OTTO. (Poi si torna alla politica.Cose da fare a Bologna)

maggio 27, 2015

Trentasei ore . Viaggio compreso. Un battito di ciglia nella naja.

Lavo la mimetica. Con un pezzo di sapone di Marsiglia. Grazie a Mannaja che me l’ha procurato.
Il minimo. Dopo avermi spedito dal maresciallo F.
Ma siam sempre in buoni rapporti.
Proletario e lumpen.
Lana caprina. Roba da studenti fighetti.
Fa poca differenza . Qui.

Ho altro cui pensare.
Lavo e rilavo.
Puzza sempre.

Fortuna che si parte. A far prendere un po’ d’aria. Alla mimetica.
Per la temuta “marcia celere”.

Ingiustamente temuta.

Si viaggia leggeri. Quaranta chilometri. Andata e ritorno.
Niente cappello piumato. Solo fez. Mimetica. Fucile a spallarm.
Fila indiana al margine della strada. Fossi . Odore d’erba. Alberature.
Mondo esterno. Trattori. Contadini. Massaie in bicicletta. Galline nei cortili.
C’è vita. Scorre qua fuori.

Unica sfiga. Il transito dai centri abitati. Di corsa. Fucile a bilanciarm . Al suono della fanfara.

Fanara  in testa. Si volta correndo all’indietro. Sua specialità. Per incitare i “suoi uomini”.
Grido di battaglia: Tigri, tigri, tigri.
Ma va bene.

A parte i cani da pastore. A sorvegliar le tigri.

Sergenti coi controcazzi. Secondo loro.  Ti abbaiano nelle orecchie appena rallenti il passo.
Odiamo i sottoufficiali molto più degli ufficiali.

Li prendiamo per il culo. Dapprima mormorando e poi intonando, a voce a tratti udibile, il nostro inno.

Senti che puzza che c’è per la via/ dev’esser passata la fanteria / della marina ce ne freghiamo un anno prima ci congediamo/ passo di corsa siam bersaglier/ gente che non fa niente che non ha voglia di lavorar/ specialità dell’arma sotto le piante a far l’amor.

Subito seguito da un altro must .

Questa è una corsa di resistenza/chi non resiste non va in licenza/ e chi resiste è un grande fesso/perché in licenza non va lo stesso…

I cani si sguinzagliano lungo la fila cercando d’azzannare qualcuno.
Impossibile per i kapò firmaioli selezionare i reprobi.

Siam solidali.
Solidarietà felina. Contro aggressività canina.

Vogliono farci cantare Il reggimento di papà.

Una puttanata.
Inizia così.

Parte il reggimento , il reggimento di papà/ alto il vessillo al vento che un dì la gloria bacerà…

E finisce così. Più o meno.

Torna il reggimento/ma non torna più papà.

E chissenefrega. Stronzi. Mica siamo in colonia. Siam grandicelli. Duri perfino. Ormai. E la fila è troppo lunga da governare.

Partono mugugni all’unisono.

-state tutti puniti.

See. Un’intera compagnia…
Vallo a dire a Fanara che fa finta di non sentire.

E’ spirito di corpo. Coglioni.
Non vale il testo. Quanto il contesto.

E il contesto siamo noi. Qui a marciare. Celeri. Ginnici. Adrenalinici. Contenti perfino.
Non la daremo vinta alla fatica.
Non perché ce lo dite voi. Perché lo vogliamo noi.
Per far il culo a voi.

Siete stanchi di correre abbaiando?
Noi no.
Pronti ad andare in capo al mondo.

Dopo otto mesi di corsa , per andare al cesso, allo spaccio, in camerata, alla mensa . Al netto della corsa del mattino e del pomeriggio. Cazzo frega a noi?

Noi , a differenza di voi, corriamo verso l’alba.

E infatti i “politici” dell’Alta Italia ’68 intonano a tratti la sempreverde, mutuata dal ritorno delle mondine.

Macchinista, macchinista del vapore/metti l’olio agli stantuffi/ della naja siamo stufi/ ed a casa vogliam andar…

E noi a casa c’andremo.
Voi no.

Voi , firme, dovete morire.

Tu, in particolare. Sergente firmaiolo della 120 .

Corre voce abbia solo diciassette anni. Alto un metro e un cazzo. Sdentato.

A te, sergentucolo l’alba è preclusa.
Sei morto.
Peggio. Sepolto vivo .

E non lo sai.

Non lo sai quando mi urli in faccia spruzzandomi di saliva.
Figlio di grandissima vacca. Dopo tutte le flessioni che mi hai fatto fare potrei strozzarti con la mano sinistra.

E invece, saprò che lo sai.

Me lo dirai tu stesso.

Quando avrò già preparato lo zaino alpino per andarmene in “congedo illimitato ”.

Mi vien il magone , bastardo, mentre mi racconti la cruda vicenda umana che t’ha imposto quella firma.
Mi rimprovero di razzismo quando mi stringi la mano prima di valicare con l’ultima corsetta la porta della Garibaldi.

 

M’auguro ti sia andata bene. Sergente.

Sette.

maggio 25, 2015

Mannaja è un lungagnone calabrese .

Testa a pera . Non riesce ad imprimere al fez il necessario effetto sturacessi che lo tiene incollato alla nuca.
Se lo piazza dritto in cima alla testa. Se ne frega dei continui cazziatoni.
Lo incontro mentre ritorna dall’officina. Assegnato alla manutenzione dei mezzi.
Manovale meccanico.
Giustamente. Nella vita fa il falegname.
Razionalità imperscrutabile dell’E.I.

-mannaja la madonna come sei pallido.

In effetti non mi son del tutto rimesso. Poco appetito. Fiatella con sentore di ruta.

Parliamo.
M’è simpatico con quel suo intercalare.

Sa tutto ciò che bisogna sapere intorno alla sopravvivenza in ambiente militare ostile.
Non a caso è riuscito ad imboscarsi subito.
Un suo conterraneo, è ugualmente riparato. In fureria. Nientemeno.

-mannaja, il mio amico ieri sera è andato alla stazione.
-a far che?
-mannaja a farsi caricare in macchina.
-Prego?
-mannaja la madonna , ha trovato uno con un sacco di soldi. Dice che ci torna anche stasera così manda qualcosa a casa.

Capito.

Chiedo.

-ci vuoi andare anche tu?

-non so, mannaja. A casa mia non va bene. Mio pàtri s’è rotto una gamba . Caduto da un’impalcatura. Tu sei fortunato , mannaja, in trentasei ore puoi arrivare a casa e tornare.

-già ma come faccio a farmi dare un trentasei ore?

-fai la corvée reggimentale una domenica e poi lo chiedi. Ti spetta. Come premio.

-sei sicuro?

– faccio chiedere al maresciallo. Dall’amico mio. Se non ci son puniti e ti offri volontario vedrai che te lo danno.

Verifico per la domenica prossima. Alla mortai da 120 c’è un solo punito destinato alla corvée reggimentale. Servono due bersaglieri . C’è un posto libero.

Il punito lo conosco. Lo conoscono tutti.
Un napoletano. Il reietto della compagnia.
Sta in punizione . A vita.
Per scelta. Si direbbe.
Manda a far in culo sergenti e caporali. Guarda gli ufficiali di sguincio. Un permanente sorrisetto ironico trapela da una faccia velata di tristezza antica.
La sua indipendenza gli rende la vita difficile.
Lo vedo sempre in tutta mimetica. Tenuta da lavoro/ combattimento.
Nell’esercito di leva non esiste una tenuta da fatica. Fai tutto con la mimetica.

M’informo.
Conferma che per avere un permesso breve ci son quelli che s’offrono volontari per “spalar la munnezza”.

-se lo chiedi, quel ricchione del maresciallo un trentasei ore non te lo può rifiutare.
Ma son cazzi tuoi. Caso mai ci vediamo domenica .
Rinto a’ merda.

Buon viatico .

Domenica. Si parte.
Io e Napoli. Nel cassone di un CL.
CL.
Facile. Fantasia dell’E.I : camion leggero.
E CM o CP?
Lascio indovinare.

Comunque il nostro è un CL adibito alla raccolta dei rifiuti. Lo s’intuisce. A naso. Già da una certa distanza.
Facciamo il giro del settore della caserma a noi assegnato.

Dietro la mensa.
Un maresciallo capo s’incazza subito con me.
Ho la pessima idea di cercar di vomitare la colazione che non ho fatto.
Alla sola vista di una montagna di teste e zampe di pollo che ivi giacciono dal lunedì scorso. All’ombra spessa di una nuvola di mosche feroci.

-non fare la fighetta prendi su e carica.

-con cosa carico? Dico.

-la tua mamma era troppo impegnata altrove e s’è dimenticata di farti le mani?
Prendi questi.

Mi getta in faccia un paio di guanti di tela cerata. A giudicare dal lezzo che emanano son stati usati per la prima volta nella guerra di Crimea.

Carichiamo il CL.
Cassone stipato.

Finalmente andiamo. M’accingo a salire in cabina. Mentre Napoli mi guarda con quel suo ghignetto triste.

-oh ma dove credi d’andare ?
Mi fa l’autiere.

Capito.
C’è un posto riservato per me e Napoli in mezzo alle teste di pollo ed altre indistinte frattaglie.

Viaggiamo.
Rinto a’ merda.
Fino alla discarica.

Cerco di tenere la testa in presa d’aria.
Non serve.
Conati più che altro.

Il CL ha il ribaltabile. Perché Dio forse esiste.

Torniamo .

Scopro che per gli eroi della munnezza è prevista una doccia straordinaria la domenica pomeriggio.
Sì. Dio c’è.

Solita procedura.
La conoscete . Immagino.

Primo urlo.
-Acqua!

Secondo .
-sapone!

Terzo ed ultimo.
-togliersi il sapone!

Doccia finita.
Quattro minuti. Precisi.

 

Domani vado in fureria a pretendere il permesso.

 

Ci sono .
Dal maresciallo maggiore F. Uomo di mezza età, brizzolato, decisamente sovrappeso. Tratto ambiguo. Penso.

-vieni avanti bersagliere. Vuoi un permesso m’hanno detto.
Spiego che mi son offerto volontario con tutto ciò che segue.

– Ma certo, vieni qui. Non aver timore . Non stare lì impalato.
S’alza da dietro la scrivania e mi prende per un braccio. Mano diafana.
Su mettiti comodo che parliamo un po’.

– Mi scusi Maresciallo ma son di servizio di guardia . Devo andare. O sarò punito.

Saluto e rinculo con un dietrofront tutt’altro che impeccabile. Precipitosa fuga per le scale.

A mezzo incontro Fanara.
Cazzo.
Freno di colpo.
Saluto sbattendomi sull’attenti.

Ricambia il saluto. Passa oltre poi si ferma. Si volta verso di me.

-bersagliere, qualcosa non va?

-No signor Tenente. Ero andato dal maresciallo a chiedere un permesso dopo la corvée di ieri…

– Ah eri in punizione.

Faccia rabbuiata.

-no signor tenente. Mi son offerto volontario. Per un trentasei ore.

Mi guarda come fossi l’ultimo degli imbecilli.

– Sei andato dal maresciallo hai detto?
-Signorsì.

Smorfia tipica di disapprovazione. Appena un’increspatura all’angolo della bocca.

– Bersagliere, per avere un permesso breve non c’è bisogno di fare corvée volontarie. Né altro. Basta fare il proprio dovere.

Esibizione gratuita di una chiostra di zanne bianche. Il sorriso della tigre.

-Domani trovi il tuo trentasei nella bacheca della compagnia.
Buon viaggio.

 

Mannaja!

SEI. (poi vediamo)

maggio 18, 2015

Lustro gli anfibi.
Spazzola , sputo. Sputo spazzola.
Libera uscita.
Decoro. Anzitutto.
Ci controlliamo a vicenda.
Capelli sulla nuca. Rasi. Bene.
Barba fatta. Contropelo raschiato. Bene. Guance infuocate. Di mio son quasi del tutto imberbe.
Pantaloni rimboccati con apposti elastici. La piega cade come si deve. Bene.
Nodo della cravatta. Regolamentare. Né piccolo , né grande. Né stretto , né lasco. Bene.

Il problema. Il cappello. Da bersagliere. Lo sarà sempre.
Rigido. Una padella. Senza manico. Deve essere inclinato quarantacinque gradi a destra.
A coprire metà del sopracciglio e stritolare l’orecchio.
Un tormento. Stivaletto malese sadicamente concepito per la testa.
Originariamente serviva a tener libera la visione sul bersaglio.
Agevolare la mira.

Le piume dovrebbero essere di gallo cedrone.
Alzi la mano chi ha mai visto un gallo cedrone in libertà. In Friuli.
Li hanno ammazzati tutti. Piume per bersaglieri.

Ciuffetto sparuto.

Dopo l’uso ormai semestrale, passandolo di volta in volta dal cappello all’elmetto, s’erge come un culo d’anitra rozzamente spennato.
Poco dignitoso.

Chi ha reddito disponibile può acquistare a carissimo prezzo un piumetto fuori ordinanza nei negozi all’uopo specializzati di Sacile. Lo può fare solo verso la fine della naja. A tre mesi dall’alba.

Piume lunghe. Ricadono morbide. Fluenti. Sulla spalla.
Ci s’immagina che le ragazze ne ammirino la lussureggiante, piumosa cascata.
Ci s’immagina.

Stasera follie.

Tonico.
Ginnico. Come direbbe Fanara.

Vado con C. Magazziniere. Di Milano. Vanta una militanza di un certo spessore nel MS.
A sentir lui.

Sosta obbligata per me. Come sempre in libera uscita.
Son pescatore di fiume. Occhio allenato. Scruto , voglioso e frustrato, le trote guizzanti nelle acque limpide del Livenza che taglia a metà la muy linda cittadina.

Poi diritti. Passo moderatamente fiero. Verso il miglior albergo ristorante di Sacile.
Bistecca e patate fritte. In quantità industriale . Quest’ultime. Tocai a quartini. Poi mezzi litri che diventano litri.
Distrattamente penso che non avevo mai bevuto un bicchier di vino prima di arrivare alla compagnia Tigri.

Cazzeggiamo. Insieme ad altri arrivati dopo di noi.

Attraverso la sala affollata transita la figura austera del comandante di battaglione.
Il colonnello. Sale le scale. Indifferente. L’abbiamo visto altre volte. E’ ospite dell’albergo.
Zona franca . Siamo in un locale pubblico. Niente obbligo di scattare nel saluto.

Tutto normale. In regola.

Due grappe.  Altre due. Le prime grappe della mia vita. Prime ed ultime.
Odio la grappa dopo quella sbornia.
Non è ancora arrivata . Ma è vicina.

Tra me e C. giudicando d’aver bevuto abbastanza.  Passiamo al dessert.
Ci spartiamo equamente da buoni compagni, seppur di diverse tendenze, la ruta contenuta nella bottiglia.

Mastichiamo veloci l’erbetta . Con l’occhio all’orologio.
Dieci e trenta. Rientro obbligatorio.

Non c’andiamo con le nostre gambe.

 

-Bersaglieri pagate il conto e seguitemi!

Un sergente col quale son in confidenza. Un AUC. Buono. Accompagnato dalla pattuglia.

Ormai non son più rospo.
Reagisco.

-Cazzo dici sergente siamo in libera uscita.

– Siete due coglioni vi ha visti il comandante.
– E allora?
– Allora, il tuo giubbetto ha un bottone slacciato e questo (indicando il mio commilitone/compagno) l’ha addirittura aperto del tutto. Il colonnello ha telefonato all’ufficiale di picchetto. Ci ha mandati a prelevarvi.

Ci caricano sull’AR.
Stretti all’inverosimile . Se uno sa quant’è poco capiente un AR.

Son tranquillo.
Seereno. In veloce spirale la sbornia sta arrivando.

Scortati. In camerata a cambiarci. Tuta mimetica e materasso sulle spalle.
Procedura consueta per la cella di rigore.

Una notte. Per non aver mantenuto il decoro dovuto alla divisa.

Son contento.
Va tutto bene.
Basta dormire.

 

Problema.

Ci son due porte.

-Bersagliere!
– Comandi!
– Entra.
Indicando la cella.
– Signorsì.

 

Sbatto la testa contro il muro.
Realizzo che forse son ubriaco.
Può essere.
Massì. Ammettiamolo.

Nessun problema.
So di esserlo. Tanto basta.
Mi comporto di conseguenza.

Se la prima porta non l’ho centrata, sarà buona la seconda. Son due. Non si può sbagliare.

Sbaglio. Altra testata. Muro.

 

Problema.
Risolvibile però.

 

Mi ricapitolo. Consapevole. Nell’ebbrezza.

Son ubriaco. So da racconti orali che nel mio peculiare stato, capita di vederci doppio.

Ma ragiono beenissimo.
Lucido.

Due porte. Entrambe sbagliate.

 

Semplice.

 

Mi butto. Ardimento reso necessario dallo sguardo poco comprensivo dell’ufficiale di picchetto. Nello spazio tra le due porte.

Fin troppo ovvio. Se l’una porta non è dove dovrebbe essere, l’altra neppure, ti butti in mezzo.

Matematica. Ragazzi.

Sbagliato. Testata . Severa. Stavolta.

Lo slancio tipico di noi Tigri m’ha fregato. M’accascio.
Infermeria. Cerottone sulla fronte. E , traballante in cella. Sorretto dalla guardia.

 

La cella di rigore è situata nel seminterrato del corpo di guardia. Non ha finestre.
Aria pesante. D’ammoniaca. Sentore rancido del piscio di quelli che m’hanno preceduto.
Vomito a intermittenza fino all’alba.

 

Quel rametto d’erba che m’ha fregato.

La ruta.

Cinque

maggio 15, 2015

Torno dalla licenza straordinaria.
Con l’animo in spalle.
Si son aggiunti dieci giorni all’ospedale militare dell’Abbadia.
Altro antico convento. Suore arcigne. Maligne. Cattive. Proprio Cattive d’animo. Qualcosa vorrà pur dire.

Tonsillite acuta. Quaranta di febbre.
Siringoni di penicillina. Dotati di agoni. Diametro inverosimile.
Volenterosamente impugnati dal solito imboscato.
Lo chiamano infermiere.
Nella vita civile fa il trattorista.
Non Trattore. Come dal francese traiteur.
Solo trattorista.
Se ne sta sui motori. Ad arare.
Lui traccia il solco. La spada acuminata lo difende.
Colpo di baionetta.
Manona.

Fatto male?
Macché.

Comunque son di nuovo qui. Alla Garibaldi.

In verità la caserma sarebbe intitolata allo scrittore triestino, irredentista Scipio Slataper. Ma non lo sa nessuno. Garibaldi , dalla tomba di Caprera, sotto il suo masso di granito bianco, se ne fotte dell’irredentismo. Immagino.
Ci ripenso. Non ne son del tutto sicuro.
Anzi.

Al netto di Garibaldi.
Resta un personaggio interessante.
Slataper. Dico.

Non tanto per esser morto giovane sul carnaio del Podgora col grado di Sottotenente.
Quanto per la sua tesi di laurea su Ibsen.

Va bene. Va bene. Chiedo umilmente scusa come direbbe il “Buon soldato Sc’vèik” . Quello di Hasek Jaroslav.
Non l’avete letto? Capisco e assolvo. A malincuore.
Digressione, inevitabile per un vecchio amante di vecchie scartoffie.
Cose di carta. Libri.

Nel frattempo son qui .

“Carri al passo , bersaglieri di corsa.”
Reca la scritta MAIUSCOLA all’entrata.

Corro.
In pellegrinaggio dal cappellano. Per ringraziarlo.

E’ uomo fine. Colto. Tratto gentile. Parliamo. A lungo.
Di cosa non lo so più. Ma parliamo. Ci son militari in grado di farlo.

-Sei rinfrancato adesso?

In effetti sì. La vita , là fuori esiste.
In attesa.

Insieme a quella cosa che mi manca dippiù …
Anche quella continua ad esistere.

Umbratile. Pudica. Ipocrita. Scaltra. Generosa. Magnanima. Accogliente. Saggia .
Accenna sorniona al mio e all’altrui futuro.

Un altro mondo è possibile.
L’ho percorso in lungo e in largo durante la licenza.

C’E’.

Non è poco.
A vent’anni.
Beh anche oltre per la verità.

E poi tra non molto arriverò in cima alla naja.

Dopo, come tutti, conterò i giorni. Smetterò d’interrogare. “Sentinella a che punto siamo della notte”?

Va bene. Di nuovo . Lo so che la citazione biblica è assai più complessa.
A me, qui e ora , interessa solo: “ quanto manca all’alba?”

Intanto però chi rientra da una licenza paga dazio.
Il mio consiste nella guardia alla polveriera di Fossa Merlo.

Diverse e contrastanti versioni.

Chi dice che quatto giorni e notti in polveriera costituiscono una rottura di coglioni inaudita. Pericolosa . Anche.
Chi la considera una vacanza. A patto che ci si organizzi.

Si sta di guardia due ore. Due ore si riposa.

Ma si può riposare . E basta. O quasi.

Si dorme vestiti di tutto punto. Anfibi compresi. Fucile accanto. A turno si sorveglia l’unico ingresso da dove un correo caporal maggiore, che ricopre anche il ruolo di capoposto, avvisa non appena arriva l’ispezione.

Dall’alloggio della guardia alla garitta saranno cento metri.

Notte .

Lamberti mi scuote.
-Sveglia. Tocca a noi. Sta arrivando l’ispezione.

Fucile, elmetto. Di corsa. Cuore a mille. Raggiungo la mia garitta.
M’installo.
Sotto una luna che spacca le pietre.

Due minuti , tre o dippiù. Non so. L’ufficiale d’ispezione è a trenta passi. Circa.

I cani lupo latrano furiosi. Son quattro e fanno buona guardia alle montagnole che ricoprono i depositi di munizioni. Nella vasca in basso. Entro l’alto muro di cinta.

Correva voce che gli ufficiali giocavano brutti scherzi alle sentinelle. Ti rilassi. Ti prendono il fucile. Stai punito. Verosimile. Tutto è verosimile nella compagnia Tigri.

Lo fermo con urlo isterico.

– Chi va là. (cazzo)

-Capoposto accompagna ufficiale per ispezione.

So tutto. Memorizzato.

-Ispezione avanti per riconoscimento.

A distanza regolamentare urlo. Ancor più isterico.

– Parola d’ordine! (cazzo)

– I ciliegi son fioriti stanotte.

– Daranno buoni frutti. Ispezione riconosciuta . (cazzo)

Urlo. Di nuovo.

Urlare è sempre importante nell’esercito.

Ti presenta bene.

 

L’ufficiale, cinto dalla fascia azzurra di picchetto, tenente o più probabilmente sottotenente, non ricordo , sale i gradini della garitta.

Il bersagliere è teso.
Classica corda di violino.
Insomma magari è uno di quelli che tira a fregarti.
Tengo il buon vecchio Garand ad altezza coglioni.
I suoi.

Lui sa che il fucile è armato.

– Abbassa l’arma bersagliere.

Niente. Sempre altezza coglioni. Fucile stretto. Con forza. Convulsamente. Nocche sbiancate sul calcio.

Si guarda intorno. Niente mozziconi di sigarette. Niente cacca , niente piscia entro la garitta. Niente carta della cioccolata (buonissima ) delle razioni K.

Mette il dito indice due centimetri sopra la canna del Garand.
Un tipo coraggioso. O più probabilmente comprensivo.

-Bene bersagliere. Calmo. Son qui per servizio come te. Buona guardia.

Saluto.
Ricambio.
Se ne va.

Aspetto buona mezz’ora prima di tornare a dormire.
Per sicurezza.

Intanto , fumo una sigaretta via l’altra.

I cani continuano ad abbaiare. Si slanciano. Invano eccitati. Verso la mia elevata postazione.

Penso alle istruzioni formali e informali che il sergente firmaiolo aveva illustrato per i compiti di guardia e di pattuglia.

Regolamento.

Se dopo il “chi va là” non viene pronunciata la parola d’ordine, va imposto a voce alta “l’altolà”.
Se ancora l’entità non riconosciuta avanza verso di voi si intima, sempre a voce alta “alt o sparo”.
Infine si spara .

Due colpi.
Il primo in aria e il secondo al bersaglio.

-Però dovete sapere che è sempre meglio sparare prima al bersaglio e solo dopo un altro colpo in aria. Nessuno potrà mai stabilire la sequenza temporale degli spari.

Capito?

Capito.

Per conto mio. Se fai tutta quella manfrina prima di sparare sei un bersagliere morto. Anche perché, giustamente l’esercito , ad evitare incidenti ti forniva il caricatore del Garand privo di un colpo.

Non otto .Sette. In modo da non fare entrare automaticamente in canna il proiettile. Far scattare l’otturatore ti fa perdere quei due tre secondi decisivi.
Differenza micidiale. Tra vita e morte. La tua.
In una ipotetica guerresca realtà,solo un mentecatto sarebbe avanzato verso una guardia armata seguendo quella diritta procedura .

E’ fuffa . Più che altro.
Scenografia di naja.
Nell’esercito devi pararti il culo anzitutto dagli ufficiali.

Stanotte. Missione compiuta.

Salvo che un paio di colpi o più a quei cani li avrei volentieri indirizzati.

Sì lo so. Adesso siete tutti animalisti.
Non avete visto sbavare quei lupi.

E neppure il suo padre padrone.
Il custode di Fossa Merlo.

Un civile di mezza età. Ex militare ed ex artificiere.
Presumo.

Scontato presumere che non sempre gli sia andata bene.
Vista la ragnatela di cicatrici che gli solca la faccia.
Non si fa vedere se non quando va a dare il sanguinolento pasto ai cani.
Li chiama per nome.
I nomi.
Non li ricordo.

Satana, Belzebù, Diavolo. E il quarto, La Marmora?

No . Non credo. L’uomo non pareva dotato d’ironica vena.
Un tipo, il cui ritratto abbozzato a carboncino , nei western americani avrebbe senz’altro recato la scritta: wanted dead or alive.

La moglie , santa donna , cucinava però un ottimo rancio.

Si stava bene a Fossa Merlo.

Al netto di belve tetragone. Insensibili al nostro fascino di tigri piumate.

En attendant il rientro alla Garibaldi.

E Fanara.

PS. Ho chiesto amicizia su FB al Generale Fanara. Qualificandomi come bersagliere comunista. Il mio Tenente a due stelle non ha risposto. Mi sa che mi vuol riportare in pista carri. Mi sa che anche oggi mi fotterebbe. Infarto letale . Il mio.

Quattro

maggio 11, 2015

Vado all’ospedale dei matti.

Policlinico militare di Padova.

Due mesi dopo la scampagnata al Cellina-Meduna.

Trascorsi in sequenza.

Tromba. Sveglia cinque e trenta. E’ estate.
Voglia di cagare. Tuta ginnica. 15 minuti. Flessioni e corsa leggera.
Colazione. Fetta di pane . Una. Caffelatte. Quanto ne vuoi. Al bromuro. Dicono.

Dieci minuti di sosta. Compreso cambiamento “d’abito”. Anfibi e normale vestizione da marcia. Ritiro Garand dall’armeria. Allineati e coperti all’appello.

Tre ore d’addestramento formale. Marcia, batti il passo, cadenza, e poi : bersaglieri di coorsa!

Consegna armi.
Ti cade il fucile.
-raccogli e bacia l’arma. Venti flessioni.

Vuoi ammazzare il sergente firmaiolo diciassettenne.
No. Prima lo vuoi torturare a lungo.
Te l’immagini. Nei crudi , sanguinosi dettagli.
Torture immaginifiche. Al punto tale che, non avendo mai sopportato la vista del sangue altrui, ti gira la testa.
Eviti lo svenimento. Vai a pranzo. Lunga fila.

E’ estate. Ve l’avevo già detto ma lo ripeto .Nel caso l’aveste dimenticato. Distratti come siete.

Perciò è concesso un riposo postprandiale di ben 45 minuti.

Adunata del pomeriggio per pulizia armi.
Si smonta l’arma e la si rimonta.

Al solito malcapitato cui è toccato un Fal (Fucile automatico leggero) più complicato del Garand rimane, inesplicabilmente, un pezzo che non sa dove mettere.

-questo lo tieni da parte per ficcartelo in culo stanotte?

Tempestivo . Il solito Fanara.

Prende il Fal , lo rismonta e lo rimonta in un minuto e mezzo.

Quattro in punto del pomeriggio. Sole , pioggia o vento. Corsa di battaglione. Quaranta minuti. Al suono della fanfara.

Ritornello.
Ossessivo.

Dai, dai/ fai morir, fai morir , fai morir/ Signor tenente mi butti a terra/ sono una cappella/ non ce la faccio più… e così via di seguito.

Alternanza di corsa veloce e leggera. Ettolitri di acido lattico. Crampi. Dolorosi.
Torna , irresistibile l’impulso umano, troppo umano.
Uccidere un ufficiale. Prima ancora un sergente firmaiolo.
A mani nude.
Agli AUC (allievi ufficiali di complemento) solo spezzar le gambe, o le braccia . Magari entrambi gli arti .
Inferiori e superiori.

Due mesi così. Passati non all’ombra di un cortile ma al sole in piazza d’armi.

Uno normale o s’incazza o si deprime.
Tutt’e due. In un alternato melange.
Bestemmie e singhiozzi repressi.

Ho un nuovo amico , oltre a Lamberti , il mio ebreo preferito.

Mattia Mattei.
Di Tempio Pausania.
Fine intellettuale cattolico.
Ci scambiamo impressioni sui libri letti.
Io Hemingway, London, Steinbeck, fino a Kerouac, e Faulkner, qualcosa di Moravia (che Noia) , Verga , Berto, e il mio super preferito d’allora: Paolo Volponi con il suo
“La macchina mondiale”. Anni dopo preferirò il più noto “Sipario Ducale”.
Un frullato misto.
Con qualche goccia /doccia di Stato e Rivoluzione.

Lui Sant’Agostino, e non so cos’altro. Forse Elias Canetti.

Punto d’incontro Tolstoj.

Insisto sugli aspetti militari .

Tipo Borodino e la marcia parallela di Kutusov per accompagnare Napoleone alla frontiera. La sua idea che francesi aggressori e i consiglieri inglesi pari sono.

Lui insiste sul significato profoondo del pippone finale di guerra e pace che io avevo bellamente saltato dopo due pagine.

Mattia serve messa la domenica e fa lo sciaquino (leggi attendente) al cappellano militare che è anche laureato in medicina oltre ad avere i gradi di Maggiore.

Me lo fa incontrare.

A messa io non c’andavo. In cambio della corvée della domenica. Pulire i cessi della compagnia o spazzare cortili insieme ad altri puniti e/o atei impenitenti.

-la vita militare non ti piace eh?
-mica tanto.
-quando hai avuto l’ultima licenza?
-non ho mai avuto la prima , Signore.

-Se vuoi un consiglio, devi staccare . Andare a casa per un po’.
-Quando torni vedrai le cose sotto una diversa luce.

-Facciamo così. Ti faccio un biglietto per l’ospedale militare di Padova. Ti fai visitare da un Tenente Colonnello medico che conosco. E’ persona comprensiva.

Bene. Penso e dico.

Inizia l’avventura che mi riconcilierà con la “vita militare”.

Muovo da Sacile con foglio di viaggio per Padova la mattina. Arrivo verso sera.
Non posso sbagliare. Policlinico, padiglione numero B o A o C. Insomma una lettera maiuscola.

Guardiola .Mi presento.

Comme il faut.
Saluto, attenti : bersagliere tal dei tali inviato dal 182° Garibaldi.

Un caporal maggiore mi strizza l’occhio e mi indica dove devo andare.

Arrivo.

Una suora.

-Entra e togliti la cintura e i lacci degli scarponcini. ( Gli scarponcini son da viaggio di servizio da non confondere con gli anfibi).

Eseguo.
Docile. Ancora tranquillo.

Entro nell’antro.

Una stanza rotonda. Diametro circa dieci metri.
Otto brande addossate alla parete. In circolo.
Qualcuno dorme , un altro piscia contro il muro.
Cappella  sconsacrata.
Prima il policlinico era un convento.

Son già meno tranquillo.
La location è inquietante.
Due brande vuote. Ne scelgo una.

La porta, di ferro si chiude con uno sferragliar di chiavistelli.
Realizzo.
Se non è una prigione è un manicomio.

Non son più tranquillo.

-Aprite questa porta. C’è un errore , sono qui per una visita col tenente colonnello medico.

La suora.
– fate un’ iniezione a questo se continua ad agitarsi.

Mi calmo in un millisecondo.

Istantanea dell’ambiente.
Clic. Quattro continuano a dormire. Due son svegli.
Altra istantanea.
Clic. A quello che sembra più disponibile.

-Cazzo è sto’ posto?
-Se ci sei venuto lo sai.
– Visita. Dico.
-Beh se resisti un paio di mesi poi ti danno il congedo illimitato.

-Ma tu sei matto.
-No , ma l’importante è che loro lo credano.

Ah , è così che funziona.
Mi preparo a chiarire che son sano.
Poi ci ripenso. E’ noto che i matti non ammettono mai d’esserlo.

Merda, merda, merda.

Quel maiale d’un prete mi ha fottuto.

Notte insonne.

Domenica mattina .

Passa la suora. Demoniaca. Tutto compreso. Figura rattrappita, mani adunche e sguardo crudelissimo.

-Sveglia si va a messa.

Non mi muovo. Ovviamente. E’ una questione di principio. Un mio diritto astenermi da pratiche esoteriche.

-Chi non partecipa alla Santa Messa non avrà la dispensa.

Importa nulla a me della dispensa. Penso.
Penso. Ma non realizzo subito.
Non si tratta di una sorta d’indulgenza più o meno plenaria.
Solo rancio. La dispensa è il rancio. Coglione!

E così niente colazione. Niente pranzo . Niente cena.

Passo la domenica leggendo le scritte di cui è pieno il muro.

Tipo. “Son stato qui 45 giorni e adesso vado a casa. E non torno più”.
Eroe.
Altre scritte oscene, con particolare riferimento alle pratiche sessuali della suora che, in epoca di animalisti, non ho cuore di riferire.

Seconda notte insonne.

Per la verità un pochino di sonnolenza mi coglie a tratti.
Tratti interrotti. Un tale ulula di quando in quando. Regolarmente. Si finge una sorta di lupo mannaro.
Oddio, magari a forza di fingere lo è diventato. Mi ritrovo a pensare.
Ripenso a quel che ho pensato.
Se resto qui divento matto.

Lunedì mattina. Colazione nisba. Sempre per via della faccenda “dispendiosa”.

Però mi chiama un maresciallo e mi accompagna dal famoso Colonnello medico.
Colonnello, perché un Tenente Colonnello non si poteva appellare come tale.
Non sarebbe stato militarmente corretto. Chiaro che poi diventava colonnello.

(Sembra una digressione inutile. Anzi lo è. Il mio editore etereo Web me la casserebbe)

Attendo su una panca.
So già cosa dirò.
In due notti insonni mi son preparato a dovere.

– Allora, ironico. Bersagliere cosa ti affligge?
– La mancanza del mio reggimento Signor Colonnello.
– Ah sì . Allora ti ci rimando a piedi e di corsa.
– Signorsì , signore, non chiedo altro, SignoRe.

– Quindi ti senti bene , vedo che sei arrivato solo sabato. Evidentemente le nostre cure ti hanno giovato.

– Signorsì Signore. Molto. Mi sento pronto a riprender il mio servizio.

– Vedo dalle tue note che ti rifiuti di cantare , che non hai spirito di corpo, bersagliere.

– Signore son stonato come una campana e mi vergogno come un ladro. Non so neppure ballare.

– Mmh. Neanch’io bersagliere.

Comincia a scrivere.

Mi consegna il foglio .

-Togliti dalle palle.

Due settimane di licenza.

Gli faccio un saluto battendo i tacchi che neanche Fanara…

TRE.

maggio 7, 2015

Uno, magari anche una, può pensare, ma perché ti ostini.

Cazzo frega a noi delle tue vicende casermesche?

Dicci piuttosto cosa vuoi fare da grande.

Questa è semi – criptica.

Vabbè.

La svelo.

Gli è che c’è gente strana. E buona.

Pensa che io possa rientrare in SPE. Leggasi : servizio permanente effettivo.

Non ce la posso fare. Piuttosto il PAO . Leggasi: picchetto armato ordinario.

A proposito avete letto PAO , PAO di Pier Vittorio Tondelli ?

Il passato ormai remoto. M’appartiene. Assai più del futuro prossimo.

Perciò lo coccolo. Il passato.

No. Coccolo no .

Mi fa cagare.

Meglio, lo accudisco.

E ve lo propongo.

Avendo perso ormai ogni ritegno. Per ragion di partito son stato ritegnoso tutta una vita.

Adesso scribacchio ste’ cazzate.

Antidoto.

Serve a farmi edotto di un “limite invalicabile”. Vedi scritte sui cartelli delle caserme.

Ci siamo capiti? Spero di sì.

Me ne sto qui. Seminudo. In pubblico.

Che non mi vengano strane idee. Istigato da strana e buona gente.

Idee che rischiano di frullarmi nel/il cervello.

Dunque , dopo aver disinfettato, con  modiche dosi di Pignoletto frizzante, la profonda ferita egoica conseguenza del clamoroso errore geografico del secondo capitolo, proseguo. Imperterrito.

-Qui non si parla di politica.

Tale è il modesto succo che si spreme dal breve discorsetto del nuovo comandante di compagnia.

Un tipo inquartato. Faccia losca. Pancetta sporgente sotto l’uniforme stazzonata.

Non lo si vedrà mai correre in piazza d’armi. In genere lo si vedrà assai di rado. Giusto quando si fa riempire la AR 70 (in questo caso è una jeep non il fucile dei usato dai fratelli Savi) di buoni tagli di carne e cassette di frutta e verdura .

Vettovaglie in trasferimento rapido . Senza foglio di marcia. Dalla mensa ufficiali a casa sua.

Si capisce subito che a Fanara non piace.

Lo si capisce dal saluto impeccabile.

Troppo.

Porta la mano a taglio sulla fronte con scatto rabbioso , quasi volesse vibrare un micidiale colpo di karate.

Molti mesi dopo si lascerà sfuggire un giudizio critico. Prima e unica volta.

Allarme notturno.

Rottura di maroni.

Ressa, caos. Occhi cisposi. Non c’è tempo per lavarsi la faccia. Equipaggiarsi al volo. Mimetica, anfibi , due zaini, elmetto.

Elmetto.

Non faccio in tempo calcarmelo in zucca che passa il capitano:

-bersagliere dammi l’elmetto.

Il coglione veniva da casa . Mezzo addormentato. Sprovveduto. Ed io a malincuore provvidi.

Passa Fanara:

– Sei senza elmeetto ? Stai punito e vai a prenderlo.

– Signornò. Non posso signor tenente. Me l’ha preso il signor capitano.

-Anche questa. Va bene. Vai dietro il carro. E restaci. Non farti vedere.

Poi a voce bassa. Parlando a sé stesso affinché io potessi sentire .

– Burocrati di merda. Promossi senza aver fatto la scuola di guerra… passacarte, manica di raccomandati … povera Patria.

Il giorno seguente trovò il modo di avvertirmi con un sorriso accattivante:

-La notte scorsa non è successo nulla bersagliere.

-Non so di cosa parli Signor tenente.

Cominciai a pensare che non mi spiaceva del tutto quel figlio di puttana.

Dopo l’allarme ( altri ce ne saranno , più motivati , dei quali narrerò, forse. ) partimmo per il poligono di Cellina- Meduna.

Una scampagnata.

Finalmente fuori dalla caserma.

Carri M113 da trasporto truppe.

Carri M114. Carri comando. Riadattati con piattaforma per mortaio da 120.

Pilota il carro che ci ospita un tale di Torino.

Ama il suo carro . Carnalmente. Lo comprendo.

A Sacile e dintorni  c’è poca o nulla trippa per gatti di caserma.

Servono surrogati. A coadiuvare le pugnette notturne.

Ad ogni rientro porta il suo M113 sul ponte . Lo libera dal fango con potenti getti d’acqua. Gli fa lo shampoo come farebbe un impiegato con la sua utilitaria Fiat la domenica mattina.

Sul suo carro comunque ce la spassiamo.

E’ un pilota d’eccezione. Attraversiamo ai sessanta all’ora il Cellina e anche il Meduna.

Se non si è capito. Son fiumi. Oddio. Fiumi.

Più che altro torrentelli.

Adesso son inquinati dal Torio 232. Elemento radioattivo che mostra la sua alta velenosità dopo circa 20- 30 anni dal suo impiego.

Sia chiaro.

Io e il 182° Garibaldi non c’entriamo nulla.

L’Arpa regionale nel 2013 ha chiarito, seppur all’ingrosso che : “ si tratta probabilmente dell’eredità lasciata , tra gli anni ‘ 80 e ’90 dall’uso di missili spalleggiabili del tipo “Milan”.

Giuro . Non ne so un cazzo.

Io ero su quel carro. Quando correva l’anno 1970.

Poi scesi.

Insieme ai bersaglieri mortaisti. Vil razza dannata costretti a portare un carico notevole.

Il mortaio da 120 consta di tre pezzi.

Un tubo di stufa. Peso 34 chili.

Una piastra. Peso 34 chili.

Un treppiede.Peso 23,5 chili.

Tre mortaisti ne portano un pezzo per uno. Di corsa. Se han la sfiga d’esser bersaglieri.

E ce l’hanno.

Ma chissenefrega.

Io son incarico 42 . Specialista al tiro.

Porto una cartella con dentro due squadrette, un lapis e un goniometro.

Son uno che ne sa.

A pacchi. Di trigonometria. Secondo loro.

Ho fatto l’istituto tecnico.

Rigiuro. Non ne so mezza.

Tremo al sol pensiero di dover fornire l’angolo di tiro al puntatore.

Considerata la gittata notevole della granata da 120, e la sua potenza esplodente di sicuro mi rendo responsabile di un devastante collateral damage.

Fortunatamente per gli inermi abitanti dei dintorni, non s’arriva a tanto. Solo si tempra la resistenza dei mortaisti.

Di corsa. Verso “il centro giallo”.

Così viene in gergo  definito l’obiettivo.

Mi sento un pochino depresso per via di quella definizione.

Giallo. In vece di rosso.

Eccheccazzo !

Siam qui a difendere il sacro suolo dall’invasione dell’armata rossa .

O no?

E io simpatizzo alquanto.

Per l’armata rossa. Of course.

Ma, l’ho già detto. Preferivano la sindrome cinese.

Musi gialli. Con libretto rosso. Ma gialli.

Sapevano(chi più chi meno) che da Yalta in poi, la spartizione delle sfere d’influenza era avvenuta consensualmente. E presumibilmente sapevano anche che la Jugoslavia a ridosso dei nostri confini  non faceva parte del blocco sovietico.

Dunque .

Dunque meglio i gialli.

Per una ragione simbolica, ideologica, razziale, o semplice contingenza storica.

Che ne so?

Per loro il centro di fuoco nemico era yellow.

Una roba da fuori di testa. Geopoliticamente straniante. Strategicamente stellare. Militarmente surreale.

Ma così è stabilito. La Cina è vicina.

La si scorge già dopo meno di un chilometro di corsa leggera su e giù per le ondulate asperità del terreno cespuglioso tra il Cellina e il Meduna, in provincia di Pordenone, quando un mortaista che porta legato alla schiena con cinghie di cuoio il tubo di stufa, incespica rovinosamente sotto il peso.

Fanara accorre.

Con fare teatralmente stizzoso si carica il fardello sulla schiena. Pur tutt’altro che ampia.

Corre avanti.

-Bersaglieri di corsa veloce!

Fanara.

Matto come un cavallo. Rimbalza sui dossi. Elastico.

Una palla di gomma legata ad un tubo di stufa.

Gli andiamo dietro come un sol uomo. Ci ha fregati.

Il bastardo.

Due.

maggio 1, 2015

Adunata della Compagnia.

La prima con le divise del battaglione.

Ieri ho ritirato anche gli anfibi. Nuovi di zecca. Numero 44.

Porto il 45 Abbondante. Dico.

Dice il furiere – Questi son perfetti. Poi s’allargano.

Vero. Me ne accorgerò a mie spese.

Presiede Fanara in assenza del comandante di compagnia. Convalescente a tempo indeterminato. Troppa ginnastica.

Fanara.

Piccola statura. Compensata dalla testa gettata virilmente all’indietro.

Compatto. Fascio di muscoli chiavi in mano. Sorriso da tigre assassina.

D’altro canto siamo nella compagnia, mortai da 120 . Nickname : Tigri.

Da gridare tre volte prima del sciogliete le righe.

Uniforme impeccabile. Guanti neri stretti nella mano sinistra. Occhialini rotondi senza montatura.

Himmler. Praticamente.

Lo odio già. Anzi lo odiamo all’unanimità.

La conferma mi viene dal commilitone alla mia destra cui sussurro , circospetto,la definizione.

Mordecai Lamberti, pellicciaio milanese da sette generazioni . Blando anticomunista per tradizione familiare.

Il mio miglior amico per tutta la durata della naja. Lo sporco ebreo.

 

 

Contrappasso .

 

Dato che Dio , forse esiste.

 

 

Himmler è costretto a sfoggiare una sgargiante cravatta rossa. Come tutti noi. Del 182°.

182° reggimento fanteria corazzata Garibaldi formato dall’XI battaglione bersaglieri e dal XIII battaglione carri. Lascito della Divisione partigiana Garibaldi che combattè nella resistenza in Montenegro e inquadrato nella divisione Folgore. Da qui la cravatta rossa. In sostituzione del fazzoletto rosso dei garibaldini.

Missione.

Sorvegliare i confini pronti a dislocarsi nella pianura di Gorizia per contrastare l’invasione delle truppe del patto di Varsavia.

Medaglia d’oro al valor militare. Conferita nel 1953. Per : “ Degni eredi delle tradizioni militari e del sublime eroismo delle divisioni “Taurinense” e “Venezia”, duramente provate prima e dopo l’armistizio, i reparti di fanteria della Divisione Italiana partigiana “Garibaldi”, dai resti di quelle unità derivati, si forgiavano in blocco granitico ed indomabile, animato da nobili energie e da fede nei destini della Patria…

La trogloditica sintassi non è mia. Per il resto vedi Wikipedia. Se sei masochista.

Il motto. Importante. Simbolico. Ovvio.

OBBEDISCO.

 

Fanculo alla patria.

 

Penso. Mentre noi, ragazzi del contingente fine ‘49 inizio ’50, ci apprestiamo a trascorrere una notte di tregenda.

Da giorni i nonni ci promettono ogni sorta d’angheria.

Siamo rospi. Come dicono qui.

I rospi. Si sa. Amano l’umidità.

Gavettoni .

La maggioranza di noi, provenienti dal centro nord , è reduce dal ’68. Chi più chi meno. Ma il clima è quello.

Un paio di milanesi han fatto parte del servizio d’ordine del MS di Capanna.

Per la verità anch’io ho capeggiato lo SDO degli studenti medi della FGCI . Per un giorno. Quando partecipammo, pulcini, alla contestazione del congresso di medicina del lavoro a Palazzo Re Enzo a Bologna.

Mi dimisi in serata dall’oneroso incarico. Dopo che un caramba, crudelissimo , mi atterrò col calcio del moschetto.

Scagazza.

Non avevo più una gamba. Non la sentivo proprio. Svenni. Più per il timore d’esser paralizzato a vita che per il dolore.

Figura di merda.

Ma siamo pur sempre quelli del ’68.

Ergo stabiliamo turni di guardia per non farci sorprendere nel sonno. Facile.

See.

Dopo una giornata a portare a spasso il Garand (4,7 kg) a bilanciam arm correndo come dementi in piazza d’armi, il sonno prevale sull’ideologia.

Inevitabile.

Inevitabile il gavettone arriva.

Acqua mista a piscio.

Con netta prevalenza del secondo.

Se lo prende un sardo.

Niente a che vedere col ’68. Il maggio non era arrivato, se non come pallida eco, nella Sardegna interna dalla quale proveniva il pastore.

Taciturno. Calmo. Solitario. Faccia scavata nella roccia d’Aspromonte.

Charles Bronson da giovane. Mentre spacca ceppi quando arriva Yul Brinner a reclutarlo nei magnifici sette.

Come Bronson. Non fa una piega.

Va a lavarsi scansando il piantone alla camerata che dovrebbe eccepire. (Per andare al cesso di notte va chiesto il permesso).

Torna . Prende le lenzuola e va a lavarle. Il piantone , recluta anch’ esso, continua a far finta di niente.

Per questo starà punito l’indomani.

Gli ufficiali hanno bisogno che la tradizione nonnesca prosegua.

Stabilisce e consolida la gerarchia militare.

Conta l’anzianità.

Noi del ’68 solidarizziamo alla meglio.

Il malcapitato ci guarda come se non ci vedesse.

Tira fuori la mimetica dallo zaino alpino(si chiamava così) da non confondersi con lo zainetto tattico. Ci si stende sopra. Sul pavimento. Si rimette a dormire.

L’operazione defense night ‘68 non è riuscita.

Bronson fa per conto suo.

Uno dei nonni al contrappello serale mostra una faccia devastata.

In infermeria constateranno la rottura del setto nasale e “lo spezzamento”’con conseguente necessità di “eradicazione ” di un incisivo superiore.

Son trascorsi due giorni e due notti insonni.

Vedo Bronson sistemare le sue cose con meticolosa cura.

Trasferimento a Gorizia. Solo guardie. Giorno e notte. Sempre. Per tutto il tempo che resta all’alba.

A lui, come a tutti noi, restano più di trecento giorni prima di vedere le rosee dita dell’aurora.

Cazzi amarissimi.

Lo avvicino. Tallonato dal senso di colpa . Quella notte dormivo.

-Vai a Gorizia. Mi spiace.

-Gorizia o Sacile. E’ la naja.

Sei parole.

Solo io. Si sa . Son fine. Riesco a divinare un facsimile di sorriso.

In quella faccia d’argilla.

(fine del secondo capitolo, semmai ce ne sarà un terzo)

Il libro.

aprile 27, 2015

Mi dicono in tanti che dovrei scrivere un libro.
Una sorta di testimonianza politica.
L’hanno fatto in molti.
Quanto a me .
Capisco.
Un prete spretato potrebbe rivelare gli arcana imperii.
Di Botteghe Oscure. Per quel che può.
Non posso farlo.
Non voglio.
Certo se scrivessi come parlo e penso, il libro andrebbe a ruba.
Cose che voi umani…
C’è però un dovere di lealtà. Da non confondersi con l’omertà.
Meglio che tutti quei ricordi si perdano come lacrime nella pioggia.
Ma dato che s’insiste.
Messaggi. Telefonate…

Vabbè v’accontento .
Come pare a me.

Per mio puro divertimento.

A pezzi e bocconi.
Deludendovi.

1970.

Aspetto da tempo la cartolina gialla. Leva militare. Ormai siamo a marzo .
L’ho scampata. Evidentemente sono tra quelli in soprannumero.
Invece no.

Torno dalla SIFTA. (cosa diavolo volesse dire questa sigla non l’ho mai saputo) Lavoro a turni di otto ore per h24 (come direbbe Maroni/Crozza). Natale e capodanno compresi. I forni non si possono spegnere.
E’ una fabbrica di trattamenti termici dei metalli.

Agreable. Temperatura costante. Cinquanta gradi sia d’estate che d’inverno.
Mia madre dice che è arrivato un carabiniere. Con la cartolina. Gialla.
Vabbè. Buona occasione per accomiatarsi dal girone infernale.
Leggo. Destinazione Avellino. Specialità . Bersaglieri. Brigata Folgore.

Boh. Mi vien in mente La Marmora e la guerra di Crimea.
Son quelli con le piume sul cappello.
Ah, era bersagliere anche Mussolini. Cazzo. Però anche Longo. E con grado da ufficiale.

 

Andiamo.

Ad occhio e croce , per uno che al massimo era andato a Rimini, Avellino e Salerno sono al sud .

Mooolto a sud .Fa caldo.

Quindi camicia e giacchetta. L’unica. In finta pelle.
Arrivo. Nevica fitto. Freddo boia.
Fanculo al sud.

Entro all’indirizzo.
Sbagliato. C’è un sacco di gente in piazza d’armi con in testa un cappuccetto cremisi cui è appesa una treccina che finisce in un fiocco blù.
Ridicolo pon pon.
Saprò poi a mie spese che i turchi regalarono il fez ai bersaglieri inviati da Cavour in Crimea per il valore dimostrato sul campo. Infatti caddero come mosche.

Riguardo l’indirizzo.
Esatto.
Mah.

Arriva un tale. Alto, tuta mimetica. Sono in un film. Non faccio in tempo a dirgli che ho sbagliato indirizzo che mi prende la cartolina e mi fa cenno di andare a registrarmi.

Esito. Mi sferra un calcio in culo. Leggero. Non cattivo. Solo per accompagnamento.
Capisco che l’indirizzo è giusto.
Son ragazzo di campagna , ma intelligente.

Capisco, sempre perché son intelligente , che sono in transito.
Dormicchio in piedi. Vicino al cesso.
La mattina parto. Da solo per Salerno.
L’esercito si fida.
E mi paga pure il biglietto del treno.

 

Caserma tal dei tali. Controllo . E’ quella. Bene.

Ai lati del monumentale ingresso son situate due statue con cappello piumato.

Son perfette. Sembrano vive.
Passo e scattano sull’attenti.

Madonna. Professionisti che neanche in Piazza Rossa.

 

E così inizia il mio CAR.

Trentacinque giorni. Calo di peso. 17 chili. Ottima dieta. La bistecca è targata argentina fornita da manzi trapassati da una ventina d’anni , forse più.
La frutta. Mele. Ammonticchiate ai quattro angoli della mensa. Marce perlopiù.

Mi rifiuto di mangiare. Piango invariabilmente quando la mattina la musichetta per la corsa di battaglione è perfettamente, inequivocabilmente, intonata ad “Allarmi siam fascisti”.
Per la serie . “allarmi/allarmi bersaglieri/ tremendi e fieri/.

 

Mi nota un ragazzo di Rieti col quale mi confido.

 

-Ma qui son tutti fascisti , dico.

-Macchè fascisti, io son fascista. Loro son stronzi. Ci vogliono spezzare, ma tu che sei comunista e io che son fascista non ci faremo mettere sotto da questi burocrati.

-E adesso mangia.
-Non posso proprio ma la senti la puzza di merda?

E così , m’imboccò, letteralmente. Con la sua forchetta mi faceva mangiare ben 12 maccheroni al giorno.
La bistecca era fuori discussione. Inattaccabile anche con la baionetta.

-Mangia che poi se passiamo la rivista per la libera uscita ti porto a puttane.
Obiettai che comunque non avevo soldi.
Al che: – non ti preoccupare , ci penso io.

Ma passai la rivista solo una volta.
Mi fregavano sempre con la lunghezza del pezzo regolamentare di carta igienica.
Una volta era troppo corto. L’altra troppo lungo.
Di puttane neanche l’ombra.

 

E , finalmente, tradotta militare per Sacile del Friuli. Destinazione reggimentale.
Ventisette ore di viaggio.
Si piscia in corridoio.
Cessi intasati dopo poche ore. Durante le soste proibito scendere dal treno.
Si caga in cartocci che poi si lanciano dai finestrini.

Tutti contenti comunque perché si va alla caserma Garibaldi e non al leggendario /famigerato Quarto di Pordenone. Da tutti temuto.

 

Arrivo.

Compagnia riunita. Compresa di vecchi congedanti e reclute. Di fronte al capitano Quitadamo. Tutt’e due le braccia ingessate. Un incidente di ginnastica.

 

Andiamo bene.

 

Il discorso lo fa il vice. Un tenente a due stelle. Raimondo Fanara che imparerò a conoscere fin troppo bene.

 

Dice : difendere la patria dovere sacro e tutto il seguito di retorica patriottarda.
Poi esemplifica, interrogativo: – se le vostre donne, le vostre sorelle venissero violentate dai marocchini voi cosa fareste?

Risposta di un congedante pisano: – beh , bisogna vedere signore … se son contente loro ….

S’ebbe cinque giorni di cella di rigore che gli allungavano la ferma di altri cinque.
Quando si dice il gusto della battuta.

 

Grazie al toscanaccio la mia depressione era superata.
Era possibile resistere come diceva il fascista.

 

E così quando fui convocato dall’UI (ufficiale informatore) perché m’avevano trovato nel corso della rivista zaino una copia (la prima) della rivista Il Manifesto, superai brillantemente l’interrogatorio.

Discutemmo dell’articolo di Lucio Magri che verteva sul ruolo delle sezioni nell’organizzazione del PCI.

Voleva sapere (era un intellettuale) perché avevo sottolineato questo o quel passo.

Mi congedò adombrando un possibile trasferimento al carcere militare di Peschiera del Garda.
Trascorsi solo ventiquattrore in cella di rigore.

Mi liberò il tenente Fanara portandomi a fare una “corsetta” in pista carri.
Nell’entusiasmo di farmi fuori la milza il tenente cadde sul brecciolino.
Si rialzò con scatto felino, il viso sanguinante e gli occhiali rotti.

Continuò a correre con me al fianco: – bersagliere come va con i gialli? .
C’era allora la sindrome cinese.
-frega niente a me dei gialli.
-Sei rosso.
– signorsì, signor tenente .
– Continua a correre, più veloce bersagliere o debbo pensare che ti è rimasto un pezzo di cazzo nel culo?

Favoloso Fanara.

 

 

Fine del primo capitolo.

Bologna.

aprile 25, 2015

Il contesto appare caratterizzato da una propensione astensionista, che si va consolidando ,dopo il voto regionale, al limite (Anderlini), di “una condizione esistenziale”.

Non mi pare una diagnosi molto distante dalla realtà bolognese.

Se si tiene fermo questo punto, necessariamente di partenza, allora conviene riflettere bene sul da farsi. Sempre che qualcuno ancora abbia voglia di fare. Che si voglia agire politicamente nel momento in cui l’impasse dell’amministrazione cittadina è sotto gli occhi , per quanto svogliati , di tutti.

A tal fine, fosse per me , beh andrei rapidamente oltre gli ormai tradizionali metodi per formare liste civiche che per solito ottengono come risultato una dignitosa ma poco incisiva rappresentanza testimoniale. Ciò non dovrebbe bastare a noi della sinistra.

A Bologna si è già ottenuto con l’Altra Europa al tempo delle europee un buon risultato che però s’è assai ridimensionato , com’era del resto prevedibile, alle regionali.

Resta comunque una non disprezzabile base di partenza.

Non basta. Lo sappiamo bene tutti.

Non basta se si vuol rendere credibile un’alternativa al governo del PD.

Non basta se si vuol vincere in Comune.

Si tratta di vedere se è possibile , realistico, mobilitare il consenso di almeno una parte dell’elettorato democratico che disertò le urne alle regionali.

Dico almeno una parte dato che un’altra parte , versa con buona probabilità nella condizione esistenziale sopracitata ed è del tutto aliena dall’esprimere un voto o persino una larvata preferenza politica. Resterà a tempo indeterminato, alla finestra, se non nel sottoscala.

Tale è la condizione psicologica generalizzata al tempo di Renzi.

E proprio su ciò conta molto il giovin fiorentino per restare a lungo a Palazzo Chigi. Frega nulla a lui e al suo PD se governa attualmente con il consenso di poco più del 20% degli aventi diritti al voto.

Per ragioni che sono persin troppo ovvie ormai, nello sfascio del sistema politico più cresce l’astensionismo più cresce la percentuale di voti al partito unico della Nazione.

Per cui a Bologna si tratta d’impostare una campagna elettorale nel tempo di Renzi.

C’è poco da fare. Le logiche del passato servono solo a mettere la testa sotto la sabbia.

Al contrario di ciò che si può legittimamente pensare, il “tempo di Renzi” non va ignorato per timore di subalternità.

Non va esorcizzato , né solo criticato.

Va assunto come un dato politico di partenza.

Non prescindibile in alcun modo.

Dobbiamo dunque fare come lui?

No. Ma nel concepire e poi sostenere una lista civica a sinistra, non possiamo neppure permetterci il lusso di tornare a destreggiarci abilmente in dibattiti senza posa sui famosi punti programmatici.

Un programma serio e rigoroso , articolato fin nei minimi dettagli, posto che non rechi con sè la fissione dell’atomo tra di noi, (noi genericamente di sinistra) non fa oggi la differenza per un elettorato che di programmi ne ha visti tanti e tanti ne ha visti inattuati. E che per di più è stato a lungo istruito a credere che sia ormai definitivamente abolita, superata, dissolta ogni differenza tra destra e sinistra. Anche al netto dell’obiettivo sputtanamento della parola “sinistra”, cui in modo diverso, forse anche noi (compreso chi scrive) possiamo aver dato un qualche involontario e ingenuo contributo, comunque colpevole.

E neppure ci si può permettere un lungo dibattito che finirebbe presto in diatriba inconcludente e persino velenosa sui metodi , o sul metodo migliore per scegliere il candidato/a a sindaco.

La dico tutta e brutale.

Tanto per venir giù dal pero.

Per non dire bugie, per pietose che siano.

Fosse per me , partirei dall’alto e non dal basso.

Partirei dal candidato/a.

Ciò non abolirebbe affatto il dibattito interno ad una o più liste civiche.

Semplicemente , mentre si discute e si partecipa giorno e notte, e si redigono programmi, e s’enunciano propositi, mi metterei alla ricerca col lanternino di un unico candidato indipendente nel quale ogni sinistra , bella o brutta stretta o larga , possa bene o male riconoscersi insieme ai democratici delusi dall’andazzo pieddino e dalla sua scialba e stanca amministrazione.

Dobbiamo essere avvertiti.

Nei circoli bolognesi che contano si discute alacremente SOLO del candidato con cui sostituire in corsa Merola all’insegna di una continuità di potere garantita da una discontinuità d’immagine.

A costoro importa una sega del programma .

Quello lo faranno dopo.

Cammin facendo.

Dopo che avranno eletto uno di cui si fidano.

Beh, anche noi dobbiamo puntare su uno o una di cui ci fidiamo.

E magari mettere le ali ai piedi per arrivare prima di “loro”.

Capisco che un tal modo di procedere, per qualcuno inverte e perverte letteralmente il rapporto tra programma e candidato. Prima il primo e poi il secondo. Tale è il nostro tradizionale modo di pensare e a volte, ma solo a volte, di operare. Salva l’ipocrisia che spesso s’è palesata in questo giusto modino , così politicamente corretto e pulito che non fa una grinza.

Salva l’ipocrisia non è sbagliato in sé.

In una situazione normale.

Solo non fa i conti con il contesto assai mutato.

Con la politica e i partiti così malridotti , conta la credibilità delle persone.

La fiducia che esse possono o non possono instaurare con un elettorato sgamato, stanco, sfiduciato che non leggerà mai e poi mai , credetemi , nessun programma, di nessun tipo.

Piaccia o non piaccia questa è la situazione.

L’anomalia della situazione.

I puristi del programma , serio e rigoroso, i puristi dell’etnia e della razza secondo cui bisogna sempre stabilire a priori che la sinistra, “la vera sinistra sono io”, e nessun altro, dovrebbero riflettere criticamente , per una volta sull’opportunità che si presenta pur nella difficoltà.

L’anomalia del tempo presente , specie a Bologna contiene in sé una potenzialità , la possibilità di una vera e propria rottura.

A meno che non scatti la logica stringente del puro che epura.

Mi è capitato di dire, e impunemente lo ripeto, che il programma consta di un solo punto: la manutenzione della città fisica e della società civile.

Significa , per me , che si va, si deve andare senza mezze misure, all’attacco di tutte le vulgate correnti.

Niente privatizzazioni nei servizi pubblici e sociali essenziali.

Riportare dentro il Comune ciò che gli è stato sottratto con l’idea malsana che i privati fanno sempre e comunque meglio.

E’ una clamorosa balla.

Si può dimostrare.

Bisogna dirlo.

Bisogna dire che non basta il controllo esterno di gestione ma che quando si tratta di rapporto tra pubblico e privato , il primo deve partecipare anche alla gestione operativa in posizione preminente.

Se così non avviene il controllo pubblico, dall’esterno, è solo un sacco vuoto.

E lo si può dimostrare.

Inoltre, piantarla con tutta l’attenzione, tanto spasmodica quanto inconcludente di questi lunghi anni, al centro storico ristretto peraltro in una piccola area ad alta redditività non solo simbolica intorno alle due torri . Questo proprio mentre s’abolisce l’elezione della Provincia e s’installa quel nulla istituzionale di una città metropolitana non elettiva. Alla pari con quell’ircocervo di un Senato composto di consiglieri regionali cui s’estendono le prerogative costituzionali dei parlamentari.

Indirizzare invece tutte le risorse possibili alla parte più svantaggiata e assai più larga della città. Ciò significa scontrarsi , tutte le volte che risulta necessario con poteri, salotti, consorterie , logge , insomma : il felpato, immarcescibile, conservatore establishment bolognese.

Gente cui frega nulla del degrado “esterno” delle periferie, che non frequentano e che non vedono mai. Le periferie sono solo territori nei quali esternalizzare costi e depositare, lontano dagli occhi e lontano dal cuore, una marginalità sociale crescente.

Crescente nei fatti prima ancora che nella coscienza dei singoli: reddito e lavoro. Senza un minimo sindacale di benessere e sicurezza sociale.

Manutenzione significa questo: tornare in qualche modo a rilanciare il buon governo di Bologna.

Smetterla di ideare progetti che nulla , ma proprio nulla hanno mai avuto a che vedere con le necessità primarie e urgenti dei cittadini: dal Metro, al Civis alla colpevole idiozia del treno volante. C

Certo nel passato migliore di Bologna vi furono anche grandi progetti urbanistici e risultati rilevanti in campo culturale, ma oggi rinverdire la stagione migliore della città significa anzitutto, se non esclusivamente, restaurare e in parte ridefinire secondo giustizia l’intero assetto dei servizi pubblici e sociali. Ergo ridistribuire, nei limiti delle possibilità di un’amministrazione comunale, le risorse a disposizione.

Bene.

Se si trova un uomo o una donna (e chi cerca prima o poi trova), disposti a lavorare su questo , noi della sinistra, noi che comunque voteremo una lista civica fuori e contro l’attuale ceto politico del PD bolognese, potremmo partecipare per vincere.

Questo mi pare un buon programma.

Ho in mente qualcuno? Forse. Sì e no. Insomma non son sicuro.

Comunque non ho mezzi (rapporti, relazioni) per interloquire, ne autorevolezza e tampoco autorità per proporre.

Il mio invito, compagni ,compagne ed amici tutti è a cercare SUBITO il candidato sul quale confluire mantenendo ognuno la propria più o meno forte identità

. Cercate, dunque.

Mentre si continua a discutere. Naturalmente.

Ma tenete a mente, se volete, che prima lo si trova e meglio è.

SE SI VUOL VINCERE .

PS. Per i cercatori. A scanso di equivoci.

Cercate ovunque, (continuerò a farlo anch’io) anche nelle zone limitrofe alla città con l’esclusione della frazione di Amore sull’appennino. Qui siamo in 22 residenti più un domiciliato permanente. Non mi risulta nessuno disponibile.

Calma e gesso…

febbraio 14, 2015

Lo stato islamico ha preso Sirte.

Gentiloni dice che siamo pronti a combattere.

Un ex capo di stato maggiore della difesa chiarisce che fu un’emerita cazzata partecipare, seppur controvoglia, al rovesciamento di Gheddafi insieme agli anglo-francesi andando contro i nostri interessi nazionali.

Renzi, da qualche tempo, per coprire la malefatta dell’abbandono dell’operazione umanitaria Mare Nostrum a favore di quel nulla denominato Frontex Plus (Triton) batte sul chiodo della Libia.

Tanto il primo che il terzo, forse non hanno tempo a disposizione per cercar di capire almeno all’ingrosso ciò che sta avvenendo dalla nascita del cosiddetto califfato ad oggi.

Usano tutto a fini di politica interna e si rendono ridicoli agli occhi degli alleati del mondo occidentale.

Per esempio non capiscono (o fan finta) di non aver seguito la dinamica che ha portato le bandiere nere sulla riva del mediterraneo in faccia a Lampedusa.

Tutto è partito dalla Siria e dalla rivoluzione democratica contro il regime di al Assad.

Subito ci si è sbilanciati , anglo-francesi e Obama in testa, a chiedere la resa e l’espatrio del dittatore alawuita.

Adesso sappiamo che il Free Syrian Army che s’intestò quella rivoluzione non è altro che un gruppo di saccheggiatori cui fanno riferimento 1200 bande di “ribelli”.

E sappiamo anche che molte di queste bande “democratiche” hanno rivenduto all’ISIS il grande stock di armi a loro gentilmente concesso dalle democrazie occidentali mentre le monarchie del golfo persico, ( con la complicità della Turchia la quale ha interesse a picchiare sui curdi) alimentavano tramite adeguati finanziamenti gli arsenali di al-Nusra filiale di Al –Qaeda.

Lo sa anche Obama che , infatti, pur non potendo sputtanarsi , dopo aver chiesto la caduta di al Assad, lo avvisa tutte le volte che l’Air Force bombarda le posizioni dello stato islamico in Siria.

Anche gli USA hanno capito che il califfato nasce in Siria, grazie alla sollevazione “democratica” della quale s’è impossessato in men che non si dica estendendosi in buona parte dell’IRAK.

E , adesso arriva a Sirte.
Lo sbocco al mare.

Trattasi d’intricato contesto geopolitico anzitutto , molto prima di guerra di religione.
Per questo è apprezzabile l’editoriale di Limes significativamente intitolato : “Calma e gesso”.

Appunto.

Conviene pensare , e pensare bene prima di invocare l’opzione militare.

Abbiamo a che fare con un ginepraio irto di velenose spine.

Qualcosa che non può esser ridotto alle , pur comprensibili emozioni viscerali di un Quirico (Vedi il suo “Il grande califfato) che scambia il sedicente califfo al Baghdadi per Lenin e il fondamentalismo islamico per il comunismo.
Secondo Quirico non esistono musulmani moderati, così come non potevano esistere comunisti democratici.

Calma e gesso , appunto.

Nel ginepraio c’è un nuovo grande gioco  che coinvolge USA-Russia e Cina con l’Europa a seguire.

Ma non solo.

C’è uno scontro per il dominio del medio oriente e dell’intera mezzaluna fertile tra sunniti e sciiti.

E c’è anche uno scontro interno al campo arabo –sunnita.

Insomma un variegato casino.

Nel quale va sempre tenuto fermo un punto: la guerra di religione è solo un mezzo per ridislocare poteri e forze in relazione a risorse e ricchezze di determinati territori.

Non si può fare a meno di individuare i vari interessi in campo.

A partire dal  regno dei Saud che ha di fatto sostenuto e promosso il colpo di stato contro i Fratelli Musulmani in Egitto.
Da notare che i Fratelli potevano forse (sottolineo forse) evolvere verso quell’Islam politico in grado di arginare le suggestioni – oggi purtroppo già tradottesi in effetti concreti – alla costruzione del grande califfato.

Epperò i sauditi avevano forte interesse a destabilizzare l’Irak a comando sciita per tener a bada la crescente influenza iraniana sulla regione.

Inoltre una persistenza al potere dei fratelli musulmani avrebbe messo comunque a dura prova l’egemonia dei Saud nel vasto campo sunnita.

Egemonia indispensabile a trattare da posizioni forza o di minor debolezza con gli USA proprio nel momento in cui si stabilisce, con paradossale e momentaneo rovesciamento di fronte , un’alleanza clandestina sul campo tra iraniani e americani di fronte all’avanzata fino ad ora non resistibile dell’ISIS.

Come scrive Limes: “parrebbe che in Siria i pasdaran siano la fanteria degli Stati Uniti o l’Air Force l’aviazione di Teheran”.

Già, come cambia il mondo.

Fino all’altro giorno la polarizzazione dello scontro sunniti e sciiti incentrata su Siria e Irak vedeva una guerra per procura tra L’Arabia Saudita e le monarchie del golfo appoggiate dagli USA da una parte, e l’Iran e la Siria sostenuti dalla Russia dall’altra parte.

Adesso tutto si fa più nebbioso.

Forse Obama dovrebbe tenerne conto, quando tratta la questione Ucraina considerando che fu Putin ad opporsi alla cacciata di al-Assad.
Quel cattivone che, oggi, sostiene l’impatto maggiore del califfato.

Cose vecchie che ritornano.
L’ISIS nasce per iniziale impulso della galassia denominata Al –Qaeda e poi la fagocita rapidamente.
Vedi alla voce Al- Nusra in Siria.

Qualcuno (Patrick Cockburn) ha scritto che i genitori adottivi di Al –Qaeda sono l’Arabia saudita e il Pakistan.

Direi che è storicamente esatto.

E dato che Arabia saudita e Pakistan sono strategici alleati USA da sempre si potrebbe anche dire che i figli, più o meno bastardi, di Al-Qaeda hanno nonni adottivi a stelle e strisce.

Quei figli ormai non possono esser strozzati nella culla.

Son diventati adulti e vanno in giro ad ammazzare sotto le insegne dello stato islamico.

Vanno combattuti anzitutto isolando il cosiddetto califfato.

Con il consenso e la partecipazione dei sunniti.

Non basta armare gli sciiti.

E neppure i curdi, i quali peraltro ben oltre la retorica pelosa sulla resistenza a Kobane, godono già di un’ampia autonomia e sono tra i più corrotti (vedi alla voce Barzani) dell’intero Irak . Almeno alla pari con i satrapi sciiti che governano Bagdad.

Bisogna far leva su tutta quella gente (sunnita) che a Mosul è perfettamente consapevole che il governo dell’ISIS è solo un male minore rispetto alle persecuzioni subite dagli sciiti governativi.

Scommetterei che a loro non piacciono i fascisti neri del califfato.

Solo che han visto e subito persin di peggio da parte del governo sciita e bisogna pur campare.

Ergo tutta la politica dell’occidente va ripensata.

Non si può rimanere indifferenti al colpo di stato in Egitto e anzi plaudire al ruolo di al –Sisi come fa Renzi.

Tutto è lì a dimostrare, con montagne di cadaveri, che tanto l’esportazione della democrazia , quanto il sostegno ai soliti dittatori mostrano ormai la corda in un contesto medio orientale che non tornerà più allo status quo ante.

Che fare?

La via principale, consiste nell’adoprarsi a fermare il contagio tramite la lenta , difficile costruzione di un Islam politico.

Avendo memoria del passato.

Risalendo persino (1953) al colpo militare sponsorizzato dagli anglo-americani che destituì il liberale Mossadeq in Iran. E che molto tempo dopo aprì la strada a Komeini.

Anche in seguito, in anni a noi più vicini, si teorizzò la possibilità di una democrazia islamica.

Ora io dico, se esiste una democrazia cristiana perché non può esistere una democrazia islamica?

Salvo che la democrazia la preferirei democratica e basta.

Per le leggi coraniche?
Non credo.
Idem per le leggi bibliche.

In conclusione bisogna assolutamente non mettere i piedi dentro la trappola predisposta da chi fa il furbo religioso per non pagare il dazio.

Certo si sbaglierebbe a sottovalutare il fattore religioso.

Mobilita, sostiene, fanatizza, motiva.

Persino in campo militare può fare una certa differenza dato che è complicato minacciare di morte chi la invoca.

Anche se son mica certo che vogliono andare tutti in paradiso di corsa.

Non va dimenticato che la prima cosa che arriva a questi aspiranti al paradiso è uno stipendio sicuro, per loro e per le loro famiglie.

Il vil danaro è cosa ancor più motivante laddove si vive in assoluta povertà.

Lo dimostra anche il fatto che per entrare nello stesso esercito “regolare” iracheno bisogna pagare una mazzetta.

Dopodichè se ne può pagare un’altra per restarsene a casa a riscuotere il magro stipendio. E ciò spiega almeno in parte la caduta di Mosul in soli quattro giorni.

Più che soldati quelli iracheni sono dipendenti statali per di più assenteisti.

Precisati questi necessari dettagli, dalle guerre di religione del passato storico dovremmo pure aver imparato qualcosa.

Non conviene , non è utile è anzi un grave errore farsi ottenebrare da ciò che dicono di sé i credenti nel vero Dio, al netto di una moltitudine di sanguinari pazzoidi che pur credono in quel che dicono.

Di sicuro il misterioso Califfo al- Baghdadi non è tra questi.

In verità nella sanguinosa partita a scacchi tra i vari e storici attori della regione mediorientale: Arabia Saudita, Iran, Egitto e Siria in primo luogo, lo stato islamico cerca di rendersi autonomo e di costituire una nuova e stabile potenza regionale e ci sta riuscendo.

Il solito esito provocato dagli apprendisti stregoni.

C’è qualcuno nel vasto mondo in grado di imporre uno stop?
Certo non L’ONU.
La parola torna, in quest’ordine, a USA, Cina (gatta morta) e Russia.

E temo che il contenimento del califfato possa venire solo da un accordo, o meglio un compromesso globale tra queste potenze statali e i loro clienti/alleati nella regione.

Non me lo auguro certo, ma non è escluso che alla fine toccherà convivere con una nuova realtà statale entro una mappa geopolitica alquanto cambiata.

Non è semplice.

Da mandar giù.

Mentre abbiamo ancora negli occhi le immagini di un uomo bruciato vivo.

Ma son certo che l’opzione militare secca , una guerra totale contro l’ISIS è esattamente la prospettiva peggiore.

A maggior ragione bisogna lavorare di buona lena per offrire un’alternativa a quanti sostengono lo Stato Islamico sol perché non vedono altra realistica via d’uscita da una condizione di insicurezza e precarietà esistenziale che dura ormai da troppo tempo.

A tal fine ,per quel poco che ne capisco, bisogna interloquire direttamente con le popolazioni sunnite stremate da una guerra infinita, mantenendo aperta al contempo la via del negoziato con l’Iran.

E intanto manteniamo la calma.
Gli Scud libici, lo abbiamo già visto, arrivano corti a Lampedusa.
Il pericolo è semmai il terrorismo.
Per prevenirlo l’opzione militare non serve.

E per dirla tutta , pensando a Copenaghen, non è utile neppure raffigurare Maometto con la faccia da cane.

Siamo tutti per la libertà d’espressione.
E gli assassini vanno neutralizzati.
In un modo o in un altro.
Non mi scandalizzo.

Ma è opportuno e saggio porsi la domanda.

Come reagirebbero i cristiani dell’occidente se gli islamici raffigurassero in tal modo o in modo analogo un qualsiasi santo cristiano?

Insomma : calma e gesso.

Per le crociate c’è ancora tempo.

PS. Devo precisare che rileggendo l’articolo oggi,  m’accorgo che il passaggio sulla retorica pelosa sulla resistenza di Kobane ha lasciato indietro una considerazione che può generare equivoco: un conto è il Kurdistan Iracheno, altro conto sono i curdi siriani combattenti  che  (cosa che i servizi giornalistici non dicono mai) sono in molta parte costituiti dalla frazione siriana del Partito curdo dei lavoratori , il PKK.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 95 follower