Lo stallo.

aprile 21, 2018

Dunque il governo M5S e centrodestra non c’è più. Se mai c’era stato.
Manca un interlocutore: il centro destra.
La cosa era già chiara alla fine dell’esplorazione della Presidente del Senato.
Lo stesso Berlusconi (che oggi frena) lo aveva di fatto già sciolto definitivamente, sbroccando di brutto, ancora qualche ora prima della sentenza “storica” di Palermo.
Una sentenza che porta alla luce il segreto di pulcinella.
Pezzi dello Stato hanno sempre interloquito sottobanco con il potere della mafia. Fin da Portella della Ginestra, sulla scia dell’insediamento manu militari di illustri mafiosi nei municipi siciliani da parte dei liberatori.
L’intreccio tra politica e mafia è storia italiana.
Adesso con la verità giudiziaria stabilita a Palermo, che condanna di nuovo il cofondatore di Forza Italia, il partito del Berlusca non è destinato a sopravvivere alle prossime elezioni.
Quando che siano.
I primi risultati li vedremo in Molise e Friuli.
La dimostrata trattativa Stato- Mafia agevola la trattativa condotta in modo demenziale tra M5S e la Lega?
A me non sembra.
Può servire semmai a far dimenticare l’apertura di Di Maio all’appoggio esterno del partito di Berlusconi.
Il 17% di Salvini non consente un accordo di governo che sarebbe esiziale per la Lega proprio nel momento in cui avanza nei sondaggi, a meno che non si sciolga immediatamente Forza Italia con un passaggio en masse di parlamentari alla Lega.
Un’ipotesi difficile senza un’ulteriore sanzione elettorale.
L’unica possibilità potrebbe essere quella di un passo indietro del Capo Politico par excellence, per far posto magari a Giorgetti che tra l’altro metterebbe in qualche imbarazzo il PD.
Anche questa possibilità mi sembra di ardua praticabilità dopo l’ossessiva fermezza
di Di Maio.
A questo punto il Presidente potrebbe incaricare Fico tanto per provarle tutte, magari allargando il perimetro d’esplorazione.
Dopodiché resta solo un governo di minoranza del Presidente che porti ad elezioni insieme alle europee.
Se M5S e Lega si rifiuteranno di sostenerlo non faranno altro che dimostrare ulteriormente il proprio fallimento senza mai aver informato gli elettori(tra flat tax e reddito di cittadinanza) sui punti di sintesi di un programma concordato.

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Chi e cosa sono i populisti. (per i palati più fini ,avverto che è titolo scherzoso).

marzo 24, 2018

Zitto tu che sei il solito populista. Per lunghissimo tempo a sinistra questo motto riassumeva l’incomprensione di un fenomeno, ricorrente nella storia di almeno due secoli.
Adesso ci troviamo di fronte ad un populismo di tipo nuovo, aggiornato al terzo millennio che fa la sua grande prova in Italia.
La scaturigine , in termini generali è la crisi della democrazia e della politica nel suo rapporto con l’economia globalizzata, quel finazcapitalismo di cui ci ha parlato il compianto Luciano Gallino.
Quando si volle far nascere il PD, nel 2007, a un tiro di schioppo dalla grande crisi del 2008, lo si fece coi paraocchi della legittimazione, con l’idea di adeguarsi , finalmente, ad una stagione che… non c’era più. Una sorta di tardo blairismo.

Qualcuno pose l’accento sulla necessità di qualificare come “democratico” un partito di tipo nuovo: consapevole della crisi dei sistemi politici basati sulla democrazia rappresentativa a fronte degli sconvolgimenti in atto. Una democrazia che non rappresentava più.
Lo si prese per uno che vaneggiava di fronte agli imperativi dell’economia; mettersi al passo bisognava, altroché perdere tempo ad indagare il nuovo rapporto tra democrazia e turbocapitalismo per ricollocare la sinistra in un mondo nuovo.

E così il vuoto di critica e di pratica politica è stato in Italia alfine colmato dai populisti.

Ma chi sono costoro e cosa vogliono.

Partiamo dal chi sono, dai loro tratti comuni che si riassumono all’ingrosso in una visione del popolo come un tutto unico e unitario: un popolo “organico”. E non si tratta dell’interclassismo vecchia maniera, qui si tratta del popolo sovrano in blocco; stella polare al quale ci si riferisce direttamente senza la mediazione e la composizione degli interessi da parte di corpi intermedi.

Ma in Italia ci troviamo di fronte a due diverse traduzioni politiche del populismo.
Lega e M5S hanno i tratti comuni a tutti i populismi ma anche forti diversità.
La Lega dà voce ad un populismo nazionale, in piena continuità e contiguità con il populismo lepeniano, di destra estrema, fino al punto da tagliare l’erba sotto i piedi a formazioni di tradizione fascista, sovraniste, razziste e xenofobe come Fratelli D’Italia, ormai del tutto assorbiti da Salvini.

Il M5S, invece con Di Maio e compagnia (bella?) rappresenta un populismo in doppio petto più proiettato sul futuro.

Tutt’e due usano come risorsa politica, le paure,l’angoscia sociale, l’incertezza dei tempi nostri: tutto ciò di cui il PD , (pur nell’intermittente scimmiottamento populistico renziano) si è del tutto disinteressato,salvo far entrare in azione all’ultimo momento sul punto dolente dell’immigrazione l’ala militare (molto apprezzata e non a caso dai grillini) tramite il ruolo , altamente simbolico ma tardivo di Minniti.

Tra i due populismi quello veramente al passo coi tempi è il grillismo.

Resto convinto che la crisi della democrazia rappresentativa è anche dovuta ai sistemi maggioritari.(Il bipolarismo tanto incensato). Ma questo lo dico (disordinatamente ) per inciso. Una democrazia maggioritaria è un ossimoro soprattutto in un paese come l’Italia, diviso da sempre tra nord e sud con una unità nazionale mai del tutto compiuta.
La riprova è la fulmineità, con la quale il patto tra i due populismi( evidenziato persino all’eccesso in campagna elettorale) e concordato fino ai minimi dettagli ha eletto i presidenti delle camere.

Tra i due, l’uno è egemone in modo schiacciante.

Chapeau a Grillo , prima di tutto: uno vale uno.
Già, in un solo slogan apparentemente puerile, si riassume la visione democratica degli albergatori a cinque stelle con l’attacco frontale e demolitore alla democrazia rappresentativa.
Rappresentativa di cosa?
Delle tensioni sociali derivanti da contrapposti interessi, in una parola del conflitto sociale che adesso viene fatto scomparire sotto il tappeto costituito dai singoli cittadini, dopo che più di un aiutino è stato dato dalla sinistra riformista.
Il problema, ormai radicato nel senso comune, non è più destra e sinistra ma alto e basso.
Non si tratta più di dare voce a interessi in conflitto.
No, si tratta di dar voce al popolo tutto compreso per sollevarlo verso l’alto.

Da qui la democrazia diretta contro le oligarchie (partiti e sindacati) connaturate al sistema. Da qui anche la totale assenza nella campagna stellata della lotta contro l’evasione fiscale che avrebbe potuto dar fastidio a larghi strati di popolo un tempo costituenti il ceto medio.

C’è un piccolo difetto: se da una parte c’è il popolo malamente rappresentato da oligarchie partitiche , dall’altra c’è l’indifferenziato popolo che, proprio perché tale, cioè formato da individui uguali tra loro, (non rileva la differenza tra operaio e padrone) ha bisogno di una figura (o una nuova oligarchia?) che, religiosamente lo incarni e lo tenga unito sopra gli interessi in conflitto : un leader o una leadership, che ha per compito non quello di istituzionalizzare il conflitto sociale ma di assopirlo, cloroformizzarlo indirizzandone la protesta verso la morente “casta”.
Un ottimo modo per rendere il “popolo” funzionale alla nuova rivoluzione democratica …contro la democrazia.

E qui intervengono due parti in commedia.
Da un lato il pragmatismo di un Di Maio , dall’altro la visione di un Grillo e la traduzione “tecnica”che ne fa un Casaleggio.
Visione ben espressa nell’innamoramento (che a volte appare ingenuo e semplicistico) di Grillo per le innovazioni tecnologiche, la rivoluzione digitale, e l’intelligenza artificiale che lo portano a profetare la società a lavoro zero.
Visione poi tradotta in disegno politico tecnocratico dal contoterzista Casaleggio junior , (assai più pragmatico del padre), per il quale la politica in prospettiva, più o meno prossima, non serve più.
Basterà l’efficienza dell’amministrazione.
Tale è il senso della sua intervista americana.

Amministrare questo è lo snodo strategico, per così dire.
Dunque due soli mandati: non servono politici di professione, basterebbe (vedi alla voce piattaforma Rosseau) estrarre a sorte gli amministratori. Uno vale uno , non è vero?
Solo che questo disegno com’è già dimostrato più volte in corpore vili, presuppone un popolo bue e il massimo di accentramento e di segretezza nel processo decisionale.

Benvenuti nell’epoca post-democratica.

 

PS. Scritto molto in fretta. Chiedo venia scontando l’inevitabile e gradita critica.

BR e dintorni.

marzo 20, 2018

Allora, ho letto la relazione della Commissione Moro consegnata al parlamento il 17 dicembre dello scorso anno.
Impossibile fare un riassunto delle quasi trecento pagine; non è comunque questa la mia intenzione, quanto piuttosto quella di darne un primo e modesto giudizio, alla luce delle audizioni e delle considerazioni finali.
Modesto perché documenti molto complessi non possono essere letti una sola volta.
Andrebbero studiati con molta attenzione e riscontrati con moltissime altre fonti.
Cosa che un pensionato della politica non è in grado di fare con la necessaria puntualità.
Certo, può però cogliere, forse più di altri, l’ispirazione immediatamente politica , peraltro inevitabile, del lavoro della Commissione.

In quest’ambito, può scorgersi, in trasparenza, (e anche no) un’interpretazione democristiana e post democristiana della vicenda Moro, la quale tuttavia non sembra inficiare la sostanza delle novità emerse nel lavoro dei commissari.

Tralascio i puerili verbi al condizionale che accompagnano il tentativo di mettere in ambigua luce il ruolo del PCI o di alcuni suoi esponenti.

Solo un esempio : a pagina 147 viene citata la fonte “Dino” secondo cui “i palestinesi del FPLP sarebbero entrati in contatto con Curcio tramite il PCI”.

Trattasi di boiata vera e propria, dato che è arcinota l’avversione del PCI nei confronti degli avversari dell’OLP. Lo stesso democristiano Gero Grassi, componente di spicco della Commissione in uno dei suoi numerosi video intervista, incappa in una significativa svista indicando Habash come capo dell’OLP e non del FPLP.

Poi c’è la fonte “Damiano” (un ambiguo libico) secondo la quale, le BR “sarebbero stati raccomandati da un parlamentare del PCI presso i terroristi dell’ala militare del FPLP: altra informativa dei servizi che com’è noto erano fortemente orientati in senso anti PCI.

Bene, chiarita l’ispirazione democristiana dei commissari piddini emergono novità nell’impostazione stessa del lavoro della commissione che inquadra tutta la vicenda Moro entro il ruolo da lui svolto svolto nell’area mediterranea e medio orientale con un’argomentazione convincente, per la quale non si può che rinviare al testo consegnato al parlamento.
Qui basti dire che Moro paga il prezzo di una visione mediterranea della stessa Europa che è invisa agli USA, alla Gran Bretagna, alla Francia e anche alla RFT.

L’altra novità (che tale non è) , ma che per la prima volta viene messa in piena luce è il ruolo giocato da Morucci, Faranda, in rapporto con i servizi e tramite questi con Cossiga nel mettere a punto la versione rassicurante sulla natura delle BR nella fase immediatamente successiva l’assassinio di Aldo Moro.

Ne vien fuori che il “memoriale” Morucci -Faranda non è altro che il tentativo di consolidare la verità delle BR che fa comodo anche allo Stato: abbiamo fatto tutto da soli. La Commissione chiarisce in modo incontrovertibile che Morucci, diventa un consulente di rilievo dell’allora SISDE.
In più avverte che, con alta probabilità l’arresto di Morucci fu negoziato.
Aggiungo che grazie a questo “rapporto consulenziale” (come lo definisce la commissione) Morucci viene messo in semilibertà già a partire dal settembre 1990.

Poi vengono le novità più rilevanti.

Per la Commissione (e anche per me),la verità giudiziaria sancita dal processo Moro ter, mai messa in discussione fino ad ora, secondo la quale la prigione di Moro è sempre stata in via Montalcini è sostanzialmente una balla depistante che s’inquadra entro la verità di comodo del memoriale Morucci redatto, va ripetuto, con l’attenta supervisione dei servizi.

In verità c’è la “possibilità” che la prigione di Moro fosse situata in una palazzina dello IOR frequentata da monsignor Marcinkus e da alti prelati vaticani.

Il luogo è un vero serpaio: sede di una società privata collegata ai servizi USA e specializzata in missili, guerra elettronica e quant’altro; sede di un finanziere libico, finanziatore di terroristi , molto noto all’epoca e in buoni rapporti con gli USA, frequentato da Br e da esponenti di rilievo dell’Autonomia Operaia.
Per completezza:la palazzina in questione fu costruita da un’impresa il cui amministratore unico era il padre di don Antonello Mennini, il confessore di Moro. Quest’ultimo dopo la morte di Moro ha fatto una rapidissima carriera nelle gerarchie vaticane. Si tenga conto che la commissione ha di fatto stabilito che un prete si è effettivamente recato nel covo dove era prigioniero Moro.

Alla fin di quest’orribile fiera, l’opinione che mi ero fatto viene confortata (questo lo affermo io) dal lavoro della Commissione:
Moro dopo la strage di via Fani è stato detenuto in Via Massimi, a due passi dal luogo del rapimento poi trasportato in una località sul litorale laziale dove ha trascorso la maggior parte dei 55 giorni del suo martirio e infine tradotto per l’esecuzione in via Caetani.

Altro serpaio, collocato nel ghetto ebraico, denso di servizi israeliani, americani, e forse anche sovietici (dietro il paravento dell’associazione Italia-URSS). Molto ci sarebbe da dire su Palazzo Caetani che , se ben ricordo, fu descritto da Mino Pecorelli. Resto convinto che in quel palazzo nobiliare si son svolte molte cose…

Infine la Commissione ha individuato come luogo strategico per l’agguato di via Fani proprio il Bar con quelle fioriere dalle quali sono sbucati i brigatisti.
Il Bar , altro covo di serpi velenose, luogo di ritrovo e incontro della malavita, di gente dell’Autonomia, e sede romana preferita dagli ndranghetisti.

Conclusioni della commissione: “ Alla luce delle indagini compiute, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna all’eversione di sinistra, ma acquisirono una rilevante dimensione internazionale”.

Il linguaggio è democristiano (notare quel sinistra in luogo di brigatista) ma il senso è molto chiaro.

Non capisco bene (o meglio lo capisco) perché non si è messo in piena luce il ruolo dell’amerikano consulente di Cossiga inviato tempestivamente oltreoceano dal Dipartimento di Stato.
Per capire bene basta riascoltare le parole nette di Steve Piczenik pronunciate senza ipocrisia e pudore nell’intervista a Minoli.

Si riassumono così: “per stabilizzare la situazione scelsi di far uccidere Moro, a tal fine feci fare il falso comunicato del lago della Duchessa per abituare gli italiani alla inevitabile scomparsa di Aldo Moro e dare un segnale chiaro alle BR.” Cioè , dico io: ammazzatelo, cosa cazzo aspettate?
In sostanza il destino di Moro era già deciso da molto tempo.
Forse addirittura all’epoca del primo centro sinistra.

Altra omissione , a mio avviso, è lo scarsissimo rilievo dato alla figura di Moretti.
E’ utile ricordare le parole di Dalla Chiesa consegnate a Fasanella: “le Br sono una cosa, le BR con Moretti sono un’altra cosa.”
Già.
Le BR sono state lo strumento perfetto per fare quello che da tempo gli americani avevano deciso di fare: un’occasione da non perdere.

PS. Ci sono molte altre suggestioni, tra cui un non tanto malcelato giudizio morale sul Generale dalla Chiesa di cui si rimarca la sua appartenenza alla P2 e il suo rapporto stretto con Mino Pecorelli. In sostanza il generale avrebbe sottratto dal covo di via Fracchia le carte di Moro, poi custodite nella sua cassaforte a Palermo s’immagina per ricattare il potere politico dell’epoca.

Tutto può darsi. Ma c’è anche il caso che, capita la pericolosità degli ambienti in cui si muoveva (servizi deviati, P2, spioni esteri etc) il generale pensasse di cautelarsi dall’azione, potenzialmente micidiale, degli avversari di Moro. Col senno del poi sbagliò comunque per eccesso di fiducia in sé stesso, dato che fu ucciso dalla mafia per fare un favore allo Stato secondo la versione intercettata di Totò ‘u curtu.

Aldo Moro.

marzo 15, 2018

Dopo la indecente trasmissione  su La 7, dove è stato dato spazio ai brigatisti di sproloquiare senza alcun contraddittorio, per accreditare la versione della loro purezza rivoluzionaria, inviterei i più giovani -quanti non erano ancora nati negli anni ’70 – a leggere almeno un paio degli ultimi libri usciti in questi giorni sul caso Moro.
Non si tratta di archeologia della prima Repubblica, adesso che s’annuncia l’avvento della terza , dopo che la seconda cominciò a nascere sul sangue di Moro.
Se non si capisce come eravamo, non si comprende neppure l’attuale deriva della politica.
Sono convinto al pari di molti altri(l’Annunziata ad esempio) che la politica in Italia cominciò a morire dopo il 9 maggio 1978.

Il primo libro è di Damilano, che aveva dieci anni all’epoca. E’ scritto con mano leggera , a tratti struggente, su un filo autobiografico intriso dell’ammirazione dell’autore per suo padre: giornalista RAI e moroteo.
E’ un libro importante che intreccia (non trovo un termine migliore) i percorsi umani e intellettuali di Moro con quelli di Pasolini e Sciascia.
Ma, ai nostri fini, soprattutto ricostruisce in modo puntuale la personalità, complessa di Moro e la sua capacità di interpretare il declino della DC nel sommovimento sociale proseguito dopo il 1968, unita alla capacità di indicare la via per un recupero di autorevolezza della politica in tempi di grandi cambiamenti sociali e culturali.

Per farla corta Moro capisce che in Italia la Dc deve cambiare pelle se vuole mantenere il suo potere, anche assumendosi un alto rischio.
L’uomo della lentezza, così ben descritto da Damilano, è il solo che nella DC, comprende questa necessità e si muove, cauto fin che si vuole , ma in realtà velocissimo e lucido come nessun altro, nell’avanzare su di un nuovo terreno.

In questi giorni ho letto da qualche parte che sarebbe una fake news l’idea di Moro di un alternanza politica e di governo in Italia entro le condizioni della guerra fredda.
A questo proposito mi prendo la briga, a beneficio dei cretini, di riportare di seguito le parole di Moro, che Damilano trae da un’intervista di Scalfari pubblicata postuma nell’ottobre del 1978:
“Non credo che il PCI sia già un partito con tutte le carte in regola per governare da solo. Ma il PCI può fin d’ora essere associato al governo insieme a noi e alle altre forze democratiche. Questo è possibile. Anzi è necessario. Soltanto dopo che avremo governato assieme e ciascuno avrà dato al paese le prove della propria responsabilità e capacità , si potrà aprire la terza fase, quella delle alternanze al governo.”

Ecco, questa visione coincide nell’essenziale , secondo me, con quella di Berlinguer espressa nei termini di un “nuovo grande compromesso storico”. Tutti e due cercano, anche sfidandosi a vicenda, di allargare la camicia di forza della guerra fredda  pur senza, velleitariamente  proporsi di strapparla.

Più avanti nell’intervista Moro è ancora più chiaro: “Se continua così, questa società si sfascia, le tensioni sociali, non risolte politicamente, prendono la strada della rivolta anarchica, della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del paese. E affonderemo con esso. Ecco l’interesse ‘egoistico’ della DC. Perciò devo essere creduto se affermo che noi vogliamo preparare alternative reali alla DC”.

Con queste parole, e con questo pensiero Moro firmò la sua condanna a morte.

Per capire come , chi, dove e quando fu decretata la sentenza conviene leggere il libro di Fasanella che descrive bene , alla luce di documenti ufficiali parzialmente desecretati, (soprattutto dagli inglesi, ma anche dagli americani nell’epoca Clinton) il lungo iter che portò a quella decisione.

Le Brigate Rosse nacquero perché ce n’era assoluto e urgente bisogno in sostituzione del classico colpo di stato che pure fu preso in considerazione, ma che alla fine fu considerato controproducente in un paese fedele alleato nella NATO.
Non rileva molto il fatto che i vari componenti delle bande di assassini fossero al corrente del loro ruolo di utili idioti, al netto dei caporioni che si sono esibiti in Tv l’altra sera: alcuni dei quali ben sapevano di esser strumento di altrui decisioni, mentre altri erano semplicemente agenti sotto copertura.
Coloro che sapevano d’esser mero strumento immagino pensassero, con cinica spregiudicatezza “leninista”, di poter volgere a proprio favore il complotto interno e internazionale, lucrando popolarità e forza politica su di esso.

Dal libro di Fasanella, si capisce però assai  bene che le BR non furono mai autonome, in nessun momento della loro sporca esistenza.
E i “veterani” non lo sono ancora oggi. Se vogliono continuare a campare, sia pure in condizione di semilibertà.

Spero d’aver incuriosito qualche giovane, ma devo aggiungere un’altra cosa.

Damilano, riporta le parole che Pecchioli sembra aver detto al ministro degli interni Cossiga: “L’onorevole Moro sia che muoia sia che torni dalla prigionia per noi è morto”.
“Sentenza terribile”, scrive Damilano.
Certo. Per capire quelle parole però bisogna aver conosciuto Ugo Pecchioli e anche la vecchia guardia del PCI.
Pur essendo ancora molto giovane ebbi molte occasioni di verificare che nel gruppo dirigente del PCI si capì subito che il rapimento di Moro poteva avere una sola conclusione. La partita aperta con il compromesso storico era perduta e si trattava di “tener in piedi lo Stato” (espressione che riporto tra virgolette perché è citazione testuale da molte riunioni) mentre la Dc sembrava (questo era l’unanime giudizio) sul punto di crollare.

Si sapeva bene che la cosiddetta trattativa non avrebbe dato come frutto la salvezza di Moro. Per qualcuno era solo un investimento politico sul dopo-Moro.
In Pecchioli poi, come in altri, agiva una netta ripulsa del comportamento di Aldo Moro durante la prigionia: va detto poiché è la verità.
Un uomo come lui, di fonte ai carnefici delle BR poteva concepire solo: nome, cognome e numero di matricola. Erano uomini così e vanno giudicati entro il loro tempo e alla luce della loro formazione ed esperienza.
Non credo di rivelare un particolare segreto, né di offendere la sensibilità dei vivi e la memoria dei morti se ricordo in pubblico un episodio avvenuto in privato.
Un giorno Pecchioli, ormai in disparte, andò dal segretario del Partito(PDS) che poi me lo raccontò: “senti segretario , ho un cancro e mi danno tre mesi di vita, penso di poter avere ancora il tempo e l’energia per fare la campagna elettorale, mi piacerebbe andare in Calabria, laggiù c’è una situazione molto difficile…”
Questo era Pecchioli.
La mia ammirazione per lui, non toglie nulla, (nella mia sensibilità d’allora e in quella attuale), alla comprensione sincera dello sforzo lucido fatto da Aldo Moro per uscire vivo da quella prigione; con quella paziente tenacia, quella forza di volontà e quella fine intelligenza che ha caratterizzato tutta la sua vita.
E sarebbe ingiusto e superficiale il pensare che Moro  volesse solo salvarsi la pelle. Anche certo , anzi prima di tutto. Ma ciò era assolutamente insito nella  visione di Moro, che divergeva in un punto cruciale da quella degli uomini del PCI: alle strette e in ultima istanza non viene mai prima lo Stato, viene sempre prima l’uomo.

Sul piano storico e politico, ognuno giudichi se la politica della fermezza fu cinico disegno di partito o invece senso dello Stato, capacità di mettere avanti a tutto la salvaguardia di un patrimonio collettivo. E ognuno resti di fronte a un dilemma più fine e angoscioso : davvero lo Stato e le sue istituzioni sarebbero rovinate nel caso si fosse accettato il ricatto delle BR? Col senno del poi si può fors’ anche rispondere negativamente. Per me, nell’emergenza d’allora, non v’era altra strada che quella di sbarrare la strada alle BR. Nell’unico, terribile e doloroso, modo possibile. E la penso così ancor oggi.

Un governo stellato?

marzo 10, 2018

Si è creata una situazione interessante.
Non ho idea di come si sbloccherà. Conviene attendere la Direzione del PD, che tuttavia non sarà risolutiva.
Verosimilmente il PD, è sottoposto in questi giorni ad una pressione proveniente da molti e diversi ambienti affinché si dia il via libera ad un governo con gli stellati.
L’establishment, in buona parte, ha tempestivamente preso atto della svolta moderata e centrista assunta dal M5S in campagna elettorale. Marchionne, e Confindustria sono solo la parte emersa di questo iceberg di realismo politico mentre molta  parte dei media hanno voltato gabbana in tempo reale. Le stesse obiezioni, avanzate da ogni sorta d’esperti, sulle coperture finanziarie del programma stellato con le quali si erano tambureggiati i vincitori del 4 marzo si son fatte assai flebili.
Ci si affretta a spiegare che il reddito di cittadinanza non è altro che l’estensione del reddito d’inclusione già proposto dal PD e che il governo Gentiloni stava mettendo a punto.
Non a caso – per ciò che ho visto nei reportage televisivi – Di Maio celebrando la vittoria nella sua Pomigliano si è espresso in termini vaghi di “diritti da restituire ai cittadini”.
Dopo l’accelerazione propagandistica i cinque stelle sono adesso impegnati a premere sul freno.
Il segnale è stato colto e lo spauracchio alieno del M5S è già in parte esorcizzato e ci si appresta ad assorbirlo nel “sistema”.
Negli ambienti economici e finanziari, in Italia e in Europa, si capisce bene che il fenomeno innescato da Grillo-Casaleggio, con la sua forte componente tecnocratica, può esser opportunamente governato sulla semplice ed efficacissima base del vangelo anticasta redatto a suo tempo da Stella e Rizzo.
Dunque al M5S può bastare per mantenere il suo consenso, l’attacco al sistema politico che ha variamente retto le sorti della prima e seconda Repubblica; ammesso e non concesso che ci si possa esprimere in questo modo fuorviante, dato che la nostra Costituzione non è ancora stata manomessa, grazie anche al contributo dei grillini.

Tuttavia , Di Maio, annuncia l’avvento della Terza repubblica: la Repubblica dei cittadini contro quella dei partiti.
Sullo sfondo nebbioso di un tale annuncio par quasi d’intravedere l’ologramma di un partito unico che si sposerebbe bene con la proposta di limitare l’elettorato passivo a soli due mandati.
Ma a parte questo scenario onirico, la cosiddetta disintermediazione, unita ai due mandati chiarisce, per me, una marcia d’avvicinamento alla presa d’atto del fallimento del metodo democratico di governo, che indubbiamente interpreta la decadenza della democrazia in tutto l’occidente.
Solo che nella marcia del M5S scorgo, almeno in nuce, una inclinazione reazionaria, che può farsi ulteriore spazio nel vuoto pneumatico lasciato dalla sinistra, e che s’avvale di un humus fermentato nella marcescenza della politica, del tutto asservita alle ferree leggi del nuovo capitalismo di rapina e per di più presa indiscriminatamente a bersaglio preferito dai giornali di regime.
In ogni caso e al di là della mia personale preoccupazione, capisco che  gli approdi del M5S non sono scontati.
M’è sembrata curiosa, ma non risibile, la svolta di Eugenio Scalfari, arrivato a definire il M5S come una forza ormai di sinistra. Mi è parsa un’indicazione politica del “partito di Repubblica” e degli interessi sottostanti ad esso, nel senso di fare del PD (o di quello che ne rimane) una sorta di guardiania della governabilità stellata.
Al “sistema” questo può, per il momento, bastare; al pari del M5S che dovrà continuare, spasmodicamente, a cercare legittimazione. Più o meno come fece il defunto centrosinistra per tanto tempo, coi risultati che possiamo apprezzare in tutta la sua devastante portata.
Ma c’è in campo anche un’altra possibilità, sostenuta da un’ altra componente, probabilmente minoritaria, del “sistema”.
Alludo, a coloro che, nei piani alti, avevano in testa prima e durante la campagna un disegnino che prevedeva un Renzi indebolito ma ancora in piedi a tessere la trama del Partito della Nazione.
Beh, qui il terreno è reso molto accidentato dalla sconfitta contemporanea di Renzi e Berlusconi e dal brillante risultato dei cinque stelle che non ci si attendeva in quella dimensione.
Tutto sommato penso che ai poteri italiani e all’Europa del fiscal compact convenga di più cercar d’addomesticare Grillo, che oggi annuncia le olimpiadi invernali a Torino: mossa intelligente e significativa, al pari del rifiuto opposto allo svolgimento delle olimpiadi a Roma.
Dunque meglio convincere il PD, ad una più o meno lenta eutanasia, magari, (chissà) contando sull’aiutino che può  provenire da Forza Italia per consentire la nascita di un governo Di Maio, e nello stesso tempo delineare nei fatti l’abbozzo di un partito dei “responsabili” di centro. Per la serie: provare a far entrare, di soppiatto, dalla finestra ciò che gli elettori hanno messo alla porta.
Operazione difficile e sofisticata quella di prendere due piccioni con una fava, ma ciò potrebbe saldare un’alleanza tra i vari interessi in campo.
Vedremo.
Una cosa mi pare certa: il M5S non può rinunciare alla leadership.
Di Maio è blindato dalla forza delle cose e può tirare la corda anche a rischio di spezzarla.
Per il PD dovrebbe valere il detto che chi l’allunga la scampa (forse),quindi niente governo col M5S che peraltro non ha avanzato offerte. Ma non è da escludere, (adesso che Renzi è stato dimesso sul serio), una sorta di lasciapassare ad un governo della “non sfiducia” come nel 1976.
E dato che il democristiano Scotti sembra annoverare ben tre suoi “allievi” nei virtuali componenti del governo di Grillo…
Un po’ di sapienza democristiana può venire in soccorso del vincitore.

 

 

PS. Escludo che i padroni del vapore di qualsiasi tendenza siano così pazzi da manlevare un governo di centrodestra. Se non sono stupidi sanno che nel M5S c’è un nucleo di fanatismo irriducibile, potenzialmente eversivo, che potrebbe sfuggire di mano agli strateghi della Casaleggio e associati.

Lo sciatore.

marzo 6, 2018

Renzi va a sciare.
Mi par giusto. Quello che doveva fare l’ha fatto.
Quel che doveva dire lo ha detto.
Adesso aspetta che i frutti maturino e cadano dall’albero.
Come dite: ha perso di brutto?
Sicuri?
Il PD piuttosto ha perso.
Il “progetto” di Renzi invece, nonostante la sconfitta (che, indubbiamente gli brucia: gli sarebbe bastato un 21%) resta ancora in piedi.
Ma procediamo con ordine.

Ciò che ha fatto.

In un battibaleno ha scalato il PD.
Lo ha potuto fare perché il PD lo aspettava.
Aspettava lui o un altro come lui, essendo, quel partito, nato con il proclamato intento di fuggire per sempre da tutto ciò che emanasse anche solo l’odore di sinistra.

Chi meglio di Renzi?

Oh , avrebbe anche potuto, indifferentemente scalare Forza Italia; solo che c’era, e ancor c’è Berlusconi.
Ma resto convinto che per l’uomo di Rignano rendersi padrone del PD era il giusto mezzo per invadere anche Forza Italia. Il suo era (e resta nella sua testa…) un disegno ambizioso: quello della costruzione del Partito della Nazione.
Verdini, che ha votato sia Renzi che Berlusconi ce lo spiega benissimo.
E non mente.

Ciò che ha detto ieri, con la posa del Marchese del Grillo (ops…).

Mi dimetto solo dopo aver dato le carte per la mano di poker che si apre in parlamento e dopo aver indetto congresso e nuove primarie.(Non ho mai capito la differenza tra l’uno e le altre). Ma insomma ha dettato la linea. Per la serie: adesso discutete pure che io intanto approfitto della neve che è caduta.
Già perché ha perso, ma tutti i suoi, quelli della prima ora son con lui, in Parlamento. La pulizia etnica è riuscita in molta parte.
E fanculo Gentiloni e Mattarella e anche tutti quelli che il collegio mica l’hanno vinto come Minniti che, peraltro non ha mai vinto in un collegio a quanto mi risulta.
Ha poi tuonato ripetutamente contro gli estremismi: M5S e Lega. Per chiarire a quei tontoloni del PD che da lui e dal suo ancor largo manipolo si deve passare, in accordo con ciò che resta di Forza Italia, dopo che da tempo diversi forzisti si son fatti salviniani. E qui è significativo il silenzio di Berlusconi che cerca di prendere tempo.

Alla fine della fiera del PD, Renzi conserva un capitale – ricavato dalla rapina effettuata con largo consenso, nello stesso PD – da puntare sulla roulette dell’ingovernabilità.
Dico ingovernabilità invece di governabilità, dato che il fiorentino sa che per lui vale adesso il tanto peggio tanto meglio.
Per questo ha cercato ieri di coprirsi con “il bene dell’Italia” confessando così, senza accorgersene, che a lui frega solo il suo bene: la sua incommensurabile smania di potere.
Dunque per me Renzi , vada come vada non è ancora finito.

Sbaglierò ancora una volta, direte voi.
Voi che mi avete rampognato insieme a Repubblica, per non aver aderito al PD e magari anche per aver votato scheda bianca avendo io compreso che nel bosco non c’era più nessuno da molto tempo.

Tanti, troppi erano già nella valle dell’Eden dei cinque stelle. Altri (anche in Emilia-Romagna) era trasmigrati, con lento ma inesorabile movimento, verso la terra promessa di Salvini: libera da immigrati, circondata dal filo spinato di una sicura sicurezza, a godersi di nuovo un’equa pensione dopo l’abolizione totale della riforma Fornero.

E la sinistra?

Questa è tutt’altra storia che va molto oltre i confini nazionali.
In Italia, comunque, per me il problema è sempre quello, esemplificato da una campagna elettorale dove una sinistra voleva ricostruire il centrosinistra: sempre questa falsa pista che dura da vent’anni. E di cui gli elettori si sono persino dimenticati.
Ah l’Ulivo dite? Beh vale lo 0,5%.
Ripeto i cadaveri vanno seppelliti per poter volgersi ad un futuro, forse possibile.
Ma non saremo noi, a poterlo costruire, al massimo se siamo bravi possiamo cercar d’immaginarlo.

LeU.

febbraio 14, 2018

A bocce ferme il quattro marzo, l’unica alternativa alla scheda bianca sarebbe votare per LeU.
Sarebbe, condizionale.
Solo che manca un requisito fondamentale: la credibilità.
La metafora boschiva di Bersani non convince.
Intanto perché chi esce dal bosco, poteva certo esser scappato dal PD ma anche essersi imboscato nel PD, rimanendovi troppo a lungo.
E’ il vostro caso, caro Bersani.
Non basta accogliere i profughi; ad uno come me (ma anche ad altri) serve anzitutto dire, con chiarezza ed onestà, dove volete andare.
Lo dovete anzitutto a chi non s’è mai imboscato.
Se non altro perché voi, ex PD, nel mezzo del cammin di vostra vita v’inoltraste per una selva oscura, ché la diritta via ‘avevate’ smarrito.

Eh sì, vi smarriste tu e gli altri tuoi compagni, senza ascoltare voci critiche e preoccupate in relazione alla nascita di un partito il cui unico obiettivo era quello di fuggire, il più lontano e il più presto possibile, da qualsiasi idea di sinistra.
.
Leggo che : “ sembra che nel 1285 a Firenze una ‘leuncia’ fosse tenuta in una gabbia presso il palazzo del Podestà”.
Ai giorni nostri, nel 2014, c’era un sindaco a Firenze dentro quel palazzo, gli avete spalancato la porta nello stesso momento in cui avete fortissimamente voluto il PD.

Il PD è per Renzi , non per voi.
Nasce per lui, non per voi.
Renzi resta, e a mio avviso resterà, il miglior interprete di un partito trasformista, ad un tempo moderato di centro, blandamente progressista e riformista.

Vedete cari compagni ed amici di LeU, il problema per tanti di noi è il PD , non Renzi.
Ed è esattamente ciò che non dite mai con chiarezza.
Forse pensate ancora che col PD in caduta elettorale avverrà una decisiva resa dei conti.
Personalmente non lo credo affatto: la mutazione genetica, a lungo incubata nei DS, è ormai del tutto completata. Ma se anche avvenisse un ribaltone, cosa pensate di fare: la sinistra di governo?
E con quali rapporti di forza, tra voi e il PD sia pur “liberato” da Renzi?
No, così non va.

Lo dico con stima nei confronti di molti di voi; beninteso al netto di Fratoianni e compagnia.
Bisognerebbe sapere che per diventare sinistra di governo occorre prima fare un lungo cammino di opposizione senza del quale non si recupera la credibilità perduta.

L’Italia ha un bisogno vitale di un’opposizione di sinistra che è mancata da gran tempo.
Ne avrebbe bisogno , più ampiamente in Europa, anche una cosa che chiamiamo ancora democrazia.

Il vostro realismo politico vi porta invece a cercare scorciatoie per “la sinistra di governo” tanto inutili quanto dannose.

Quando, dopo il 4 marzo, deciderete (semmai lo deciderete) di collocarvi stabilmente all’opposizione, forse allora vi voterò.
Non prima.

Opposti estremismi.

febbraio 12, 2018

Brutta , bruttissima storia quella di Macerata.
Ci ho pensato in questi giorni anche alla luce delle parole di Renzi contro tutti gli estremismi.
Un nazista, subito derubricato a folle, spara per uccidere e il ministro degli Interni dice, senza paura del ridicolo, che lui ha concepito la nuova politica contro l’immigrazione proprio perché aveva previsto l’azione di Traini.
Capito?
Peggiore perfidia non si potrebbe concepire.
Specie da parte di un ministro degli interni che non ha alzato il culo, come peraltro Gentiloni e Mattarella, per andare a visitare i feriti.
Lo stesso vale per i grillini. Ma anche per il Presidente del Senato e la Presidenta della Camera; e ciò è più grave.

Alla fin dei conti il messaggio è chiaro: sono immigrati, sono negri…si perdono voti.
O no?
Qualcuno, se può, mi offra un’altra interpretazione per queste autorevoli assenze.

Dopodiché, oggi Minniti visita il carabiniere , bianco,ferito a Piacenza.
Va benissimo fa parte dei suoi doveri, e Mattarella incontra l’insegnante, bianca, ferita da un balordo.
Tutto giusto, lodevole, senz’altro.
Lo dico senza ironia.

Ma quando si tratta di “negri” la musica cambia…

Lo dimostra senza ombra di dubbio l’atteggiamento ostile esibito nei confronti della grande manifestazione di Macerata, che quell’esserino del sindaco PD (su istruzioni del PD) non voleva.

La musica sembra cambiare anche per l’ANPI che sta diventando, sempre più, collaterale al PD: il partito che combatte gli opposti estremismi, come la Dc quaranta anni fa.

Per inciso, non rinnoverò la tessera dell’ANPI, l’unica che mi rimaneva. Lo faccio essendo certo che i partigiani si sarebbero ribellati al servilismo che l’associazione ha dimostrato in questa occasione.

Poi c’è la tempestiva rimozione del questore che è stato tolto di mezzo  dalla sera alla mattina.

Sarebbe utile sapere perché.

Forse non è stato del tutto ligio agli ordini di Renzi/Minniti?
Ovvio che è così, dato che era a Macerata solo dal 30 novembre scorso.
Altro che normale avvicendamento.

Sti’ stronzi vogliono anche prenderci per il culo!
In verità loro auspicavano un qualche incidente a Macerata per poter gridare contro gli estremismi.
Hanno dovuto rimediare con l’episodio di Piacenza che gli è stato fornito a gratis da quattro dementi.
Per questo oggi il ministro è venuto a Bologna.
Questo è il PD, cari elettori.
Un partito d’ordine che fa la campagna elettorale rincorrendo la destra.
E tra un po’ la supererà.
A destra.

Foibe.

febbraio 10, 2018

 

 

E un po’ lungo ma varrebbe la pena leggerlo. Dopo che le foibe sono messe sullo stesso piano di Auschwitz grazie ad un accordo tra destra e sinistra. Noi celebriamo il 27 gennaio di ogni anno la giornata internazionale della memoria e a voi concediamo la giornata del ricordo il 10 febbraio. Contenti tutti.

 

 

Anche gli italiani in Jugoslavia non furono esenti da colpe durante l’occupazione, tutt’altro. Un’intervista sulle foibe e i crimini italiani in Jugoslavia

“Non si ammazza abbastanza!”. O ancora peggio: “So che siete dei buoni padri di famiglia. Questo va bene a casa, ma non qui, qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Sono gli ordini con i quali i capi fascisti ammonivano i Corpi d’Armata italiani stanziati lunga tutta la Regione balcanica – ossia dalla Slovenia fino alla Grecia – per incitare a commettere le barbarie più selvagge e immaginabili.
Fatti che spesso sono pagine volutamente dimenticate della storia italiana. Infatti, alla fine della seconda guerra mondiale, il giudizio sui militari del Regio Esercito era diviso tra un’opinione pubblica internazionale che li considerava criminali di guerra e un’opinione pubblica interna, incline a considerarli vittime della guerra fascista e “buoni italiani”. Quali furono le cause che determinarono una percezione tanto difforme della realtà degli eventi legati alle guerre di aggressione dell’Italia fascista? È la questione che abbiamo affrontato con Davide Conti – storico ricercatore della Fondazione Basso e attualmente consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica (dove lavora al riordino delle carte di Rosario Bentivegna e di Carla Capponi) –, che ha scosso molte acque grazie alle pubblicazioni di “L’occupazione italiana dei Balcani. Tra crimini di guerra e mito della brava gente” e più recentemente i “Criminali di guerra italiani” che tratta più specificatamente delle vie politico-diplomatiche grazie alle quali venne garantita l’impunità ai militari del regio esercito responsabili di crimini contro i civili nei paesi occupati. Ecco cosa ci ha raccontato.
Qual è il percorso professionale che l’ha portata a occuparsi delle ricerche il cui frutto sono le opere “L’occupazione italiana dei Balcani” e “Criminali di guerra italiani”?
“Iniziai il lavoro per il primo volume nel 2006 a seguito di una serie di colloqui con Rosario Bentivegna, partigiano romano molto noto per essere stato uno dei membri dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP) che attaccarono il 23 marzo 1944 il battaglione tedesco Bozen, in via Rasella a Roma. Bentivegna, dopo la liberazione di Roma, venne inviato in Montenegro come vicecommissario politico delle Brigate Garibaldi e mi raccontò la sua particolare esperienza di partigiano italiano in Jugoslavia. I civili chiamavano gli italiani ‘palikuće’ (brucia case) e avevano nei loro confronti la stessa acredine riservata ai soldati tedeschi. Contrariamente alla rappresentazione bonaria e autoassolutoria degli ‘italiani brava gente’ i crimini di guerra, le deportazioni, le rappresaglie, le fucilazioni e i bombardamenti sugli abitati civili avevano rappresentato una prassi costante delle truppe del regio esercito nella cosiddetta ‘Provincia di Lubiana’ e nel Montenegro. Da queste riflessioni nacque l’idea di raccogliere documentazione sui crimini di guerra italiani nei Balcani comprendendo nella ricerca lo studio delle politiche di occupazione fascista anche in Albania e Grecia”.
Le conclusioni a cui è giunto nelle ricerche?
“L’Italia nel dopoguerra evitò di fare i conti con la propria storia e in particolare con l’esperienza criminale della dittatura fascista. Il sostegno dato al movimento fascista dalla classe dirigente nazionale nel 1922, il consenso goduto dalla dittatura mussoliniana presso l’opinione pubblica fino alla disfatta militare, la questione dei crimini di guerra compiuti dal regio esercito durante le aggressioni coloniali in Africa e poi nei Balcani e l’impunità dei responsabili furono tutti temi completamente elusi dalla riflessione nazionale e sostanziarono quel processo di mancato rinnovamento ed epurazione che un grande storico come Claudio Pavone ha chiamato ‘continuità dello Stato’. Il risultato oggi è che nel paese si fa molta fatica a ragionare sulle questioni relative ai crimini di guerra italiani perpetrati dal regio esercito e alle responsabilità del fascismo. La cosiddetta mancata ‘Norimberga italiana’ ha inciso profondamente sia nella struttura dello Stato post-fascista, rimasto in gran parte immutato nel personale e nella mentalità, sia nella coscienza nazionale del nostro popolo che, a differenza di quello tedesco, sente molto meno il peso della responsabilità di aver scatenato la guerra a fianco di Hitler, delle leggi razziali, della persecuzione dei dissenzienti e degli oppositori politici. In questo senso la consapevolezza italiana non si avvicina nemmeno lontanamente al cosiddetto “senso di colpa tedesco”. In Germania la costruzione di un monumento a un criminale di guerra sarebbe causa di una crisi politica e di provvedimenti durissimi nei confronti degli eventuali amministratori promotori dell’iniziativa. In Italia è stato appena inaugurato un monumento a Rodolfo Graziani e allo scandalo ha gridato quasi solo la stampa anglo-sassone, francese e tedesca”.
Come hanno fatto i criminali di guerra italiani a eludere le richieste di giustizia e quali sono stati gli interessi che hanno favorito questa soluzione?
“Il principale fattore, ma non il solo, in grado di determinare l’impunità per i nostri criminali di guerra fu senz’altro il nuovo equilibrio geopolitico della Guerra Fredda. La divisione bipolare del mondo rimodulò interamente il sistema di alleanze internazionali, così gli alleati di ieri si apprestavano a divenire i nemici di domani. L’Italia si trasformava da membro dell’Asse nazifascista a componente organica della costituenda Alleanza Atlantica a guida anglo-americana mentre l’Urss, che aveva combattuto e vinto la guerra insieme agli Alleati, si trasformava in avversario militare. Processare a livello internazionale gli italiani accusati di crimini avrebbe determinato la decapitazione dei vertici del nostro esercito e una epurazione di carattere esogeno che avrebbe indebolito le Forze Armate. Gli anglo-americani al contrario puntarono a riorganizzarle rapidamente per inserirle nel nuovo dispositivo militare internazionale anticomunista. Inoltre non dobbiamo dimenticare che Usa e Gran Bretagna, avevano piena consapevolezza che la Guerra Fredda sarebbe stata combattuta anche sul piano ideologico e proprio su questo punto il personale ex-fascista dava garanzie di assoluta fedeltà anticomunista nel confronto con l’Urss. Per il motivo uguale e contrario tutti o quasi i partigiani che erano entrati nelle forze di polizia o nell’esercito ne furono progressivamente allontanati in quanto sospetti di simpatie o, nel caso dei comunisti, di organicità ad un partito direttamente collegato al nemico di Mosca. Per queste ragioni Usa, Gran Bretagna e Francia ritirarono le liste di criminali di guerra italiani che loro stessi avevano consegnato alla commissione delle Nazioni Unite. La Grecia, anch’essa inserita nel campo occidentale, siglò con Roma un accordo segreto nel 1948 che chiuse la questione non solo evitando richieste di estradizione ma avviando addirittura il rimpatrio: è il caso di Giovanni Ravalli, dei militari italiani già condannati dal Tribunale di Atene.
Per la cronaca, in tema di continuità dello Stato, Ravalli in Italia diventerà prefetto prima a Palermo e poi a Roma. Sul piano ‘tecnico’ il governo italiano istituì una commissione d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto che rivendicando il diritto di processare in patria i criminali fascisti, non ne permise l’estradizione non avviando mai i procedimenti giudiziari. Fino al 1948 la Jugoslavia, soprattutto, e l’Albania continuarono ad avanzare richieste di estradizione dei vari Gastone Gambara, Mario Roatta, intanto fuggito in Spagna, Alessandro Pirzio Biroli, Temistocle Testa, Mario Robotti, Emilio Grazioli e tanti altri. Nel 1948 la rottura tra Stalin e Tito, privò Belgrado del suo alleato internazionale più importante, indebolendone il peso politico rispetto alla richiesta di consegna dei criminali italiani che, infatti, rimarrà inevasa. Per queste ragioni nessuno degli oltre mille presunti criminali di guerra italiani venne mai processato”.
Del criminale di guerra Temistocle Testa – che come prefetto di Fiume diede ordine e diresse personalmente persecuzioni in grande stile contro gli elementi antifascisti – si parla relativamente poco. Quando le sue vittime quarnerine, e ce ne sono tantissime, avranno giustizia?
“A settant’anni di distanza dai fatti e con quasi tutti i protagonisti scomparsi per questioni anagrafiche, credo sia molto complicato parlare di giustizia dal punto di vista penale. Tuttavia a mio giudizio i processi, se venissero rintracciati i responsabili, andrebbero fatti non per portare in carcere persone di ottanta o novanta anni ma per sanzionare e condannare con un atto pubblico quelle politiche di sterminio e guerra ai civili di cui anche gli italiani si macchiarono. A questo naturalmente si aggiunge la legittima rivendicazione di giustizia avanzata da chi è stato vittima o ha avuto un parente che ha subito violenze. Tuttavia anche su questo punto deve essere rilevata la responsabilità delle istituzioni italiane. Temistocle Testa, ad esempio, non solo non venne processato a livello internazionale per le repressioni nei Balcani, ma anche sul piano della giustizia italiana la Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Roma decretò il ‘non luogo a procedere’ contro di lui perché amnistiati i reati di ‘organizzazioni di squadre fasciste, arresto illegale continuato e abuso d’autorità’ e perché ‘il fatto non costituisce reato’ rispetto all’accusa di ‘collaborazionismo’, infine per il reato di ‘malversazione’ Testa venne assolto per insufficienza di prove. Fu evidente, dunque, la volontà di procedere con la transizione dalla dittatura alla democrazia senza chiudere in modo giusto e trasparente i conti col fascismo. Lo stesso Testa, il 5 luglio 1948, depose come teste d’accusa contro i GAP romani durante il processo Kappler per la strage delle Fosse Ardeatine. Un’incredibile inversione del senso della storia che, nell’Italia nata dalla Resistenza, vede i partigiani accusati dai fascisti per una strage compiuta dai nazisti e da loro stessi che ne erano gli alleati-collaborazionisti”.
Nell’ultimo decennio, gli studi sui crimini legati agli eventi bellici e coloniali commessi dall’Italia, si sono moltiplicati. Secondo lei, esiste la possibilità che il governo italiano assuma la responsabilità e condanni definitivamente questi crimini?
“In ambito accademico e di ricerca scientifica ormai da tempo si dibatte apertamente di questi temi senza alcuna censura e i volumi e gli studi sono ormai molti e molto importanti. I problemi sono stati sempre, fin dal dopoguerra, di natura politica e hanno messo, tra l’altro, l’Italia nella condizione di non poter celebrare i processi per le stragi naziste che, infatti, solo in epoca contemporanea alcuni procuratori militari come Antonino Intelisano, Marco De Paolis e Sergio Dini hanno riaperto dopo la cosiddetta scoperta dell’armadio della vergogna. Dalle carte diplomatiche e politiche emerge chiaramente che il silenzio sui crimini di guerra tedeschi contro civili italiani venne scambiato con quello sui crimini del regio esercito. Rivelatori di questa logica sono i documenti redatti dall’ambasciatore a Mosca, Piero Quaroni, e il pro-memoria del febbraio 1948 del Segretario Generale del Ministero degli Esteri, Vittorio Zoppi, che avvertivano esplicitamente il governo di Roma che una volta avanzata la richiesta di processare i criminali tedeschi l’Italia avrebbe dovuto far fronte ad analoghe richieste dei paesi dell’Africa e dei Balcani occupati dalle nostre truppe. Dal punto di vista istituzionale recente, parliamo del 2000-01, fu incredibile il silenzio nel nostro paese sui lavori di una commissione bilaterale composta da storici qualificatissimi italiani e sloveni che dopo anni di lavoro stese una relazione di ricostruzione complessiva di tutti gli eventi occorsi sul confine orientale italo-jugoslavo. Si documentavano le tensioni del periodo liberale, le politiche aggressive del ‘fascismo di frontiera’ degli anni ‘20, i crimini di guerra italiani, le foibe e le violenze jugoslave verificatesi nel settembre ‘43 e nel maggio ‘45. Insomma, si ricostruiva l’interno quadro indicando anche le reciproche responsabilità. Il governo sloveno ha pubblicato ufficialmente i risultati storici di quella commissione, peraltro costituita e pagata con finanziamenti pubblici. Il governo italiano non lo fece e la relazione è stata pubblicata solo da qualche casa editrice attenta alla questione. Devo dire che dopo anni di silenzi e memorie omissive alcuni timidi passi sono comunque stati fatti. L’incontro di Trieste tra i tre presidenti italiano, sloveno e croato e la visita di Napolitano al Narodni Dom, incendiato dai fascisti nel ‘20, hanno segnato quantomeno una discontinuità nella nostra rappresentazione pubblica nazionale. Nel 2009 per la prima volta l’ambasciatore italiano ad Atene, Giampaolo Scarante, ha reso ufficialmente omaggio alle vittime della strage di Domenikon, un eccidio di oltre 150 civili greci eseguito dalla divisione Pinerolo per rappresaglia dopo la morte di 9 militari italiani per un attacco partigiano”.
Lei smonta completamente l’immagine autoassolutoria degli italiani brava gente. Cosa prova nel contrastare la narrazione storica oggi dominante in Italia? Ha subito delle intimidazioni?
“Non ho mai subito minacce. A me interessa lo studio di quei fatti poiché li ritengo particolarmente importanti non solo in funzione della comprensione delle vicende della seconda guerra mondiale, ma anche per il successivo peso che l’impunità dei criminali ha avuto nel vissuto dell’Italia repubblicana e democratica. Francamente, contrastare la narrazione storica dominante non è il mio principale obiettivo anche perché rispetto all’impatto presso l’opinione pubblica i lavori storici scontano un gap sostanziale di diffusione e accesso all’informazione rispetto ai mass-media”.
Secondo lei il mito del bravo italiano persiste ancora oggi?
“Il mito del bravo italiano non solo esiste ancora oggi ma viene continuamente alimentato dalla rappresentazione che si fa dei militari italiani impegnati nei numerosissimi fronti di guerra aperti in tutto il mondo. I nostri soldati non sono mai rappresentati come militari facenti funzioni e rispondenti a precise e determinate regole d’ingaggio bellico. La loro attività è presentata dai mass-media e dalla larga maggioranza della classe politica come una missione di pace promossa per aiutare le popolazioni dei paesi dove si svolge l’intervento militare e non per sviluppare attività bellica. Durante la guerra in Kosovo e i bombardamenti sulla Jugoslavia, tanto per rimanere nei Balcani, il governo D’Alema denominò l’azione ‘Missione Arcobaleno’”.
Cosa prova nelle celebrazioni in occasione del “Giorno del ricordo”?
“La Giornata del ricordo, che devo dire non è la sola, rappresenta a mio giudizio un tipico esempio di uso politico e strumentale della storia. Con la sua istituzione non ci si è proposti una rivisitazione critica della storia nazionale, né una lettura complessiva dei rapporti e dei conflitti intercorsi sul confine orientale tra Italia e Jugoslavia. Si è al contrario rappresentata una memoria selettiva che fotografando con un’istantanea un solo momento dell’intera vicenda, ha escluso dall’immaginario collettivo tutto ciò che era stato prima (i crimini fascisti) e tutto ciò che fu dopo (l’impunità dei criminali), decontestualizzando il carattere di quel fenomeno di violenza che, lo sottolineo, non deve essere ‘giustificato’ ma chiarito nei suoi termini storici. Inoltre se si fosse voluta una giornata del ricordo dedicata alle vittime delle foibe se ne sarebbe dovuta indicare una in settembre o in maggio, cioè quando si verificarono le violenze. In realtà, la data del 10 febbraio mi sembra porre una contestazione di legittimità al Trattato di Pace di Parigi del 1947, il cui anniversario ricorre proprio il 10 febbraio. Sembra quasi che la narrazione dei ‘vinti di Salò’, che consideravano quel trattato un ‘diktat’ e la definizione dei confini con la Jugoslavia una mutilazione del territorio italiano, sia emerso dalla marginalità memorialistica e si sia trasformato, vista la convergenza ‘bipartisan’ dei partiti politici, in una rappresentazione nazionale ‘condivisa’”.
Un suo commento sulla pulizia etnica e sulle foibe a danno della popolazione italiana autoctona?
“Le foibe, le violenze sul confine orientale gli arresti e le deportazioni sono il pesante prezzo che venne pagato a causa dell’eredità fascista. Purtroppo la strumentalizzazione che la destra italiana e la parte maggioritaria della sinistra ne hanno fatto, ha impedito di guardare a quei tragici fatti con la consapevolezza e la coscienza che avrebbero meritato. La propaganda sulle “centinaia di migliaia” di vittime (quando gli studi più accorti stimano in tutto 5 mila morti circa dovuti alle violenze jugoslave) e l’uso improprio e mass-mediatico del termine ‘infoibati’ (in realtà le persone uccise e gettate fisicamente nelle gole carsiche furono alcune centinaia) con il quale si comprendono a forza tutte le altre numerose vittime scomparse, uccise o deportate, non hanno certamente agevolato né il compito degli storici né la formazione di una seria coscienza nazionale su questi drammatici fatti. Non ritengo che le foibe e le violenze jugoslave siano state espressioni di pulizia etnica, tanto che nella stessa Jugoslavia operarono intere divisioni partigiane italiane a fianco dell’esercito di liberazione di Tito. A mio giudizio il problema principale è inquadrare, senza cercare inutili e false negazioni dei fatti, i fenomeni di violenza contro gli italiani in una lettura non strumentale. La prima ondata di violenza del settembre 1943 si caratterizzò come una rivalsa o, se preferiamo, una ‘jacquerie’ contadina. Non ci fu alcun disegno politico dietro quelle uccisioni, oggi stimate dagli studi più accurati e seri intorno alle 500-600 vittime, ma l’incontrollato fenomeno di rivalsa sociale, nazionale e personale delle popolazioni che si erano viste represse e oppresse durante gli anni della dittatura fascista e prima ancora durante lo squadrismo degli anni ‘20. Le uccisioni del 1945, numericamente superiori a quelle del 1943, seguono, invece, una logica politica ma devono essere collocate, anche qui senza negarle, nel quadro della lotta di liberazione jugoslava. L’Armata Popolare di Liberazione Jugoslavo di Tito risalendo il territorio nazionale realizzò una generale liquidazione violenta dei collaborazionisti filo nazisti e filo fascisti. In questa logica furono uccisi ad esempio gli ustascia croati o i cetnici serbi, a conferma che non era la pulizia etnica il criterio di soppressione del nemico ma la sua vera o presunta appartenenza allo schieramento nazi-fascista. Su quella epurazione violenta e sulla esperienza della Resistenza dell’APLJ, la più forte e organizzata di tutta l’Europa occupata, venne ricostruita l’unità nazionale jugoslava ed edificato il nuovo Stato. In questo contesto, durante la risalita delle divisioni di Tito dal sud verso il nord del paese, vengono coinvolti anche gli italiani considerati fascisti e si apre la questione dei territori e di Trieste che infatti risponde, a differenza del 1943, ad una logica tutta politica”..

Gianfranco Miksa

 

PS. Per chi volesse approfondire, in lungo e in largo l’argomento consiglierei di andare sul sito de “Internazionale”. Si possono leggere analisi puntuali di un gruppo di storici qualificati da dove se ne trae in modo incontrovertibile che la questione etnica c’entra come i cavoli a merenda. Checché ne dica il Presidente della Repubblica.

 

Fascisti del terzo millennio.

febbraio 8, 2018

Da Mentana l’altra sera ho ho ascoltato l’analisi di Emilio Gentile, storico e studioso del fascismo. Oggetto della discussione: la proliferazione di gruppi neofascisti, posta in relazione con la vicenda di Macerata.
La sua tesi -che riassumo succintamente – appare per certi aspetti tranquillizzante:
I fascisti, in Italia, ci sono sempre stati. Tant’è vero che l’MSI , partito che si richiamava esplicitamente al passato regime fascista, era accolto in Parlamento nonostante le disposizioni transitorie e finali della nostra costituzione e le conseguenti legge Scelba e Mancino.
E’ vero.
Ed è anche vero che la sinistra parlamentare non ha mai chiesto la messa fuorilegge dell’MSI.
La ragione, giusta o sbagliata, era che si temeva che un tale provvedimento, pur costituzionalmente legittimo, avesse come conseguenza una deriva violenta andando ad ingrossare le file del terrorismo nero che pur è sempre stato attivo ai margini del MSI in una sorta di gioco delle parti.
D’altro canto il partito neo-fascista era, per comune accordo, confinato e isolato fuori di ciò che per lungo tempo fu l’arco costituzionale. Con la sola eccezione del governo Tambroni che godette, nella sua breve vita, dei voti dei parlamentari fascisti.
Si sa come finì, con l’insurrezione di Genova, i morti di Reggio Emilia e la richiesta di dimissioni avanzata anche dalla DC.
Il professor Gentile prosegue poi nella sua analisi facendo notare che oggi formazioni politiche come Forza Nuova e Casa Pound si presentano alle elezioni, dunque accettano le regole del gioco democratico a differenza dei gruppi del terrorismo nero degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso. E paragona il fenomeno di Casa Pound, in particolare, con Hamas e Hezbollah, per dire in sostanza che costoro si fanno carico “privatamente” dell’assenza dello Stato presso i ceti più deboli ed esposti della popolazione.
C’è del vero. Lo ammetto.
Non per caso i caporioni neonazisti insistono sul fatto reale che nessuno nei partiti tradizionali si fa vedere nelle periferie degradate.
Tuttavia la mia idea è diversa in merito alla proliferazione e alla pericolosità di questo fascismo del terzo millennio.
Intanto siamo di fronte ad una galassia di gruppi territoriali sparsi in tutto il paese , da nord a sud. Non sarà ancora una presenza capillare ma ci siamo molto vicini. Non saranno numerosissimi ma cominciano ad accreditarsi come guardiani dell’ordine e della sicurezza in troppi contesti urbani.
Molta gente povera, e non solo, comincia a simpatizzare con azioni d’intimidazione e di violenza aperta, quando tali azioni sono rivolte contro immigrati e contro chiunque accenni al dovere dell’accoglienza e alla necessità della integrazione.
Non a caso, la “patriota” di Fratelli d’Italia si fa paladina dell’iniziativa di un ministro degli interni PD che paga le milizie private delle varie tribù libiche per limitare gli imbarchi verso le nostre coste tramite l’internamento in veri e propri lager sorvegliati da tagliagole e carnefici.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Così sembra pensarla il nostro governo.
Evidente che, in un tale contesto, considerato e percepito come emergenziale, i fascisti e i nazisti non possono che crescere, nella considerazione di coloro che vivono nella merda di squallidi contesti urbani. E prima o poi parte di giovani emarginati andranno a cercare un senso alla propria miserabile (in senso tecnico) vita nelle squadracce di fascisti e nazisti.
Il caso della sparatoria di Macerata non è affatto il caso di uno squilibrato.
Fa parte di un processo che è ormai innescato; ne è la logica conseguenza.
Ma ciò che più m’importa è segnalare la possibile assuefazione ad episodi di questo tipo.

Quanti, a parte le manifestazioni di aperta approvazione, sono tacitamente convinti che quella canaglia abbia fatto bene a sparare sugli immigrati?
Quanti sono coloro che approvano l’offerta di Casa Pound di pagare le spese processuali per uno che si è “esposto” a fare quello che loro non hanno né “coraggio”, né possibilità di fare.
A me pare che l’episodio di Macerata possa essere in qualche modo una svolta.

L’avvio di uno sdoganamento dell’azione, della violenza, dell’assassinio.
Il problema , enorme, è che sono venuti meno gli anticorpi.

Non basta la giornata della memoria, non basta più e da tempo una retorica dell’antifascismo, perché ciò che più incide nella diffusione del fascismo del terzo millennio, in Italia e in tutta Europa, è la vera e propria crisi dell’assetto democratico.
La democrazia è ormai una vuota parola per tantissimi.

Ognuno si è reso conto da almeno un lustro, sulla base della propria esperienza umana, che la democrazia è del tutto imbelle. La politica non governa, non decide, non serve più ad opporsi a interessi forti che impongono il proprio credo ideologico e il proprio interesse materiale.
Siamo formichine in balia di processi decisionali oscuri messi a punto nelle torri d’avorio della globalizzazione.

La sinistra non è certo esente da colpe.

Ha mancato di opporsi. Frontalmente. S’ è aggiogata al carro delle formidabili potenze dell’economia e della finanza.
E adesso vince di gran lunga l’antipolitica: né destra , né sinistra.
Tale è l’umore prevalente .
Di questo cattivo umore può agevolmente nutrirsi e crescere un nuovo fascismo.
Farei attenzione a sottovalutare il pericolo.
Solo che non basta l’antifascismo, non basta la condanna.
Serve ricostruire l’opposizione.
Serve riempire un vuoto di prospettiva, di progetto sociale.
Ma anche questo non basta se non si ha la volontà e la capacità di andare laddove c’è la miseria e la sofferenza.
Non per fare i buon samaritani, non per fare promesse, non per distribuire pacchi di pasta, ma per costruire anche con un pezzo di popolo, nudo e crudo, una nuova classe dirigente.
Buona pedagogia.
Confronto faccia a faccia.
Sporcarsi le mani.
Quando si dice questo, non si chiede la condivisione(materiale) della miseria , si chiede una sincera, onesta, convinta empatia per un possibile riscatto sociale.
Tutto ciò manca da moltissimo tempo.