvivenza in ambiente militare ostile.
Non a caso è riuscito ad imboscarsi subito.
Un suo conterraneo, è ugualmente riparato. In fureria. Nientemeno.

-mannaja, il mio amico ieri sera è andato alla stazione.
-a far che?
-mannaja a farsi caricare in macchina.
-Prego?
-mannaja la madonna , ha trovato uno con un sacco di soldi. Dice che ci torna anche stasera così manda qualcosa a casa.

Capito.

Chiedo.

-ci vuoi andare anche tu?

-non so, mannaja. A casa mia non va bene. Mio pàtri s’è rotto una gamba . Caduto da un’impalcatura. Tu sei fortunato , mannaja, in trentasei ore puoi arrivare a casa e tornare.

-già ma come faccio a farmi dare un trentasei ore?

-fai la corvée reggimentale una domenica e poi lo chiedi. Ti spetta. Come premio.

-sei sicuro?

– faccio chiedere al maresciallo. Dall’amico mio. Se non ci son puniti e ti offri volontario vedrai che te lo danno.

Verifico per la domenica prossima. Alla mortai da 120 c’è un solo punito destinato alla corvée reggimentale. Servono due bersaglieri . C’è un posto libero.

Il punito lo conosco. Lo conoscono tutti.
Un napoletano. Il reietto della compagnia.
Sta in punizione . A vita.
Per scelta. Si direbbe.
Manda a far in culo sergenti e caporali. Guarda gli ufficiali di sguincio. Un permanente sorrisetto ironico trapela da una faccia velata di tristezza antica.
La sua indipendenza gli rende la vita difficile.
Lo vedo sempre in tutta mimetica. Tenuta da lavoro/ combattimento.
Nell’esercito di leva non esiste una tenuta da fatica. Fai tutto con la mimetica.

M’informo.
Conferma che per avere un permesso breve ci son quelli che s’offrono volontari per “spalar la munnezza”.

-se lo chiedi, quel ricchione del maresciallo un trentasei ore non te lo può rifiutare.
Ma son cazzi tuoi. Caso mai ci vediamo domenica .
Rinto a’ merda.

Buon viatico .

Domenica. Si parte.
Io e Napoli. Nel cassone di un CL.
CL.
Facile. Fantasia dell’E.I : camion leggero.
E CM o CP?
Lascio indovinare.

Comunque il nostro è un CL adibito alla raccolta dei rifiuti. Lo s’intuisce. A naso. Già da una certa distanza.
Facciamo il giro del settore della caserma a noi assegnato.

Dietro la mensa.
Un maresciallo capo s’incazza subito con me.
Ho la pessima idea di cercar di vomitare la colazione che non ho fatto.
Alla sola vista di una montagna di teste e zampe di pollo che ivi giacciono dal lunedì scorso. All’ombra spessa di una nuvola di mosche feroci.

-non fare la fighetta prendi su e carica.

-con cosa carico? Dico.

-la tua mamma era troppo impegnata altrove e s’è dimenticata di farti le mani?
Prendi questi.

Mi getta in faccia un paio di guanti di tela cerata. A giudicare dal lezzo che emanano son stati usati per la prima volta nella guerra di Crimea.

Carichiamo il CL.
Cassone stipato.

Finalmente andiamo. M’accingo a salire in cabina. Mentre Napoli mi guarda con quel suo ghignetto triste.

-oh ma dove credi d’andare ?
Mi fa l’autiere.

Capito.
C’è un posto riservato per me e Napoli in mezzo alle teste di pollo ed altre indistinte frattaglie.

Viaggiamo.
Rinto a’ merda.
Fino alla discarica.

Cerco di tenere la testa in presa d’aria.
Non serve.
Conati più che altro.

Il CL ha il ribaltabile. Perché Dio forse esiste.

Torniamo .

Scopro che per gli eroi della munnezza è prevista una doccia straordinaria la domenica pomeriggio.
Sì. Dio c’è.

Solita procedura.
La conoscete . Immagino.

Primo urlo.
-Acqua!

Secondo .
-sapone!

Terzo ed ultimo.
-togliersi il sapone!

Doccia finita.
Quattro minuti. Precisi.

 

Domani vado in fureria a pretendere il permesso.

 

Ci sono .
Dal maresciallo maggiore F. Uomo di mezza età, brizzolato, decisamente sovrappeso. Tratto ambiguo. Penso.

-vieni avanti bersagliere. Vuoi un permesso m’hanno detto.
Spiego che mi son offerto volontario con tutto ciò che segue.

– Ma certo, vieni qui. Non aver timore . Non stare lì impalato.
S’alza da dietro la scrivania e mi prende per un braccio. Mano diafana.
Su mettiti comodo che parliamo un po’.

– Mi scusi Maresciallo ma son di servizio di guardia . Devo andare. O sarò punito.

Saluto e rinculo con un dietrofront tutt’altro che impeccabile. Precipitosa fuga per le scale.

A mezzo incontro Fanara.
Cazzo.
Freno di colpo.
Saluto sbattendomi sull’attenti.

Ricambia il saluto. Passa oltre poi si ferma. Si volta verso di me.

-bersagliere, qualcosa non va?

-No signor Tenente. Ero andato dal maresciallo a chiedere un permesso dopo la corvée di ieri…

– Ah eri in punizione.

Faccia rabbuiata.

-no signor tenente. Mi son offerto volontario. Per un trentasei ore.

Mi guarda come fossi l’ultimo degli imbecilli.

– Sei andato dal maresciallo hai detto?
-Signorsì.

Smorfia tipica di disapprovazione. Appena un’increspatura all’angolo della bocca.

– Bersagliere, per avere un permesso breve non c’è bisogno di fare corvée volontarie. Né altro. Basta fare il proprio dovere.

Esibizione gratuita di una chiostra di zanne bianche. Il sorriso della tigre.

-Domani trovi il tuo trentasei nella bacheca della compagnia.
Buon viaggio.

 

Mannaja!

SEI. (poi vediamo)

maggio 18, 2015

Lustro gli anfibi.
Spazzola , sputo. Sputo spazzola.
Libera uscita.
Decoro. Anzitutto.
Ci controlliamo a vicenda.
Capelli sulla nuca. Rasi. Bene.
Barba fatta. Contropelo raschiato. Bene. Guance infuocate. Di mio son quasi del tutto imberbe.
Pantaloni rimboccati con apposti elastici. La piega cade come si deve. Bene.
Nodo della cravatta. Regolamentare. Né piccolo , né grande. Né stretto , né lasco. Bene.

Il problema. Il cappello. Da bersagliere. Lo sarà sempre.
Rigido. Una padella. Senza manico. Deve essere inclinato quarantacinque gradi a destra.
A coprire metà del sopracciglio e stritolare l’orecchio.
Un tormento. Stivaletto malese sadicamente concepito per la testa.
Originariamente serviva a tener libera la visione sul bersaglio.
Agevolare la mira.

Le piume dovrebbero essere di gallo cedrone.
Alzi la mano chi ha mai visto un gallo cedrone in libertà. In Friuli.
Li hanno ammazzati tutti. Piume per bersaglieri.

Ciuffetto sparuto.

Dopo l’uso ormai semestrale, passandolo di volta in volta dal cappello all’elmetto, s’erge come un culo d’anitra rozzamente spennato.
Poco dignitoso.

Chi ha reddito disponibile può acquistare a carissimo prezzo un piumetto fuori ordinanza nei negozi all’uopo specializzati di Sacile. Lo può fare solo verso la fine della naja. A tre mesi dall’alba.

Piume lunghe. Ricadono morbide. Fluenti. Sulla spalla.
Ci s’immagina che le ragazze ne ammirino la lussureggiante, piumosa cascata.
Ci s’immagina.

Stasera follie.

Tonico.
Ginnico. Come direbbe Fanara.

Vado con C. Magazziniere. Di Milano. Vanta una militanza di un certo spessore nel MS.
A sentir lui.

Sosta obbligata per me. Come sempre in libera uscita.
Son pescatore di fiume. Occhio allenato. Scruto , voglioso e frustrato, le trote guizzanti nelle acque limpide del Livenza che taglia a metà la muy linda cittadina.

Poi diritti. Passo moderatamente fiero. Verso il miglior albergo ristorante di Sacile.
Bistecca e patate fritte. In quantità industriale . Quest’ultime. Tocai a quartini. Poi mezzi litri che diventano litri.
Distrattamente penso che non avevo mai bevuto un bicchier di vino prima di arrivare alla compagnia Tigri.

Cazzeggiamo. Insieme ad altri arrivati dopo di noi.

Attraverso la sala affollata transita la figura austera del comandante di battaglione.
Il colonnello. Sale le scale. Indifferente. L’abbiamo visto altre volte. E’ ospite dell’albergo.
Zona franca . Siamo in un locale pubblico. Niente obbligo di scattare nel saluto.

Tutto normale. In regola.

Due grappe.  Altre due. Le prime grappe della mia vita. Prime ed ultime.
Odio la grappa dopo quella sbornia.
Non è ancora arrivata . Ma è vicina.

Tra me e C. giudicando d’aver bevuto abbastanza.  Passiamo al dessert.
Ci spartiamo equamente da buoni compagni, seppur di diverse tendenze, la ruta contenuta nella bottiglia.

Mastichiamo veloci l’erbetta . Con l’occhio all’orologio.
Dieci e trenta. Rientro obbligatorio.

Non c’andiamo con le nostre gambe.

 

-Bersaglieri pagate il conto e seguitemi!

Un sergente col quale son in confidenza. Un AUC. Buono. Accompagnato dalla pattuglia.

Ormai non son più rospo.
Reagisco.

-Cazzo dici sergente siamo in libera uscita.

– Siete due coglioni vi ha visti il comandante.
– E allora?
– Allora, il tuo giubbetto ha un bottone slacciato e questo (indicando il mio commilitone/compagno) l’ha addirittura aperto del tutto. Il colonnello ha telefonato all’ufficiale di picchetto. Ci ha mandati a prelevarvi.

Ci caricano sull’AR.
Stretti all’inverosimile . Se uno sa quant’è poco capiente un AR.

Son tranquillo.
Seereno. In veloce spirale la sbornia sta arrivando.

Scortati. In camerata a cambiarci. Tuta mimetica e materasso sulle spalle.
Procedura consueta per la cella di rigore.

Una notte. Per non aver mantenuto il decoro dovuto alla divisa.

Son contento.
Va tutto bene.
Basta dormire.

 

Problema.

Ci son due porte.

-Bersagliere!
– Comandi!
– Entra.
Indicando la cella.
– Signorsì.

 

Sbatto la testa contro il muro.
Realizzo che forse son ubriaco.
Può essere.
Massì. Ammettiamolo.

Nessun problema.
So di esserlo. Tanto basta.
Mi comporto di conseguenza.

Se la prima porta non l’ho centrata, sarà buona la seconda. Son due. Non si può sbagliare.

Sbaglio. Altra testata. Muro.

 

Problema.
Risolvibile però.

 

Mi ricapitolo. Consapevole. Nell’ebbrezza.

Son ubriaco. So da racconti orali che nel mio peculiare stato, capita di vederci doppio.

Ma ragiono beenissimo.
Lucido.

Due porte. Entrambe sbagliate.

 

Semplice.

 

Mi butto. Ardimento reso necessario dallo sguardo poco comprensivo dell’ufficiale di picchetto. Nello spazio tra le due porte.

Fin troppo ovvio. Se l’una porta non è dove dovrebbe essere, l’altra neppure, ti butti in mezzo.

Matematica. Ragazzi.

Sbagliato. Testata . Severa. Stavolta.

Lo slancio tipico di noi Tigri m’ha fregato. M’accascio.
Infermeria. Cerottone sulla fronte. E , traballante in cella. Sorretto dalla guardia.

 

La cella di rigore è situata nel seminterrato del corpo di guardia. Non ha finestre.
Aria pesante. D’ammoniaca. Sentore rancido del piscio di quelli che m’hanno preceduto.
Vomito a intermittenza fino all’alba.

 

Quel rametto d’erba che m’ha fregato.

La ruta.

Cinque

maggio 15, 2015

Torno dalla licenza straordinaria.
Con l’animo in spalle.
Si son aggiunti dieci giorni all’ospedale militare dell’Abbadia.
Altro antico convento. Suore arcigne. Maligne. Cattive. Proprio Cattive d’animo. Qualcosa vorrà pur dire.

Tonsillite acuta. Quaranta di febbre.
Siringoni di penicillina. Dotati di agoni. Diametro inverosimile.
Volenterosamente impugnati dal solito imboscato.
Lo chiamano infermiere.
Nella vita civile fa il trattorista.
Non Trattore. Come dal francese traiteur.
Solo trattorista.
Se ne sta sui motori. Ad arare.
Lui traccia il solco. La spada acuminata lo difende.
Colpo di baionetta.
Manona.

Fatto male?
Macché.

Comunque son di nuovo qui. Alla Garibaldi.

In verità la caserma sarebbe intitolata allo scrittore triestino, irredentista Scipio Slataper. Ma non lo sa nessuno. Garibaldi , dalla tomba di Caprera, sotto il suo masso di granito bianco, se ne fotte dell’irredentismo. Immagino.
Ci ripenso. Non ne son del tutto sicuro.
Anzi.

Al netto di Garibaldi.
Resta un personaggio interessante.
Slataper. Dico.

Non tanto per esser morto giovane sul carnaio del Podgora col grado di Sottotenente.
Quanto per la sua tesi di laurea su Ibsen.

Va bene. Va bene. Chiedo umilmente scusa come direbbe il “Buon soldato Sc’vèik” . Quello di Hasek Jaroslav.
Non l’avete letto? Capisco e assolvo. A malincuore.
Digressione, inevitabile per un vecchio amante di vecchie scartoffie.
Cose di carta. Libri.

Nel frattempo son qui .

“Carri al passo , bersaglieri di corsa.”
Reca la scritta MAIUSCOLA all’entrata.

Corro.
In pellegrinaggio dal cappellano. Per ringraziarlo.

E’ uomo fine. Colto. Tratto gentile. Parliamo. A lungo.
Di cosa non lo so più. Ma parliamo. Ci son militari in grado di farlo.

-Sei rinfrancato adesso?

In effetti sì. La vita , là fuori esiste.
In attesa.

Insieme a quella cosa che mi manca dippiù …
Anche quella continua ad esistere.

Umbratile. Pudica. Ipocrita. Scaltra. Generosa. Magnanima. Accogliente. Saggia .
Accenna sorniona al mio e all’altrui futuro.

Un altro mondo è possibile.
L’ho percorso in lungo e in largo durante la licenza.

C’E’.

Non è poco.
A vent’anni.
Beh anche oltre per la verità.

E poi tra non molto arriverò in cima alla naja.

Dopo, come tutti, conterò i giorni. Smetterò d’interrogare. “Sentinella a che punto siamo della notte”?

Va bene. Di nuovo . Lo so che la citazione biblica è assai più complessa.
A me, qui e ora , interessa solo: “ quanto manca all’alba?”

Intanto però chi rientra da una licenza paga dazio.
Il mio consiste nella guardia alla polveriera di Fossa Merlo.

Diverse e contrastanti versioni.

Chi dice che quatto giorni e notti in polveriera costituiscono una rottura di coglioni inaudita. Pericolosa . Anche.
Chi la considera una vacanza. A patto che ci si organizzi.

Si sta di guardia due ore. Due ore si riposa.

Ma si può riposare . E basta. O quasi.

Si dorme vestiti di tutto punto. Anfibi compresi. Fucile accanto. A turno si sorveglia l’unico ingresso da dove un correo caporal maggiore, che ricopre anche il ruolo di capoposto, avvisa non appena arriva l’ispezione.

Dall’alloggio della guardia alla garitta saranno cento metri.

Notte .

Lamberti mi scuote.
-Sveglia. Tocca a noi. Sta arrivando l’ispezione.

Fucile, elmetto. Di corsa. Cuore a mille. Raggiungo la mia garitta.
M’installo.
Sotto una luna che spacca le pietre.

Due minuti , tre o dippiù. Non so. L’ufficiale d’ispezione è a trenta passi. Circa.

I cani lupo latrano furiosi. Son quattro e fanno buona guardia alle montagnole che ricoprono i depositi di munizioni. Nella vasca in basso. Entro l’alto muro di cinta.

Correva voce che gli ufficiali giocavano brutti scherzi alle sentinelle. Ti rilassi. Ti prendono il fucile. Stai punito. Verosimile. Tutto è verosimile nella compagnia Tigri.

Lo fermo con urlo isterico.

– Chi va là. (cazzo)

-Capoposto accompagna ufficiale per ispezione.

So tutto. Memorizzato.

-Ispezione avanti per riconoscimento.

A distanza regolamentare urlo. Ancor più isterico.

– Parola d’ordine! (cazzo)

– I ciliegi son fioriti stanotte.

– Daranno buoni frutti. Ispezione riconosciuta . (cazzo)

Urlo. Di nuovo.

Urlare è sempre importante nell’esercito.

Ti presenta bene.

 

L’ufficiale, cinto dalla fascia azzurra di picchetto, tenente o più probabilmente sottotenente, non ricordo , sale i gradini della garitta.

Il bersagliere è teso.
Classica corda di violino.
Insomma magari è uno di quelli che tira a fregarti.
Tengo il buon vecchio Garand ad altezza coglioni.
I suoi.

Lui sa che il fucile è armato.

– Abbassa l’arma bersagliere.

Niente. Sempre altezza coglioni. Fucile stretto. Con forza. Convulsamente. Nocche sbiancate sul calcio.

Si guarda intorno. Niente mozziconi di sigarette. Niente cacca , niente piscia entro la garitta. Niente carta della cioccolata (buonissima ) delle razioni K.

Mette il dito indice due centimetri sopra la canna del Garand.
Un tipo coraggioso. O più probabilmente comprensivo.

-Bene bersagliere. Calmo. Son qui per servizio come te. Buona guardia.

Saluto.
Ricambio.
Se ne va.

Aspetto buona mezz’ora prima di tornare a dormire.
Per sicurezza.

Intanto , fumo una sigaretta via l’altra.

I cani continuano ad abbaiare. Si slanciano. Invano eccitati. Verso la mia elevata postazione.

Penso alle istruzioni formali e informali che il sergente firmaiolo aveva illustrato per i compiti di guardia e di pattuglia.

Regolamento.

Se dopo il “chi va là” non viene pronunciata la parola d’ordine, va imposto a voce alta “l’altolà”.
Se ancora l’entità non riconosciuta avanza verso di voi si intima, sempre a voce alta “alt o sparo”.
Infine si spara .

Due colpi.
Il primo in aria e il secondo al bersaglio.

-Però dovete sapere che è sempre meglio sparare prima al bersaglio e solo dopo un altro colpo in aria. Nessuno potrà mai stabilire la sequenza temporale degli spari.

Capito?

Capito.

Per conto mio. Se fai tutta quella manfrina prima di sparare sei un bersagliere morto. Anche perché, giustamente l’esercito , ad evitare incidenti ti forniva il caricatore del Garand privo di un colpo.

Non otto .Sette. In modo da non fare entrare automaticamente in canna il proiettile. Far scattare l’otturatore ti fa perdere quei due tre secondi decisivi.
Differenza micidiale. Tra vita e morte. La tua.
In una ipotetica guerresca realtà,solo un mentecatto sarebbe avanzato verso una guardia armata seguendo quella diritta procedura .

E’ fuffa . Più che altro.
Scenografia di naja.
Nell’esercito devi pararti il culo anzitutto dagli ufficiali.

Stanotte. Missione compiuta.

Salvo che un paio di colpi o più a quei cani li avrei volentieri indirizzati.

Sì lo so. Adesso siete tutti animalisti.
Non avete visto sbavare quei lupi.

E neppure il suo padre padrone.
Il custode di Fossa Merlo.

Un civile di mezza età. Ex militare ed ex artificiere.
Presumo.

Scontato presumere che non sempre gli sia andata bene.
Vista la ragnatela di cicatrici che gli solca la faccia.
Non si fa vedere se non quando va a dare il sanguinolento pasto ai cani.
Li chiama per nome.
I nomi.
Non li ricordo.

Satana, Belzebù, Diavolo. E il quarto, La Marmora?

No . Non credo. L’uomo non pareva dotato d’ironica vena.
Un tipo, il cui ritratto abbozzato a carboncino , nei western americani avrebbe senz’altro recato la scritta: wanted dead or alive.

La moglie , santa donna , cucinava però un ottimo rancio.

Si stava bene a Fossa Merlo.

Al netto di belve tetragone. Insensibili al nostro fascino di tigri piumate.

En attendant il rientro alla Garibaldi.

E Fanara.

PS. Ho chiesto amicizia su FB al Generale Fanara. Qualificandomi come bersagliere comunista. Il mio Tenente a due stelle non ha risposto. Mi sa che mi vuol riportare in pista carri. Mi sa che anche oggi mi fotterebbe. Infarto letale . Il mio.

Quattro

maggio 11, 2015

Vado all’ospedale dei matti.

Policlinico militare di Padova.

Due mesi dopo la scampagnata al Cellina-Meduna.

Trascorsi in sequenza.

Tromba. Sveglia cinque e trenta. E’ estate.
Voglia di cagare. Tuta ginnica. 15 minuti. Flessioni e corsa leggera.
Colazione. Fetta di pane . Una. Caffelatte. Quanto ne vuoi. Al bromuro. Dicono.

Dieci minuti di sosta. Compreso cambiamento “d’abito”. Anfibi e normale vestizione da marcia. Ritiro Garand dall’armeria. Allineati e coperti all’appello.

Tre ore d’addestramento formale. Marcia, batti il passo, cadenza, e poi : bersaglieri di coorsa!

Consegna armi.
Ti cade il fucile.
-raccogli e bacia l’arma. Venti flessioni.

Vuoi ammazzare il sergente firmaiolo diciassettenne.
No. Prima lo vuoi torturare a lungo.
Te l’immagini. Nei crudi , sanguinosi dettagli.
Torture immaginifiche. Al punto tale che, non avendo mai sopportato la vista del sangue altrui, ti gira la testa.
Eviti lo svenimento. Vai a pranzo. Lunga fila.

E’ estate. Ve l’avevo già detto ma lo ripeto .Nel caso l’aveste dimenticato. Distratti come siete.

Perciò è concesso un riposo postprandiale di ben 45 minuti.

Adunata del pomeriggio per pulizia armi.
Si smonta l’arma e la si rimonta.

Al solito malcapitato cui è toccato un Fal (Fucile automatico leggero) più complicato del Garand rimane, inesplicabilmente, un pezzo che non sa dove mettere.

-questo lo tieni da parte per ficcartelo in culo stanotte?

Tempestivo . Il solito Fanara.

Prende il Fal , lo rismonta e lo rimonta in un minuto e mezzo.

Quattro in punto del pomeriggio. Sole , pioggia o vento. Corsa di battaglione. Quaranta minuti. Al suono della fanfara.

Ritornello.
Ossessivo.

Dai, dai/ fai morir, fai morir , fai morir/ Signor tenente mi butti a terra/ sono una cappella/ non ce la faccio più… e così via di seguito.

Alternanza di corsa veloce e leggera. Ettolitri di acido lattico. Crampi. Dolorosi.
Torna , irresistibile l’impulso umano, troppo umano.
Uccidere un ufficiale. Prima ancora un sergente firmaiolo.
A mani nude.
Agli AUC (allievi ufficiali di complemento) solo spezzar le gambe, o le braccia . Magari entrambi gli arti .
Inferiori e superiori.

Due mesi così. Passati non all’ombra di un cortile ma al sole in piazza d’armi.

Uno normale o s’incazza o si deprime.
Tutt’e due. In un alternato melange.
Bestemmie e singhiozzi repressi.

Ho un nuovo amico , oltre a Lamberti , il mio ebreo preferito.

Mattia Mattei.
Di Tempio Pausania.
Fine intellettuale cattolico.
Ci scambiamo impressioni sui libri letti.
Io Hemingway, London, Steinbeck, fino a Kerouac, e Faulkner, qualcosa di Moravia (che Noia) , Verga , Berto, e il mio super preferito d’allora: Paolo Volponi con il suo
“La macchina mondiale”. Anni dopo preferirò il più noto “Sipario Ducale”.
Un frullato misto.
Con qualche goccia /doccia di Stato e Rivoluzione.

Lui Sant’Agostino, e non so cos’altro. Forse Elias Canetti.

Punto d’incontro Tolstoj.

Insisto sugli aspetti militari .

Tipo Borodino e la marcia parallela di Kutusov per accompagnare Napoleone alla frontiera. La sua idea che francesi aggressori e i consiglieri inglesi pari sono.

Lui insiste sul significato profoondo del pippone finale di guerra e pace che io avevo bellamente saltato dopo due pagine.

Mattia serve messa la domenica e fa lo sciaquino (leggi attendente) al cappellano militare che è anche laureato in medicina oltre ad avere i gradi di Maggiore.

Me lo fa incontrare.

A messa io non c’andavo. In cambio della corvée della domenica. Pulire i cessi della compagnia o spazzare cortili insieme ad altri puniti e/o atei impenitenti.

-la vita militare non ti piace eh?
-mica tanto.
-quando hai avuto l’ultima licenza?
-non ho mai avuto la prima , Signore.

-Se vuoi un consiglio, devi staccare . Andare a casa per un po’.
-Quando torni vedrai le cose sotto una diversa luce.

-Facciamo così. Ti faccio un biglietto per l’ospedale militare di Padova. Ti fai visitare da un Tenente Colonnello medico che conosco. E’ persona comprensiva.

Bene. Penso e dico.

Inizia l’avventura che mi riconcilierà con la “vita militare”.

Muovo da Sacile con foglio di viaggio per Padova la mattina. Arrivo verso sera.
Non posso sbagliare. Policlinico, padiglione numero B o A o C. Insomma una lettera maiuscola.

Guardiola .Mi presento.

Comme il faut.
Saluto, attenti : bersagliere tal dei tali inviato dal 182° Garibaldi.

Un caporal maggiore mi strizza l’occhio e mi indica dove devo andare.

Arrivo.

Una suora.

-Entra e togliti la cintura e i lacci degli scarponcini. ( Gli scarponcini son da viaggio di servizio da non confondere con gli anfibi).

Eseguo.
Docile. Ancora tranquillo.

Entro nell’antro.

Una stanza rotonda. Diametro circa dieci metri.
Otto brande addossate alla parete. In circolo.
Qualcuno dorme , un altro piscia contro il muro.
Cappella  sconsacrata.
Prima il policlinico era un convento.

Son già meno tranquillo.
La location è inquietante.
Due brande vuote. Ne scelgo una.

La porta, di ferro si chiude con uno sferragliar di chiavistelli.
Realizzo.
Se non è una prigione è un manicomio.

Non son più tranquillo.

-Aprite questa porta. C’è un errore , sono qui per una visita col tenente colonnello medico.

La suora.
– fate un’ iniezione a questo se continua ad agitarsi.

Mi calmo in un millisecondo.

Istantanea dell’ambiente.
Clic. Quattro continuano a dormire. Due son svegli.
Altra istantanea.
Clic. A quello che sembra più disponibile.

-Cazzo è sto’ posto?
-Se ci sei venuto lo sai.
– Visita. Dico.
-Beh se resisti un paio di mesi poi ti danno il congedo illimitato.

-Ma tu sei matto.
-No , ma l’importante è che loro lo credano.

Ah , è così che funziona.
Mi preparo a chiarire che son sano.
Poi ci ripenso. E’ noto che i matti non ammettono mai d’esserlo.

Merda, merda, merda.

Quel maiale d’un prete mi ha fottuto.

Notte insonne.

Domenica mattina .

Passa la suora. Demoniaca. Tutto compreso. Figura rattrappita, mani adunche e sguardo crudelissimo.

-Sveglia si va a messa.

Non mi muovo. Ovviamente. E’ una questione di principio. Un mio diritto astenermi da pratiche esoteriche.

-Chi non partecipa alla Santa Messa non avrà la dispensa.

Importa nulla a me della dispensa. Penso.
Penso. Ma non realizzo subito.
Non si tratta di una sorta d’indulgenza più o meno plenaria.
Solo rancio. La dispensa è il rancio. Coglione!

E così niente colazione. Niente pranzo . Niente cena.

Passo la domenica leggendo le scritte di cui è pieno il muro.

Tipo. “Son stato qui 45 giorni e adesso vado a casa. E non torno più”.
Eroe.
Altre scritte oscene, con particolare riferimento alle pratiche sessuali della suora che, in epoca di animalisti, non ho cuore di riferire.

Seconda notte insonne.

Per la verità un pochino di sonnolenza mi coglie a tratti.
Tratti interrotti. Un tale ulula di quando in quando. Regolarmente. Si finge una sorta di lupo mannaro.
Oddio, magari a forza di fingere lo è diventato. Mi ritrovo a pensare.
Ripenso a quel che ho pensato.
Se resto qui divento matto.

Lunedì mattina. Colazione nisba. Sempre per via della faccenda “dispendiosa”.

Però mi chiama un maresciallo e mi accompagna dal famoso Colonnello medico.
Colonnello, perché un Tenente Colonnello non si poteva appellare come tale.
Non sarebbe stato militarmente corretto. Chiaro che poi diventava colonnello.

(Sembra una digressione inutile. Anzi lo è. Il mio editore etereo Web me la casserebbe)

Attendo su una panca.
So già cosa dirò.
In due notti insonni mi son preparato a dovere.

– Allora, ironico. Bersagliere cosa ti affligge?
– La mancanza del mio reggimento Signor Colonnello.
– Ah sì . Allora ti ci rimando a piedi e di corsa.
– Signorsì , signore, non chiedo altro, SignoRe.

– Quindi ti senti bene , vedo che sei arrivato solo sabato. Evidentemente le nostre cure ti hanno giovato.

– Signorsì Signore. Molto. Mi sento pronto a riprender il mio servizio.

– Vedo dalle tue note che ti rifiuti di cantare , che non hai spirito di corpo, bersagliere.

– Signore son stonato come una campana e mi vergogno come un ladro. Non so neppure ballare.

– Mmh. Neanch’io bersagliere.

Comincia a scrivere.

Mi consegna il foglio .

-Togliti dalle palle.

Due settimane di licenza.

Gli faccio un saluto battendo i tacchi che neanche Fanara…

TRE.

maggio 7, 2015

Uno, magari anche una, può pensare, ma perché ti ostini.

Cazzo frega a noi delle tue vicende casermesche?

Dicci piuttosto cosa vuoi fare da grande.

Questa è semi – criptica.

Vabbè.

La svelo.

Gli è che c’è gente strana. E buona.

Pensa che io possa rientrare in SPE. Leggasi : servizio permanente effettivo.

Non ce la posso fare. Piuttosto il PAO . Leggasi: picchetto armato ordinario.

A proposito avete letto PAO , PAO di Pier Vittorio Tondelli ?

Il passato ormai remoto. M’appartiene. Assai più del futuro prossimo.

Perciò lo coccolo. Il passato.

No. Coccolo no .

Mi fa cagare.

Meglio, lo accudisco.

E ve lo propongo.

Avendo perso ormai ogni ritegno. Per ragion di partito son stato ritegnoso tutta una vita.

Adesso scribacchio ste’ cazzate.

Antidoto.

Serve a farmi edotto di un “limite invalicabile”. Vedi scritte sui cartelli delle caserme.

Ci siamo capiti? Spero di sì.

Me ne sto qui. Seminudo. In pubblico.

Che non mi vengano strane idee. Istigato da strana e buona gente.

Idee che rischiano di frullarmi nel/il cervello.

Dunque , dopo aver disinfettato, con  modiche dosi di Pignoletto frizzante, la profonda ferita egoica conseguenza del clamoroso errore geografico del secondo capitolo, proseguo. Imperterrito.

-Qui non si parla di politica.

Tale è il modesto succo che si spreme dal breve discorsetto del nuovo comandante di compagnia.

Un tipo inquartato. Faccia losca. Pancetta sporgente sotto l’uniforme stazzonata.

Non lo si vedrà mai correre in piazza d’armi. In genere lo si vedrà assai di rado. Giusto quando si fa riempire la AR 70 (in questo caso è una jeep non il fucile dei usato dai fratelli Savi) di buoni tagli di carne e cassette di frutta e verdura .

Vettovaglie in trasferimento rapido . Senza foglio di marcia. Dalla mensa ufficiali a casa sua.

Si capisce subito che a Fanara non piace.

Lo si capisce dal saluto impeccabile.

Troppo.

Porta la mano a taglio sulla fronte con scatto rabbioso , quasi volesse vibrare un micidiale colpo di karate.

Molti mesi dopo si lascerà sfuggire un giudizio critico. Prima e unica volta.

Allarme notturno.

Rottura di maroni.

Ressa, caos. Occhi cisposi. Non c’è tempo per lavarsi la faccia. Equipaggiarsi al volo. Mimetica, anfibi , due zaini, elmetto.

Elmetto.

Non faccio in tempo calcarmelo in zucca che passa il capitano:

-bersagliere dammi l’elmetto.

Il coglione veniva da casa . Mezzo addormentato. Sprovveduto. Ed io a malincuore provvidi.

Passa Fanara:

– Sei senza elmeetto ? Stai punito e vai a prenderlo.

– Signornò. Non posso signor tenente. Me l’ha preso il signor capitano.

-Anche questa. Va bene. Vai dietro il carro. E restaci. Non farti vedere.

Poi a voce bassa. Parlando a sé stesso affinché io potessi sentire .

– Burocrati di merda. Promossi senza aver fatto la scuola di guerra… passacarte, manica di raccomandati … povera Patria.

Il giorno seguente trovò il modo di avvertirmi con un sorriso accattivante:

-La notte scorsa non è successo nulla bersagliere.

-Non so di cosa parli Signor tenente.

Cominciai a pensare che non mi spiaceva del tutto quel figlio di puttana.

Dopo l’allarme ( altri ce ne saranno , più motivati , dei quali narrerò, forse. ) partimmo per il poligono di Cellina- Meduna.

Una scampagnata.

Finalmente fuori dalla caserma.

Carri M113 da trasporto truppe.

Carri M114. Carri comando. Riadattati con piattaforma per mortaio da 120.

Pilota il carro che ci ospita un tale di Torino.

Ama il suo carro . Carnalmente. Lo comprendo.

A Sacile e dintorni  c’è poca o nulla trippa per gatti di caserma.

Servono surrogati. A coadiuvare le pugnette notturne.

Ad ogni rientro porta il suo M113 sul ponte . Lo libera dal fango con potenti getti d’acqua. Gli fa lo shampoo come farebbe un impiegato con la sua utilitaria Fiat la domenica mattina.

Sul suo carro comunque ce la spassiamo.

E’ un pilota d’eccezione. Attraversiamo ai sessanta all’ora il Cellina e anche il Meduna.

Se non si è capito. Son fiumi. Oddio. Fiumi.

Più che altro torrentelli.

Adesso son inquinati dal Torio 232. Elemento radioattivo che mostra la sua alta velenosità dopo circa 20- 30 anni dal suo impiego.

Sia chiaro.

Io e il 182° Garibaldi non c’entriamo nulla.

L’Arpa regionale nel 2013 ha chiarito, seppur all’ingrosso che : “ si tratta probabilmente dell’eredità lasciata , tra gli anni ‘ 80 e ’90 dall’uso di missili spalleggiabili del tipo “Milan”.

Giuro . Non ne so un cazzo.

Io ero su quel carro. Quando correva l’anno 1970.

Poi scesi.

Insieme ai bersaglieri mortaisti. Vil razza dannata costretti a portare un carico notevole.

Il mortaio da 120 consta di tre pezzi.

Un tubo di stufa. Peso 34 chili.

Una piastra. Peso 34 chili.

Un treppiede.Peso 23,5 chili.

Tre mortaisti ne portano un pezzo per uno. Di corsa. Se han la sfiga d’esser bersaglieri.

E ce l’hanno.

Ma chissenefrega.

Io son incarico 42 . Specialista al tiro.

Porto una cartella con dentro due squadrette, un lapis e un goniometro.

Son uno che ne sa.

A pacchi. Di trigonometria. Secondo loro.

Ho fatto l’istituto tecnico.

Rigiuro. Non ne so mezza.

Tremo al sol pensiero di dover fornire l’angolo di tiro al puntatore.

Considerata la gittata notevole della granata da 120, e la sua potenza esplodente di sicuro mi rendo responsabile di un devastante collateral damage.

Fortunatamente per gli inermi abitanti dei dintorni, non s’arriva a tanto. Solo si tempra la resistenza dei mortaisti.

Di corsa. Verso “il centro giallo”.

Così viene in gergo  definito l’obiettivo.

Mi sento un pochino depresso per via di quella definizione.

Giallo. In vece di rosso.

Eccheccazzo !

Siam qui a difendere il sacro suolo dall’invasione dell’armata rossa .

O no?

E io simpatizzo alquanto.

Per l’armata rossa. Of course.

Ma, l’ho già detto. Preferivano la sindrome cinese.

Musi gialli. Con libretto rosso. Ma gialli.

Sapevano(chi più chi meno) che da Yalta in poi, la spartizione delle sfere d’influenza era avvenuta consensualmente. E presumibilmente sapevano anche che la Jugoslavia a ridosso dei nostri confini  non faceva parte del blocco sovietico.

Dunque .

Dunque meglio i gialli.

Per una ragione simbolica, ideologica, razziale, o semplice contingenza storica.

Che ne so?

Per loro il centro di fuoco nemico era yellow.

Una roba da fuori di testa. Geopoliticamente straniante. Strategicamente stellare. Militarmente surreale.

Ma così è stabilito. La Cina è vicina.

La si scorge già dopo meno di un chilometro di corsa leggera su e giù per le ondulate asperità del terreno cespuglioso tra il Cellina e il Meduna, in provincia di Pordenone, quando un mortaista che porta legato alla schiena con cinghie di cuoio il tubo di stufa, incespica rovinosamente sotto il peso.

Fanara accorre.

Con fare teatralmente stizzoso si carica il fardello sulla schiena. Pur tutt’altro che ampia.

Corre avanti.

-Bersaglieri di corsa veloce!

Fanara.

Matto come un cavallo. Rimbalza sui dossi. Elastico.

Una palla di gomma legata ad un tubo di stufa.

Gli andiamo dietro come un sol uomo. Ci ha fregati.

Il bastardo.


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